Santa Sede, missione rifugiati. “Ricostruire il clima di fiducia”

Una statua della Madonna in un campo rifugiati visitato dal Cardinale Mahony e l'arcivescovo Tomasi
Foto: Sezione MIgranti - Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Integrale
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Il primo obiettivo è quello di “ricostruire il clima di fiducia” per permettere ai rifugiati di ritornare a casa. Lo racconta ad ACI Stampa l'arcivescovo Silvano Tomasi, segretario delegato del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale, che è stato in un “pellegrinaggio” di 10 giorni in Libano, Giordania, Iraq, Grecia.

L'arcivescovo Tomasi ha potuto toccare con mano il lavoro incessante fatto dalle organizzazioni caritative della Chiesa in favore dei rifugiati: sono oltre 76 le agenzie cattoliche impegnate sul territorio, che hanno investito 500 milioni di dollari prestando servizio ad oltre 2 milioni di persone.

Racconta ad ACI Stampa: “La situazione più disperata che ho potuto vedere è stata la totale sfiducia che si è creata in tutte queste nazioni. Si è trattato di un terremoto per l’identità di popoli che prima vivevano in armonia. E, sì, la scossa principale è finita, ma ci sono ancora scosse di assestamento, tremori… è facile ricostruire edifici e case, è facile rimettere a posto l’elettricità. Ma è difficile fare sì che le persone stiano di nuovo insieme, abbiano di nuovo fiducia”.

Noi – dice l’arcivescovo Tomasi – “abbiamo visto le differenti situazioni dei campi che si prendono cura delle situazioni più vulnerabili. E crediamo che la situazione attuale richieda un intervento della comunità internazionale, specialmente per quanto riguarda le persone e i rifugiati”.

Chiosa l'arcivescovo: “Il processo di ricostruzione in Siria e in Iraq è straordinariamente importante. Ma la ricostruzione va fatta attraverso la fiducia. Le Chiese cristiane e i leader religiosi musulmani possono essere strumenti di pace e riconciliazione e guarigione.”

Tra i vulnerabili visitati, anche i migranti per lavoro, quei “65-70 mila filippini – racconta l’arcivescovo Tomasi – che lavorano in Medio Oriente, si prendono cura delle famiglie, sono pagati molto poco, subiscono anche abusi. La legge li obbliga a rimanere solo con una famiglia, non possono cambiare… è una forma di schiavitù sofisticata. Anche a loro pensavamo quando ero Osservatore Permanente a Ginevra e la Santa Sede ha dato il suo contributo alla Convenzione per i lavoratori domestici. È un tema sul quale dobbiamo impegnarci”.

La parte migliore del viaggio – racconta – è stato “vedere la generosità e il sacrificio di quelli che si prendono cura delle persone. Sono persone giovani, che vengono da tutto il mondo, stanno sul pezzo, lavorano giorno dopo giorno, senza pause, senza weekend, per aiutare le persone nuove che arrivano: ci sono 6 mila persone al giorno che vanno tuttora via da Mosul”.

E l’arcivescovo Tomasi racconta qualcuna di queste esperienze. Ci sono “programmi di educazione informale nella valle di Bekah, al confine tra Libano e Siria, che coinvolgono i ragazzi la cui carriera scolastica è stata fermata dal conflitto. I programmi raggiungono tra i 200 e i 250 bambini. A Erbil ci sono 6 scuole coordinate dal Caholic Relief Service (la Caritas USA, ndr) che lavorano con 8 mila bambini”.

Diverse le problematiche: il Libano ospite un milione di rifugiati su 4 milioni di abitanti, in Giordania la nazione prova di essere straordinariamente generosa, ma con i problemi connessi al tipo di immigrazione (gli iracheni non potranno restare, perché provengono in buona parte dall'esercito), l'Iraq vive una situazione complicatissima e la Grecia si trova presa in mezzo. 

Ma su tutto - conclude l'arcivescovo - "brilla il lavoro delle organizzazioni cattoliche, e noi abbiamo voluto andarle a ringraziare personalmente".