Pace, religioni e giovani, la visione della Comunità di Sant'Egidio

Marco Impagliazzo
Foto: pd
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“Ci sono guerre che durano da troppo tempo, come quelle in corso in Siria e in Iraq. Ma anche conflitti a bassa intensità, molti in Africa e altrove. Senza contare il terrorismo e la violenza diffusa di cui sono vittime molti Paesi dell’America Latina.

Occorre lanciare un forte messaggio al mondo. Lo faremo dal cuore di un’Europa che, pure in crisi di solidarietà, deve ritrovare nella costruzione della pace il suo fondamento”: così si è espresso il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, durante la presentazione di ‘Strade di Pace-Paths of Peace’, l’incontro internazionale nello ‘spirito di Assisi’ che si chiude oggi nelle città tedesche di Münster e Osnabrück.

Presenti tra gli altri la cancelliera Angela Merkel, il grande Imam di Al-Azhar Al-Tayyeb, il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, Giovanni X, patriarca greco ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, il direttore del Gran Rabbinato di Israele, Moshe Dagan; il card. Ernest Simoni; padre José Alejandro Solalinde; il card. Dieudonné Nzapalainga; il rabbino capo di Turchia, Isak Haleve, il rappresentante dei Rohingya dalla Birmania, Al-Haj U Aye Lwin, il reverendo Munib Younan, presidente della Federazione Luterana Mondiale; il card. John Olorunfemi Onaiyekan e il sultano Al Hajji Muhammad Sa'ad Abubakar III e numerosi rappresentanti delle religioni orientali.

A lui abbiamo chiesto di spiegarci in quale modo si possono aprire ‘strade di pace’: “Abbiamo scelto di intitolare ‘Paths of peace – Strade di pace’ l’incontro internazionale che si è svolto in Germania, nelle città di Münster e Osnabrück, dal 10 al 12 settembre, nella convinzione che è necessario riprendere con forza un’iniziativa di pace. Ci sono guerre che durano da troppo tempo, come in Siria e in Iraq. Ma anche conflitti a bassa intensità, in Africa e altrove. Senza contare la violenza diffusa, di cui sono vittime molti paesi dell’America Latina, e la minaccia del terrorismo globale, che ha insanguinato anche alcune città europee, come Barcellona. E proprio nella città catalana, ad agosto si è tenuto un grande convegno di giovani europei (erano più di 500) che hanno voluto manifestare la loro volontà di pace e l’impegno a costruire la società del vivere insieme. Noi di Sant’Egidio siamo convinti che il dialogo e l’integrazione possano aprire strade di pace. Le religioni aumentano le passioni e le emozioni e possono anche essere manipolate. Ma se indirizzate verso la pace e il dialogo restituiscono un’anima a Paesi e continenti in crisi e divisi al loro interno”.

E proprio da Barcellona i giovani della Comunità di Sant’Egidio hanno chiesto di non erigere muri: saranno ascoltati?

“A Barcellona i Giovani per la Pace, il movimento giovanile di Sant’Egidio , hanno lanciato un appello all’Europa: ‘More Youth, More Peace’. E’ vero, i giovani sono una forza di pace per il futuro e, contrariamente a quanto si pensa, non sono affatto individualisti, concentrati su di sé o distratti. Almeno, non lo sono più degli adulti! Il disinteresse e il disimpegno esistono, ma c’è anche voglia di mettersi in gioco e aiutare: un nuovo protagonismo giovanile, che trova sbocco nelle tante iniziative dell’estate di solidarietà che, a Roma e in tutta Italia, hanno coinvolto migliaia di giovani nel sostegno agli anziani, ai senza dimora, ai rifugiati. Solo per fare un esempio, in pieno agosto, più di mille giovani italiani e immigrati nuovi europei si sono ritrovati a Catania per la ‘Tre giorni senza frontiere’, una festa di sport, solidarietà e integrazione. Occorre ascoltare questo desiderio di pace dei giovani”.

Con quali strumenti rilanciare il tema della pace a livello popolare?

“Il nostro tempo ha bisogno di una cultura di pace. C’è troppa ignoranza e indifferenza per temi seri, che ci riguardano tutti, come le guerre, la crisi ambientale o l’accoglienza ai rifugiati. Prendiamo la distrazione con cui l’opinione pubblica ha seguito questa estate l’escalation nella crisi tra Corea del Nord e Stati Uniti. E’ solo un esempio di come si sia perso lo scandalo per la guerra. Ma penso anche all’appello #SaveAleppo lanciato da Andrea Riccardi, quando i bombardamenti non risparmiavano neppure gli ospedali e nel mondo nessuno manifestava per la pace in Siria. Ci deve essere una protesta, una rivolta spirituale dei credenti perché vengano sbloccate situazioni che appaiono immobili e che causano tante sofferenze. E’ quanto cerca di fare ogni anno la Comunità di Sant’Egidio radunando nello spirito di Assisi leader religiosi, ma anche esponenti della cultura e della politica. Fondamentale in questo processo di elaborazione di una cultura di pace è il ruolo della comunicazione: quella tradizionale, ma anche attraverso il linguaggio del web e dei social”.

Quanto è 'forte' oggi lo spirito di Assisi?

“Lo spirito di Assisi è un frutto maturo, che ha 30 anni di storia, e che ha mosso un ideale pellegrinaggio dei credenti delle grandi religioni mondiali, toccando tutti i continenti: dall’Africa all’Europa, dall’Asia alle Americhe. Dobbiamo tutti molto alla profezia di Giovanni Paolo II, che in un tempo ancora segnato dalla guerra fredda, intravide la forza di pace intrinseca alle religioni. E nella società globale lo spirito di Assisi è divenuto ancor di più una necessità, perché siamo destinati a vivere gli uni accanto agli altri. Lo ha affermato papa Francesco lo scorso anno proprio nell’incontro promosso da Sant’Egidio per i 30 anni della preghiera per la pace di Assisi: ‘Il nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio’”.

Il Papa nel suo messaggio per l'evento scrive: "Quello che non possiamo e non dobbiamo fare è restare indifferenti, così che le tragedie dell’odio cadano nell’oblio e ci si rassegni all’idea che l’essere umano sia scartato e che gli vengano anteposti il potere e il guadagno. L’incontro di questi giorni, che desidera aprire e rafforzare strade di pace e per la pace, sembra voler proprio rispondere a questo invito: vincere l’indifferenza di fronte alla sofferenza umana. Vi ringrazio per questo e per il fatto che siete insieme, nonostante le differenze, per cercare cammini di liberazione dai mali della guerra e dell’odio. Per fare questo, il primo passo è saper ascoltare il dolore dell’altro, farlo proprio, senza lasciarlo cadere e senza abituarvisi: mai al male bisogna abituarsi, mai ad esso bisogna essere indifferenti".