Un viaggio in Africa, in cerca degli “anonimi della fede”

Una immagine dall'ultimo viaggio africano di MotoForPeace
Foto: MotoForPeace
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Sessanta giorni di viaggio, toccando otto diversi Paesi sul continente africano, in cerca degli anonimi della fede: è questa l’esperienza che si accingono a fare, nella primavea 2018, i membri di “MotoforPeace”, giunti ormai alla loro 14esima missione internazionale.

E poco importa che già sono stati in Africa. Perché è lì – raccontano – che “il bisogno è assoluto”. Ed è lì che i missionari “sono stati l’unica costante fonte di speranza per i popoli che vi abitano”.

Ma che cosa è “Moto for Peace"? Si tratta di una ONLUS, formata da appartenenti alla polizia di Stato, Carabinieri e altre polizie estere. È nata nel 2001, con l’obiettivo di realizzare attività di soccorso umanitario e progetti di sviluppo locali.

Le missioni sono finanziate dagli stessi soci, da donazioni, da sponsor tecnici. L’ultima missione, durata 58 giorni, è partita da Panama ed è arrivata New York, toccando otto Paesi per raccogliere fondi per un orfanotrofio in Bolivia e di cinque centri medici a Tegucigalpa, Honduras. La prima, nel lontano 2000, è partita da Roma ed è arrivata a Capo Nord, ed ha raccolto fondi per la ricerca sulle sindromi atassiche.

Tra i vari viaggi, persino un percorso intero della Repubblica Popolare Cinese.

Girando il mondo, si sono resi conto che sono i missionari quelli più presenti sul territorio. I missionari a portare avanti i progetti. I missionari un punto di riferimento imprescindibile. Ed è per questo che tornano in Africa – ci sono già stati nel 2010 – alla ricerca degli anonimi della fede.

Non sarà un percorso semplice. Dura 59 giorni, e tocca Sudafrica, Namibia, Angola, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Sudafrica, Lesotho, e di nuovo Sudafrica prima del rientro in Italia.

Quello dei missionari – spiega Bernardo Lepore di Moto for Peace – è un “lavoro quotidiano e pacato, svolto con fede responsabilità e abnegazione, passa troppo spesso sotto silenzio”, per questo il progetto di quest’anno intende “supportare l’impegno dei cattolici impegnati in Africa, visitando le comunità dove operano, per dare un volto a tutti quei religiosi che le animano e le fanno vivere”.

Così, è stato coinvolto il Pontificio Consiglio Cor Unum, oggi assorbito dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, per cercare questi “anonimi della fede”. La raccolta fondi sarà così devoluta a specifiche finalità, con un occhio particolare per le popolazioni che abitano in zone remote e villaggi rurali, e tra queste popolazioni una attenzione speciale per i bambini.

Sarà una missione più difficile delle altre. Anche perché, una volta saputo che la missione si destinava alle istituzioni cattoliche, in molti, tra sponsor e donatori, si sono tirati indietro. Come se sostenere realtà confessionali fosse portatore di problemi. E come se si ignorasse che, per esempio, in Africa il 70 per cento delle strutture sanitarie sono di proprietà di organizzazioni di fede, dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità alla mano. Non ci sarebbe welfare né assistenza ai poveri, se non ci fosse la Chiesa. 

L’area dell’intervento di Moto for Peace riguarda le zone di Malanje, Ondjiva, Windhoek, Francistown, Edenvale, Hwange, Gweru e Harare “dove l’impegno dei missionari cattolici si confronta con realtà afflitte da povertà, scarsità di risorse e instabilità sociale”.

Il viaggio avrà il sostegno del dipartimento di pubblica sicurezza e dell’Interpol.