La Santa Sede nella "white list" del Fisco Italiano

La sede per l'Istituto delle Opere di Religione, erroneamente definito la "banca vaticana"
Foto: Archivio CNA

È con un decreto del Ministero dell’Economia dello scorso 23 marzo che la Santa Sede entra nella lunga lista di Paesi che l’Italia considera inclusa nella “white list” degli investimenti. Si tratta di un elenco di 137 Paesi.

La Convenzione fiscale tra Italia e Santa Sede è entrata in vigore dal 15 ottobre 2016, dopo che la convenzione era stata firmata il 1 aprile. La Convenzione “promuove lo scambio di informazioni ai fini fiscali tra la Santa Sede e l’Italia e agevola l’adempimento agli obblighi fiscali dei soggetti regolarmente residenti in Italia”.

La cosiddetta “white list” degli investimenti è una lista stilata dal ministero dell’Economia che vale a fini fiscali, di cui gli Stati – anche Montecarlo è stato incluso nella lista – entrano a far parte della lista sull’onda lunga degli accordi contro la doppia imposizione e sullo scambio di informazioni.

È lecito chiedersi, dopo questo passo, se l’Italia riconoscerà anche l’equivalenza con la Santa Sede ai fini dello scambio di informazioni anti-riciclaggio.

Tecnicamente, l'ingresso nella white list fiscale è un prerequisito per l'equivalenza. Questa si baserà sulla conformità alla quarta direttiva europea antiriclaggio, approvata in Europa nel giugno 2015. L'Italia l'ha introdotta con un decreto attuativo nel febbraio 2017. Da notare che con il decreto l'Italia ha istituito un nuovo soggetto, ossia il Comitato di sicurezza finanziaria presso il Ministero dell’Economia e delle finanze, organismo responsabile dell’analisi nazionale del rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo. La Santa Sede ha un Comitato di Sicurezza Finanziaria da agosto 2013, quando Papa Francesco promulgò un motu proprio sulla prevenzione del riciclaggio che entrò in vigore con un decreto del governatorato e fu poi confermato in legge l'8 ottobre 2013. La legge era la numero XVIII dello Stato di Città del Vaticano. 

Anche la Santa Sede aderisce dunque alla quarta direttiva europea antiriciclaggio, e il ministro dell'economia sarà chiamato a prendere atto di questa conformità e a ratificare. Si tratta, insomma, di una questione europea, e non bilaterale. 

Tra le varie attività bilaterali antiriciclaggio, l’Autorità di Informazione Finanziaria della Santa Sede ha siglato memorandum di intesa sia con l’Unità di Informazione Finanziaria Italiana (già nel 2013), sia con la Banca d’Italia (nel luglio 2016), con il quale si era creato un canale istituzionale per lo scambio di informazioni tra AIF e Banca d’Italia, rafforzando la cooperazione tra Santa Sede e Italia nella lotta contro gli illeciti finanziari.

Era stata proprio la Banca d’Italia, in una lettera inviata alle banche italiane, a qualificare l’Istituto delle Opere di Religione come ente situato in un Paese non europeo, e considerato a regime anti-riciclaggio “non equivalente” a quello italiano. 

Dai tempi della lettera, la Santa Sede ha però creato un suo sistema anti-riciclaggio, e ha ricevuto le valutazioni generalmente positive del Comitato del Consiglio d’Europa MONEYVAL sia nel rapporto di luglio 2012, sia poi nei due rapporti sui progressi del 2014 e del 2015, riformando più volte la legge anti-riciclaggio fino a creare un sistema aderenti alle peculiarità della Santa Sede (nello Stato di Città del Vaticano non c’è un mercato) e con le normative internazionali anti-riciclaggio e contro il finanziamento del terrorismo.

 

 

Tags: Accordo Fiscale Italia Vaticano , white list , finanze vaticane