Il Papa a Bologna: "Sacerdoti e religiosi, parlate con chiarezza e trasparenza"

Papa Francesco durante l'incontro con il clero nella Cattedrale di San Petronio
Foto: L'Osservatore Romano
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“Abbiate il coraggio di parlare, siate trasparenti alla maniera di San Paolo, che insiste molto sulla parresia”. Incontrando i membri del clero e i religiosi a Bologna, Papa Francesco invita loro alla chiarezza, e alla diocesanità, un tema che ha ripetuto già diverse volte.

Nella Cattedrale, dove sono riuniti religiosi e sacerdoti della città di Bologna, Papa Francesco parla a braccio, come di solito negli incontri tra i sacerdoti. Un incontro che in parte, però, non è possibile seguire, a causa di un problema nel segnale video.

Tra i sacerdoti presenti, anche il vescovo Bettazzi di Ivrea, 95 anni, l’ultimo padre conciliare vivente. E davanti a lui, l’arcivescovo Matteo Zuppi parla al Papa della crisi dei numeri della Chiesa (abbiamo ordinato 18 preti e 66 non ci sono più), ma sottolinea che questo non li lascia senza “speranza” nonostante “quei profeti di sventura” che restano anche dopo l’11 ottobre 1962 – la data della chiusura del Concilio Vaticano II – come se prima tutto andasse bene.

E saluta due sacerdoti che non ci sono perché a Mapanda, in Tanzania, dove la Chiesa di Bologna è presente dal 1974, come conseguenza tra la Chiesa di Bologna e la Chiesa di Iringa e i loro rispettivi vescovi (il Cardinale Antonio Poma e Mons. Mario Mgulunde), in una prospettiva di comunione e di cooperazione tra due Chiese che ha radici nelle indicazioni dell’Enciclica di Pio XII “Fidei Donum” in cui si sottolineava la responsabilità e il possibile servizio missionario di ogni singola Chiesa. La chiesa costruita a Mapanda è il dono presentato al Papa. 

Che sottolinea come sia “una consolazione” stare in mezzo a sacerdoti e religiosi, e introduce la sessione di due domande e risposte.

La prima domanda è su come crescere l’esigenza evangelica della fraternità nella vita dei sacerdoti.

Il Papa spiega che “il nocciolo della spiritualità della vita del presbitero” è “la diocesanità”, che è “una esperienza di appartenenza”. Ammonisce il Papa:

“Senza coltivare questo spirito di diocesanità diventiamo troppo singoli. Diventiamo un po’ ‘zitelloni’, e i padri della Chiesa diceva vae soli, guai ai soli. Per questo è importante far crescere il senso di diocesanità”.

La diocesanità – dice il Papa – ha “anche una dimensione di sinodalità con il vescovo” e ci vuole “il coraggio di parlare, ma anche il coraggio della pazienza,” di sopportare”.

Il Papa poi traccia il profilo del pastore, che deve essere di popolo, “non populista, ma vicino al popolo”, e che deve stare “avanti, nel mezzo e dietro del popolo di Dio” ad un tempo, “avanti per dare la strada, in mezzo per conoscerli, dietro per aiutare quelli che rimangono in ritardo” .

Se un pastore non ha questo movimento – afferma il Papa – “cade nel clericalismo” che è il “peccato più grande”. E ribadisce l’idea che le chiese devono essere aperte, e parla di due vizi: il “pensare al servizio presbiteriale come una carriera ecclesiastica”, perché “un arrampicatore è capace di creare tante discordie nel seno del corpo presbiteriale”, e poi “il chiacchiericcio”, che “sporca la fama del fratello”. Due vizi che possono essere combattuti solo con la diocesanità.

Chiedono quindi al Papa di come preservare le vocazioni dei religiosi. Il Papa invita a non “cadere nella psicologia della sopravvivenza”, in quel “pessimismo speranzato” che fa pensare che “possa arrivare una carrozza a portare il nostro istituto” con degli aiuti, e che è “una psicologia di sopravvivenza che porta alla mancanza di povertà”, perché “questa è la strada sicura per chiudere”.

Papa Francesco ricorda che “Sant’Ignazio chiamava la povertà madre e muro della vita religiosa”, sottolinea che “la psicologia della sopravvivenza ti spinge a vivere mondanamente” e che i soldi sono “davvero una rovina per la vita consacrata”, ma che comunque “Dio è tanto buono, perché quando un istituto di vita consacrata comincia a incassare, il Signore manda un economo brutto che fa crollare tutto. Quando crollano i beni di un istituto religioso, io dico: ‘Grazie Signore’.”

Il Papa chiede anche di fare un esame di coscienza, di chiedersi e dirsi tutta la verità sul perché quell’istituto religioso va male, indica gli ultimi tre numeri dell’Evangelii Nuntiandi, e contrappone alla psicologia della sopravvivenza, la “psicologia della costruzione del Regno di Dio”, che si basa su quel brano di Matteo 25 che il Papa ama definire “il protocollo attraverso cui saremo giudicati”.

È tardi, ora di chiudere. Papa Francesco conclude così: “La vita consacrata è una schiaffo alla mondanità spirituale”.