I Domenica di Avvento: io chi sto aspettando?

Ivan Rupnik, angelo con la lampada, dettaglio
Foto: Centro Aletti
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Con il tempo di Avvento inizia, per la Chiesa, anche il nuovo Anno liturgico, nel corso del quale torniamo a ri-vivere la vita, la morte e la resurrezione di Cristo. In tal modo celebrando le feste dell’anno liturgico, noi abbiamo la  possibilità di entrare sempre di più nel mistero di Cristo e così assimilare la redenzione da Lui operata. In definitiva quello che oggi inizia è un cammino nel quale siamo chiamati a “rivestirci del Signore Gesù” perché è Lui la nostra vera identità, perché solo in Lui troviamo la Verità ed il senso della vita, il nostro vero destino.

Il tempo di Avvento è costituito da quattro settimane, segnate dalla figura di tre grandi personaggi biblici, che sono proposti ai cristiani come modelli: il profeta Isaia, Giovanni il Battista e la Vergine Maria. Tutti sanno chi stanno aspettando: aspettano nientemeno che il Messia, il Figlio di Dio, il Salvatore. 

Oggi celebriamo, dunque, la prima domenica di Avvento. La parola Avvento significa “venuta”. Nasce, pertanto, spontanea una domanda: “Ma chi è che sta arrivando ?”, e soprattutto: “Io, chi sto aspettando?”. 

Per questa ragione nel brano di Vangelo si parla di una “venuta di Cristo”: “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: come fu ai giorni di Mosè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”. La venuta di Cristo si realizza in diversi momenti: nella storia, 2000 anni fa; in ciascuno di oggi attraverso l’ascolto della Parola di Dio e la partecipazione ai sacramenti, principalmente l’Eucarestia; nel momento della nostra morte; nel momento della fine della storia umana.

I testi della liturgia sembrano, oggi, invitarci a riflettere sulla venuta di Cristo che sembra coincidere con la nostra morte, con il nostro ingresso nella vita eterna. 

Questa venuta di Cristo ci viene presentata come imminente, perché può accadere in ogni momento. Di qui l’invito del Signore: Vegliate, dunque! Si veglia quando si attende qualcosa di significativo oppure quando si aspetta qualcuno che ci sta particolarmente a cuore. Diversamente si viene distratti dalle cose secondarie e non attenti al fatto essenziale. 

La vigilanza è fatta di attesa: il mio cuore è proteso verso un Bene, una Bellezza e  una Verità che già conosco, ma che mi sarà dato in pienezza nel futuro; per questo la vigilanza è fatta anche di impegno. Il cristiano non è uno sfaccendato, ma uno impegnato a portare a compimento la propria vocazione, cioè il progetto di Dio su di lui. Ciascuno ha il suo compito. Di qui l’importanza della preghiera, dell’amore fraterno, dell’impegno a vivere la quotidianità come via di santificazione.

  Questa attitudine ci impedisce di comportarci come i contemporanei di Noè: mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito,…e non si accorsero di nulla. Quando nella vita viene meno l’orizzonte di Dio l’unica preoccupazione rimane quella di trarre il maggior vantaggio e godimento da questa vita, chiudendo gli occhi davanti a tutto il resto. Ma è solo questo lo scopo della vita? 

In questa domenica siamo, dunque, chiamati a lasciare emergere in noi alcune domande che cerchiamo in tutti i modi di evitare perché troppo scomode: “quali sono le ragioni che mi portano ad agire?” A che cosa mira tutto il mio affannarmi? Dove mi porta tutto il mio correre? Che senso ha il mio agire, il mio soffrire, il mio gioire, il mio amare? 

Chiediamo al Signore la grazia di comprendere che l’accoglienza o il rifiuto del Signore, vivere nell’obbedienza o nella disobbedienza a Lui non è la stessa cosa per la nostra vita e la vita del mondo.