La monaca di Monza morì in odore di santità? Terza parte

La monaca di Monza secondo Nicola Consoni
Foto: Musei di Monza
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Terza parte

La redenzione

La condanna
 Con la scusa di un’ispezione, si recò al monastero per intrattenersi in colloquio con le monache. In realtà l’obiettivo era Virginia e, una volta incontratala, Borromeo non esitò, con giri di parole, a suscitare in lei il desiderio di confessare. Ma la monaca non cadde nella rete del cardinale, anzi, ribadì, senza mai entrare nello specifico, che la sua vita specchiata era davanti a tutti. Il colloquio si concluse, ma Borromeo aveva ormai capito con chi aveva a che fare. Intanto i due amanti sapevano benissimo che la situazione stava loro sfuggiendo di mano e commisero un altro errore. Il farmacista Rainiero Roncino aveva cominciato a parlare apertamente delle “porcherie” che avvenivano in monastero e di chi fossero le persone coinvolte. La sua condanna a morte era ormai decisa. Uno dei bravi della famiglia Osio, essendo il suo padrone in carcere a Pavia, si incaricò di ucciderlo con una pistola che fece ritrovare, come per ogni poliziesco che si rispetti, a tempo opportuno proprio nella casa dell’ex prete Paolo Arrigoni, un modo discreto per metterlo a tacere per sempre. Arrigoni venne, infatti, arrestato; nessuno ormai aveva più intenzione di coprire questa tremenda storia. Ben presto le accuse verso Virginia e Giovanni Osio diventarono un fiume in piena.Tutti parlavano, tutti sapevano. Lo scandalo non conobbe più alcuna reticenza. Tutto fu riportato nei verbali del processo, anche i fatti più scabrosi.

Davanti all’inesorabilità della macchina della giustizia, Osio decise di mandar via da Monza i suoi servi per paura che potessero essere chiamati a confessare; lui stesso riuscì a fuggire da Pavia grazie a connivenze, poi pensò che il luogo più sicuro fosse proprio il monastero a Monza. Con la complicità delle due monache già citate come amiche di Virginia, trascorse qualche giorno nella stanza di una delle due, ma le altre monache si insospettirono a causa del "traffico" di cibo. Era chiaro che un estraneo, forse proprio Giovanni Osio, era nel monastero. Le monache avvisarono il cardinale, che aveva avuto anche altre segnalazioni. Osio, avvertito dalle sue complici, riuscì ancora a scappare e a raggiungere Padova. Virginia, intanto, veniva trasferita in stato di arresto presso il monastero di Sant’Ulderico al Bocchetto per essere finalmente processata. Questo trasferimento non fu però un’impresa facile. Virginia, da fedele figlia di soldato, si ribellò alla cattura e ne nacque una colluttazione assai movimentata nella quale riuscì addirittura a sfilare a una delle guardie venute ad arrestarla la spada con la quale tentò di farsi strada per la fuga, ma tutto fu inutile. Mentre Virginia era in attesa del processo, Osio, nella partenza precipitosa dal monastero, aveva portato con sé le due monache, complici e testimoni di tanti delitti, volendole uccidere al momento giusto. Prima provò con suor Ottavia ferendola gravemente, ma la donna si salvò e confessò tutto presso l’ospedale dove era stata ricoverata. La stessa sorte si ripeté per suor Benedetta: anch’essa venne colpita dal giovane, ma riuscì a fuggire e a confessare, anche lei, tutti i delitti di cui era stata testimone.

Nel frattempo furono scoperti i cadaveri dei primi delitti. A questo punto il destino era segnato. Osio venne condannato in contumacia. La sua casa fu completamente distrutta dal Governatore di Milano che innalzerà in quel luogo una Colonna chiamata “Infame” ricordata anche dal Manzoni; su di lui venne posta un'importante taglia. Intanto, anche i suoi “bravi” (che avevano commesso materialmente gli omicidi del Ferrari e del Roncino) furono decapitati. Tutti i beni degli Osio furono confiscati e la famiglia fu ridotta alla miseria. A rendere più amara la storia, Giovanni Osio fu ucciso a tradimento da chi credeva un amico, per ragione di taglia. Se ormai per il giovane amante era tutto finito, non così per suor Virginia. Il 27 novembre 1607 si aprì il processo, dove sfilarono tutti i testimoni, come leggiamo negli atti, pubblicati integralmente dalla Curia milanese. Il 18 ottobre del 1608 venne letta la sentenza: Virginia fu condannata a essere murata viva per sempre presso il convento di Santa Valeria.

La redenzione
Il Ripamonti scrive nelle sue cronache che la donna accolse la decisione dei giudici come un grandissimo dono, come una specie di liberazione. Per quattordici lunghi anni rimase chiusa nell’angusta cella, quattro metri per tre con un piccolo sfiatatoio per l’aria e la luce. Dopo un percorso di mortificazione e pentimento la potente donna di un tempo era completamente cambiata. La sua sola presenza al di là del muro della cella suscitava non più timore, ma una grande ammirazione e non pochi avvertivano, come riportato dalle cronache, che lì viveva una santa. Tanta venerazione suscitò qualche perplessità anche nel Borromeo che si decise, dopo quattordici anni di reclusione, a incontrarla per capire se ciò che veniva detto corrispondeva a verità. Dopo qualche indecisione si accorse di avere davanti a sé una donna completamente cambiata dalla bontà di Dio e decise la sua liberazione. Già vecchia e malata, era lo spettro di colei che fu la potentissima Monaca di Monza. Viveva in silenzio, in continua preghiera e penitenza; l’unica persona con la quale parlava era proprio il cardinale che da accusatore era ormai un suo estimatore. Da questi colloqui nacque una corrispondenza di sapore mistico che accentuò quell’alone di santità che scaturiva da quella piccola donna. Negli ultimi anni della sua vita fu confortata dalle consorelle e dalla vicinanza del Borromeo: "Ormai - come scrisse lo stesso cardinale - era una donna che non apparteneva più al mondo, ma a qualcosa che dava pace solo a guardarla”. Così, il 7 gennaio del 1650, moriva santamente la monaca benedettina Virginia, al secolo Marianna de Leyva, la “Monaca di Monza”.

Fine

seconda parte 

prima parte 

Testo pubblicato su: 

Wall street journal Magazine