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Kenya, il Paese in rinascita che non vuole conoscere di nuovo la paura

Cattedrale di Mombasa | Cattedrale del Santo Spirito, Mombasa, Kenya | CC Cattedrale di Mombasa | Cattedrale del Santo Spirito, Mombasa, Kenya | CC

C’è uno dei quattro uffici principali delle Nazioni Unite, e di certo un tessuto sociale meno difficile di quello di molti altri Paesi africani. Ma il Kenya che si appresta a visitare Papa Francesco è anche quello terrorizzato dall’idea che le violenze di otto anni fa possano ripetersi. Un terrore rinato quando nuovi scontri sono avvenuti lo scorso 6 novembre. Ordinaria amministrazione, in un territorio che in generale fatica a trovare la sua stabilità. Ma che, perlomeno, ha un regime parlamentare che lo rende uno degli Stati più democratici dell’Asia.

Sono 7 milioni i cattolici in Kenya, il 24 per cento della popolazione complessiva. La sua storia di evangelizzazione risale agli inizi del XVI secolo. Ci passarono i portoghesi, ma furono soprattutto gli Agostiniani a portare il Vangelo nel Paese africano. Finché succede che Jeromino Chingulia, sultano del Mombasa, in precedenza convertito al cattolicesimo, decide di attuare una politica di persecuzione contro i cristiani. Era il 1631. Il 21 agosto di quell’anno, vengono martirizzati oltre 150 cristiani, i martiri di Mombasa: la causa di beatificazione è in corso.

Dal XIX secolo in poi, è un fiorire di missionari. Arrivano gli Spiritani, poi i missionari della Consolata, poi i padri di Mill Hill. Cresce anche la gerarchia ecclesiastica, e ovviamente la missione diplomatica. Nel 1959 nasce la prima nunziatura di Nairobi, nel 1973 Maurice Michael Otunga è il primo cardinale a provenire dal Kenya. Giovanni Paolo II visitò la Chiesa kenyota per tre volte: nel 1980, nel 1985 e nel 1995.

Papa Francesco sarà dunque il secondo Papa a toccare il suolo kenyota. In un Kenya che cerca la sua strada per la stabilità, questa visita era molto cercata. Come spesso accade nei Paesi africani, ad una intensa attività missionaria si affianca una difficile situazione politico sociale. Corruzione e nepotismo sono all’ordine del giorno. E poi c’è il problema sicurezza. Nel 2011, il governo di Nairobi ha autorizzato le proprie truppe a passare il confine somalo. Come risultato, le formazioni jihadiste del movimento islamista al-Shabaab hanno compiuto numerosi attentati in Kenya. Lo scorso 2 aprile, c’è stato un terribile attentato a Garissa, durante il quale hanno perso la vita 150 persone, quasi tutti studenti cristiani.

Il rischio è quello che la visita di Papa Francesco venga strumentalizzata per fini politici. Ma c’è un dato positivo, e riguarda la cooperazione tra tutte le comunità religiose presenti in Kenya, tra cui la ben radicata comunità islamica. È questa la sfida del futuro.

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Una sfida difficile, in un Paese che vive una grande povertà. Tanto che gli ultimi scontri a Nairobi, lo scorso 6 novembre, sono avvenuti in contrasto con un progetto di creare lavori part-time per i giovani. Una opposizione giustificata dal fatto che l’iniziativa non fosse intesa per cercare lavoro, ma una copertura per creare milizie.

Proposta e reazione sembrano sproporzionate, ma gli osservatori notano che questo è il segnale che le tensioni tribali si stiano di nuovo scaldando, otto anni dopo la violenza che portò alla morte di più di mille persone e più di 600 mila sfollati.

Il divario politico è necessariamente un divario tribale, e si risolve in un attacco alla tribu Kikuyu del presidente Uhuru Kenyatta, portata avanti dalla tribù Luo. Il conflitto tribale risale addirittura al 1963.

Così Papa Francesco visiterà un Paese che “è ancora diviso in linee tribali”, come ha affermato il Rev. Peter Karanja, segretario generale del Consiglio Nazionale delle Chiese (una associazione di Chiese protestanti) in Kenya. E, prima del viaggio di Papa Francesco, il vescovo Cornelius Kohr ha sottolineato che “la nostra nazione sta affrontando un grande processo che minaccia di metterci da parte”.

Nel viaggio, avranno il sostegno dai cieli di una martire del Kenya, Marianna Cavallo, che prese il nome di Suor Eugenia e dedicò la sua vita missionaria al Kenya. Parti nel 1921, e vi rimase fino al 1953, con vari ruoli, quando fu uccisa da un gruppo di Mau Mau che provavano a fare irruzione nel suo convento e che lei aveva probabilmente riconosciuto.