Il Papa e i gesuiti in Myanmar e Bangladesh, un incontro tra fratelli

Il Papa e i suoi confratelli<br>Foto: Antonio Spadaro TW
Il Papa e i suoi confratelli<br>Foto: Antonio Spadaro TW

Ormai è un appuntamento fisso quello del Papa con in suoi confratelli gesuiti durante i suoi viaggi.

E così è stato anche nel viaggio di novembre in Myanmar e Bangladesh. In Particolare il Papa ha incontrato i gesuiti che si occupano delle etnia kachin e shan in maggioranza cristiani.

Un colloquio tra confratelli che viene pubblicato oggi dalla Civiltà Cattolica, con delle risposte alle domande. “Il gesuita è colui che deve sempre approssimarsi, come si è avvicinato il Verbo fatto carne” dice il Papa e riprende il tema della inculturazione, e cita Paolo VI.  “Il Popolo di Dio ci insegna virtù eroiche. E ho provato vergogna di essere pastore di un popolo che mi supera per virtù, per sete di Dio, per senso di appartenenza alla Chiesa, perché venivano a vedere Pietro” dice il Papa rispondendo a chi gli ricorda quanta strada hanno fatto i fedeli per vederlo.

A proposito di missionarie Francesco cita Benedetto XVI : “la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione, per testimonianza. Come potete sentire la presenza del Papa voi che lavorate là? Come possono sentirla i rifugiati? Rispondere non è facile. Ho visitato finora quattro campi di rifugiati. Tre enormi: Lampedusa, Lesbo e Bologna, che si trova nel Nord Italia. E là il lavoro è di vicinanza”.

E come vedere Cristo sofferente? Il Papa torna sul tema die rifugiati, racconta le sue esperienze nei campi visitati, racconta di un gesuita argentino e si chiamava Miguel Angel Fiorito che “ha realizzato un’edizione critica delle Memorie spirituali di san Pietro Favre, ma era un filosofo e aveva fatto la tesi sul desiderio naturale dell’uomo di trovare Dio secondo san Tommaso. Era un professore di filosofia, preside della Facoltà, ma amava la spiritualità. E insegnava a noi studenti la spiritualità di sant’Ignazio. È stato lui a insegnarci la viadel discernimento”. Parla della “furbizia di Dio” Papa Francesco e dice che risposte intellettuali no servono per evangelizzare: “davanti a una madre che ha perduto il figlio, a un uomo che ha perduto la moglie, a un bambino, a un malato… non puoi parlare. Soltanto lo sguardo…, il sorriso, stringere la mano, il braccio, fare una carezza…, e forse a quel punto il Signore ti ispirerà una parola. Ma non metterti a dare spiegazioni”.

Ed lui stesso a spiegare questa scelta: “non dimenticarmi che sono missionario e che devo convertire i peccatori!”.

Infine parla del problema del fondamentalismo: “ce ne sono dappertutto. E noi cattolici abbiamo «l’onore» di avere fondamentalisti tra i battezzati.

Credo che sarebbe interessante se qualcuno di voi che si sta preparando alla laurea studiasse le radici del fondamentalismo”.

In Bangladesh il Papa ha incontrato i suoi confratelli  che gli hanno parlato dei rohingya. “Chi salva la dignità di uomini e donne oggi?” si chiede il Papa “la gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi".  Ed ha aggiunto: “per me il Bangladesh è stata una sorpresa: c’è tanta ricchezza! Nominando i cardinali, ho cercato di guardare alle piccole Chiese, quelle che crescono in periferia. Non per dare consolazione a quelle Chiese, ma per lanciare un chiaro messaggio: le piccole Chiese che crescono in periferia e sono senza antiche tradizioni cattoliche oggi devono parlare alla Chiesa universale, a tutta la Chiesa”.

Poi aggiunge: “ricordatevi che è stato il padre Arrupe a fondare il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. A Bangkok, prima di prendere l’aereo sul quale avrebbe avuto un ictus, ha detto: «Pregate, pregate, pregate».

Questo era il senso del discorso che là ha rivolto ai gesuiti che stanno lavorando con i rifugiati: di non trascurare la preghiera. Questo è stato il suo «canto del cigno». È stata proprio questa l’eredità ultima che egli ha lasciato alla Compagnia. Capite? La sociologia è importante sì, ma conta di più, molto di più, la preghiera”.

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