Ai vescovi il Papa chiede un discernimento che sia dialogo, preghiera e umiltà

Il Papa e i vescovi di recente nomina
Foto: OR/ Aci Group
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"Questo è il Concilio Vaticano III ?" Il Papa lo dice ridendo ai vescovi di rencente nomina. 114. A loro il Papa ricorda ancora una volta di non farsi tentare dalla “autoreferenzialità”, nei nostro giorni, dice “paradossalmente segnati da un senso di autoreferenzialità, che proclama finito il tempo dei maestri mentre, nella sua solitudine, l’uomo concreto continua a gridare il bisogno di essere aiutato nell’affrontare le drammatiche questioni che lo assalgono, di essere paternamente guidato nel percorso non ovvio che lo sfida, di essere iniziato nel mistero della propria ricerca di vita e felicità”.

Papa Francesco ha ricevuto i vescovi di recente nomina che hanno seguito un corso in questi giorni a Roma e ha ricordato loro il senso autentico di discernimento di cui è vero protagonista lo Spirito Santo, Spirito che regge e guida. “Bisogna essere consapevoli - ha detto il Papa- che tale grande dono, del quale con gratitudine siamo perenni servitori, riposa su fragili spalle. Forse per questo la Chiesa, nella sua preghiera di consacrazione episcopale, ha tratto tale espressione dal Miserere (cfr Sal 51,14b) nel quale l’orante, dopo aver esposto il proprio fallimento, implora quello Spirito che gli consente l’immediata e spontanea generosità nell’obbedienza a Dio, così fondamentale per chi guida una comunità”.

Solo chi è guidato da Dio “ha titolo e autorevolezza per essere proposto come guida degli altri” e “questa saggezza è la sapienza pratica della Croce, che pur includendo la ragione e la sua prudenza, le oltrepassa perché conduce alla sorgente stessa della vita che non muore, cioè, “conoscere il Padre, il solo vero Dio, e colui che ha mandato: Gesù Cristo””.

Non dare per scontato il possesso di un dono così alto e trascendente quindi dice il Papa, nn è una diritto acquisito ma “è necessario continuamente implorarlo come condizione primaria per illuminare ogni saggezza umana, esistenziale, psicologica, sociologica, morale di cui possiamo servirci nel compito di discernere le vie di Dio per la salvezza di coloro che ci sono stati affidati”.

Preghiera quindi “per ricordare al Signore che davanti a Lui siamo perenni “ragazzi, che non sanno come regolarsi””, e discernimento che “nasce nel cuore e nella mente del vescovo attraverso la sua preghiera, quando mette in contatto le persone e le situazioni affidategli con la Parola divina pronunciata dallo Spirito”. E il discernimento è grazia per il Popolo do Dio per essere capici di sentire cum Ecclesia e anche il vescovo “è chiamato a vivere il proprio discernimento di Pastore come membro del Popolo di Dio, ovvero in una dinamica sempre ecclesiale, a servizio della koinonìa. Il Vescovo non è il “padre padrone” autosufficiente e nemmeno l’impaurito e isolato “pastore solitario””. Una azione comunitario quindi, spiega il Papa “che non prescinde dalla ricchezza del parere dei suoi presbiteri e diaconi, del Popolo di Dio e di tutti coloro che possono offrirgli un contributo utile, anche attraverso gli apporti concreti e non meramente formali”.

Dialogo e condivisione con gli altri vescovi, con i sacerdoti, con i laici “perché essi conservano il “fiuto” della vera infallibilità della fede che risiede nella Chiesa: essi sanno che Dio non viene meno nel suo amore e non smentisce le sue promesse”.

Insomma occorre “rinunciare al proprio punto di vista quando si mostra parziale e insufficiente, per assumere quello di Dio” una missione non per “portare idee e progetti propri, né soluzioni astrattamente ideate da chi considera la Chiesa un orto di casa sua, ma umilmente, senza protagonismi o narcisismi, offrire la vostra concreta testimonianza di unione con Dio, servendo il Vangelo che va coltivato e aiutato a crescere in quella situazione specifica”.

Allora ci vuole umiltà e obbedienza: “umiltà rispetto ai propri progetti. Obbedienza rispetto al Vangelo, criterio ultimo; al Magistero, che lo custodisce; alle norme della Chiesa universale, che lo servono; e alla situazione concreta delle persone, per le quali non si vuole altro che trarre dal tesoro della Chiesa quanto è più fecondo per l’oggi della loro salvezza”.

Niente immobilismi, perché il discernimento “è un processo creativo, che non si limita ad applicare schemi” e quindi occorre non lasciarsi “imprigionare dalla nostalgia di poter avere una sola risposta da applicare in tutti i casi”.

Il Papa raccomanda “delicatezza speciale con la cultura e la religiosità del popolo” che non è “una “cenerentola” da tenere sempre nascosta perché indegna di accedere al salotto nobile dei concetti e delle ragioni superiori della fede”.

E nel discernimento si cresce “in un processo di accompagnamento paziente e coraggioso, perché possa maturare la capacità di ciascuno, fedeli, famiglie, presbiteri, comunità e società, tutti chiamati a progredire nella libertà di scegliere e realizzare il bene voluto da Dio”.

Francesco ricorda che “il Pastore sa che Dio è la via e si fida della sua compagnia; conosce e non dubita mai dalla sua verità né dispera dalla sua promessa di vita. Ma di queste certezze il Pastore si impossessa nel buio umile della fede. Trasmetterle al gregge non è, pertanto, bandire ovvi proclami, ma introdurre nell’esperienza di Dio che salva sostenendo e guidando i passi possibili da compiere”.

Niente formule ripetute ma “rendere disponibile al gregge la grazia dello Spirito, che sa penetrare nelle pieghe del reale e tener conto delle sue sfumature per far emergere quanto Dio vuole realizzare in ogni momento”.

Per questo occorre “educarsi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri” e “tenere scrupolosamente davanti agli occhi Gesù e la missione che non era sua ma del Padre, e di offrire alla gente, oggi come ieri confusa e smarrita, quanto Lui ha saputo dare: la possibilità di incontrare personalmente Dio, di scegliere la sua Via e di progredire nel suo amore”.