Davide, quel re potente e scaltro raccontato da Louis De Wohl

La copertina del libro
Foto: Rizzoli
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Un uomo pieno di fascino, che riesce a diventare potentissimo. Una donna da conquistare ad ogni costo, usando menzogne e arrivando persino al delitto.

E uno scenario esotico, tra deserti, palme, palazzi lussuosi traboccanti di tappeti, oro, gioielli, arazzi, essenze inebrianti.

Parliamo della trama di qualche bestseller che scala le classifiche mondiali?  O di una sceneggiatura per film che sbancano i botteghini?

No, si tratta di "Davide di Gerusalemme", di Louis De Wohl, uno dei grandi romanzi scritti da un autore che purtroppo ancora non ha ricevuto il riconoscimento che merita. Bisogna quindi sottolineare il lavoro importante che sta facendo la casa editrice Rizzoli nel proporre ai lettori italiani i libri di De Wohl in questi anni.

Davide è proprio il re biblico, con i suoi canti di esultanza e di disperazione, di cui l'autore ripercorre la complessa, drammatica ma anche affascinante esistenza, con la consueta abilità nel procedere con il racconto, che acquista una vividezza straordinaria, senza discostarsi troppo dalla vicenda biblica, avvalendosi di una accurata ricostruzione storica.

 

Il romanzo comincia una sequenza spettacolare: un ragazzino, Davide, attacca e affronta a mani nude un leone che insidia le pecore del gregge che il giovane deve sorvegliare. Tanto per far capire di che stoffa e' fatto il protagonista. Con poche pennellate ecco balzare davanti al lettore l'immagine del futuro re, dalla cui stirpe dovrà uscire l'uomo del destino, per Israele. Colui che ricostituira' il suo popolo.

 

Ma quel futuro discendente sarà molto di più: sarà il Salvatore del mondo.

Per oltre trecento pagine si seguono, con un ritmo incalzante, le vicende di Davide, l'unto dal Signore, da semplice pastorello a Re di Israele, vincitore di eserciti, maestoso e terribile, traditore e tradito, preda di passioni che non è capace di controllare, sempre in bilico tra splendore e miseria,  muovendosi in una selva di personaggi, tutti credibili e ben cesellati, anche quelli che fungono da semplici comparse.

 

In questo si puo' riconoscere un'abilità quasi cinematografica, nell'allestimento le scene e "montare" i dialoghi. Nel  momento della morte, il re che ha conosciuto tutto ciò che può offrire l'esistenza vissuta fino all'ultimo istante,  capisce in realtà di aver sbagliato, di non aver compreso davvero il compito che Dio gli aveva affidato: non si trattava di costruire semplicemente il tempio per onorarLo, un tempio in grado di sfidare i secoli e le generazioni. Era il tempio dei  cuori, la vera conversione, la più profonda,  la più autentica, che può dare la vera testimonianza della fedeltà all'unico Dio. Cercare fama e grandezza non è bastato. Non è in questo che si misura la realizzazione del proprio destino. Lezione amara, eternamente e dolorosamente valida.

 

Un'ennesima occasione, dunque, per approfondire la conoscenza dell'opera di De Wohl, scrittore dalla vita avventurosa, il che deve aver influenzato concretamente il suo modo di presentare personaggi storici con il piglio del romanziere.  Nato nel 1903, tedesco di padre ungherese e madre austriaca,  ha seguito la carriera militare, concedendosi anche un sostanzioso "passaggio" nei servizi segreti britannici, dedicandosi poi alla letteratura, fino alla morte, avvenuta nel 1961.  La sua "mission", in qualche modo, divenne quella di far conoscere figure note e meno note della storia della Bibbia e della Chiesa cattolica.  

 

Da san Francesco d'Assisi a Longino, il centurione che traforò il costato di Cristo in croce, da santa Caterina da Siena a Paolo di Tarso, da san Ignazio di Loyola a re Davide e molti altri ancora. Fu molto letto, amato, tradotto in tutto il mondo e poi abbandonato. Giudicato, forse, non abbastanza di moda, con il suo sguardo, in parte, agiografico,  ma sempre creativo, aderente alla realtà,  capace, appunto, di "ricreare" i protagonisti, il loro mondo, le loro vicende. "Colpevole", forse, di voler  sollevare la coltre di oblio, di vera dimenticanza, che il tempo, l'ignoranza, e la colpevole distrazione hanno depositato sulla grande storia delle nostre radici.