Venezuela, affamato e allo stremo anche spirituale

Il vescovo José Luis Azuaje Ayala
Foto: Caritas Venezuela
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Il Venezuela è allo stremo, e ora si aggiunge anche la inquietante ombra dei brogli elettorali per ottenere una “assemblea costituente” non legittima e creare un nuovo regime.

Venerdì scorso la Santa Sede ha manifestato la sua preoccupazione ancora una volta. Intanto da Caracas arrivano notizie sempre più drammatiche anche dal punto di vista spirituale.

Come spiega José Luis Azuaje Ayala vescovo di Barinas e primo vicepresidente della Conferenza episcopale venezuelana oltre che Presidente de Caritas A-L y Caribe, i vescovi vivono la preoccupazione della complessità del momento.

In una lunga intervista rilasciata al collega Alvaro de Juana di ACI Prensa il vescovo dice: “Viviamo il momento con il senso profetico della denuncia e per chiedere giustizia, siamo in continuo discernimento dei segni dei tempi, e mettiamo al primo posto l’importanza della vita della persone e tra loro dei più poveri. E questo ci porta a valutare la realtà socio-politica non da una  visione neutra, ma come attori del momento storico al quale il Signore ci ha chiamato in mezzo al nostro popolo”.

E ancora, dice Azuaje Ayala,  “sappiamo che in un regime come quello del nostro paese, senza la solidarietà e violento qualsiasi parola o azione rischia di essere screditata e persino violentata. Ma la paura non ci frena e cerchiamo di essere al pieno servizio per la vita, la gente, i poveri e gli indifesi”.

Parlando delle elezioni della Costituente che ormai il mondo intero sa che sono state manipolate, il vescovo spiega che “ogni giorno si sente più la repressione del governo” e si tratta di fatti che “indicano un deterioramento irreversibile del processo politico”.

Dolore e incertezza dunque oltre che miseria le sfide che sacerdoti e vescovi devono affrontare perché “la paura crea paralisi”.

Il vescovo racconta che l’impressione dei brogli elettorali è chiara: solo in pochissimi sono andati a votare e molti di loro lo hanno fatto perché minacciati, tanto che poi hanno sentito il bisogno di confessarsi: “Ci sono storie di persone cattoliche che fanno parte delle nostre parrocchie e che quasi confessano come un peccato imperdonabile di aver votato, si sentono umiliati perché la loro libertà è stata violata, perché sono stati minacciati,  avrebbero perso il posto di lavoro o i benefici ricevuti del governo”.

Nessuna speranza nemmeno in un dialogo sincero con istanze come la Santa Sede, spiega il Vescovo che però sa bene quanto il Papa sia vicino alla gente del Venezuela: “Sono sempre stati disposti a mediare, e  lo apprezziamo. Ma le esperienze insegnano. Il dialogo non è riuscito da ottobre a dicembre e questo ha dimostrato che dai governi come questo si deve pretendere molto più che la buona volontà”. 

Quattro le condizioni per sedersi di nuovo al tavolo della mediazione: decidere un calendario elettorale, liberare i prigionieri politici, aprire un canale umanitario per far arrivare cibo e medicine per il paese,  e ripristinare i poteri dell'Assemblea nazionale. “Queste sono le richieste, dice  il vescovo, ma non si vede niente di tutto questo. Ledezma e Lopez sono stati nuovamente presi dalle loro case e portati in prigione. Gli arresti domiciliari avevano solo uno scopo elettorale”.

Qual è allora il ruolo possibile della comunità internazionale? 

Per il vescovo José Luis Azuaje Ayala serve che “alcuni paesi mettano da parte i propri interessi economici e diventino sensibili ai bisogni di un popolo che è affamato e ammalato per mancanza di medicine, un popolo al quale rubano il futuro, l’umanità e la tranquillità spirituale. Molti dei nostri fratelli stanno lasciando il paese, in fuga da questa terribile crisi e dalla violenza”.

Ma il vescovo non perde la speranza che deve arrivare “attraverso la consapevolezza, la forza interiore dei venezuelani, il senso di solidarietà e dei valori della democrazia seminato nella maggior parte delle persone, che rimarranno attive nella ricerca del bene comune e la pace, il rispetto della dignità della persona umana, la promozione dei diritti umani e la difesa della vita”.

E la speranza anche per i giovani morti che molti vedono e sentono come veri e propri martiri. “ E’ una forza che ci accompagna come speranza attiva- spiega il vescovo- Tutti i giorni cerchiamo ragioni per credere e ogni volta che vediamo un bambino o un giovane o un anziano, una madre di famiglia, un malato vediamo in lui il volto di Gesù sofferente sulla croce e questo attiva la nostra responsabilità per la vita di tante persone che incontriamo nelle nostre comunità, e ci facciamo compagni di strada verso la libertà, la pace, la riconciliazione e lo sviluppo”.