Qui c'è il dito di Dio: a Trento, con la Guerra il carisma di una donna insieme al vescovo

La copertina del libro
Foto: Città Nuova
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“L’osservazione retrospettiva di quanto accadde a Trento, dalla metà degli anni Quaranta fino agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, tra la giovane Silvia-Chiara Lubich e il suo Arcivescovo, mons. Carlo de Ferrari, suscita una meraviglia tale da accendere interesse anche negli storici”. Così Luigi Bressan, Arcivescovo Emerito di Trento, introduce i lettori nella storia della nascita di un carisma, quello dei Focolarini, grazie ad “una “inspiegabile” sintonia di intenti e di volontà di compiere il bene”.

Il volume "Quì c’è il dito di Dio”, da poco pubblicato per i tipi di Città Nuova, racconta il periodo in cui Chiara, e con lei il Movimento, era sotto studio da parte del Sant'Uffizio e della CEI.

Si tratta di un accurata ricerca storica firmata da Lucia Abignente, che però ha lo stile di un racconto e accompagna il lettore nelle pieghe dell’anima di due personaggi fondamentali nella storia italiana.

Monsignor de Ferrari e Chiara Lubich, scrive Bressan, “così diverse per età, carattere, cultura umana, esperienza ecclesiale, che si incontrano in uno dei momenti storici più drammatici e complessi del XX secolo. Nonostante tutto questo, si comprendono nel profondo, sono capaci di leggere l’uno nell’anima dell’altra”. É un periodo difficile quello della guerra mondiale prima e del dopo guerra.

“Le  particolari condizioni della nostra terra - scrive Bressan- avrebbero potuto rendere problematica la ripresa della vita “normale” dopo la fine del fascismo e della guerra, dato il pericolo che le tensioni e i conflitti ideologici ed economici degenerassero in scontri violenti. Uno dei grandi meriti di mons. Carlo de Ferrari fu quello di far sì che prevalesse un clima di distensione operosa, in cui poté fiorire la ricchezza spirituale dei vari carismi”. E  “del suo appoggio alle Focolarine (allora erano tutte donne) non si parlava molto in diocesi, poiché prevaleva una maggioranza contraria a un nuovo movimento, in un’epoca ecclesiale abituata piuttosto allo schematismo classico e strutturato”.

Del vescovo, Igino Giordani scrisse: «Ricordo la sua sapienza, la sua prudenza ed anche la sua lepidezza con cui venne, per anni, dipanando sempre ogni difficoltà. Ché egli il bene non soltanto lo faceva, ma anche lo sapeva fare. Rivelava nei suoi discorsi e nelle sue azioni l’ansia pastorale di convogliare ogni cosa verso lo sbocco della gloria di Dio; e perciò incoraggiava, ammoniva, riprendeva, e soprattutto insegnava con l’esempio. […] si vedeva come egli avesse trovato nel focolare uno spirito religioso a lui carissimo. Perciò, scherzando, si definiva “focolarino onorario” […]. [Nel 1956 scriveva:] “Ai focolarini arcicarissimi delle cento città e oltre!”.

Come ricorda l’autrice nella introduzione “Nella storia di Chiara Lubich e dell’Opera di Maria, più conosciuta come Movimento dei Focolari, che da lei ha avuto origine a Trento negli anni della Seconda guerra mondiale, è all’arcivescovo del luogo, mons. Carlo de Ferrari, che si deve il primo autorevole discernimento dell’agire di Dio in quanto stava nascendo. La comprensione convinta – «Qui c’è il dito di Dio» – dimostrata al primo approccio con l’esperienza che si stava diffondendo intorno a Chiara e alle sue prime compagne fu, negli anni a seguire, confermata da un agire coerente e costante dell’arcivescovo, che con sapienza, perseveranza e amore paterno accompagnò Chiara e il Movimento negli anni delicati e complessi dello studio di esso da parte della Chiesa di Roma. La consapevolezza di tutto ciò ha mantenuto negli anni sempre viva la gratitudine nei confronti di colui che dalle prime e primi focolarini, anche quando la diffusione dei Focolari li ha disseminati nel mondo, è stato sentito sempre come «il nostro vescovo». Era, dunque, presumibile e, in certo senso, doveroso che il Centro Chiara Lubich prestasse, tra i suoi primi studi, un’attenzione particolare alla sua figura e al suo interagire con la Fondatrice del Movimento dei Focolari”.

Del resto basta scorrere l’indice per capire quanta storia, e non solo spirituale, c’è nelle poco più di 300 pagine del volume: dal buio die rifugi durante al guerra alla scuola di comuntà, fino al cammino verso il riconoscimento del carisma e alla nascita di una realtà che andava guidata.