Un predicatore di Buenos Aires, un Papa che predica

Il Papa e Padre Spadaro alla 36 congregazione generale
Foto: FB- Antonio Spadaro
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Il 13 marzo del 2013 molti di noi per capire meglio chi fosse il nuovo Papa venuto dalla “fine del mondo” sono andati ad aprire il sito della diocesi di Buenos Aires per cercare informazioni.

E abbiamo trovato decine di omelie del vescovo della città, dall’inizio del suo ministero. Una abitudine che il sito diocesano mantiene ancora, tanto che le omelie del successore, Poli, sono tutte li’, on line.

Certo sono in quello spagnolo dell’ Argentina, in una forma di porteño difficile da capire per chi non è mai stato nella città.

Ma le abbiamo subito lette, trovando tanti temi in comune con il suo immediato predecessore, Benedetto XVI. Uno tra i tanti temi il relativismo culturale.

Le omelie, lette allora velocemente ed avidamente, avevano un taglio politico e sociale, molte fatte proprio in occasioni politiche, ma anche molto “tradizionali” legate alla amministrazione dei sacramenti e al culto dei santi.

Un vescovo normale insomma per l’America Latina.

Poi i testi sono stati un po’ lasciatoi da parte. Incalzava l’attualità, le “novità” di Papa Francesco, quel modo di fare omelie da parroco di periferia ogni mattina nella messa di Santa Marta.

Il pregio del lavoro editoriale di Antonio Spadaro, "Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires 1999-2013"  è proprio quello di averle recuperate e rimesse tutte insieme, secondo un semplice ordine cronologico, ma con i titoli che letti tutti insieme, di fila, sembrano quasi una ulteriore omelia.

La traduzione italiana così ci permette di entrare meglio nello spirito di Bergoglio, nella quotidianità prima di Santa Marta.

Tutto è spiegato nella conversazione che il curatore, Spadaro, ha tenuto con l’autore, Bergoglio. Si comprende come il Papa non ami leggere testi scritti, come prepara le omelie, coma parla con i fedeli, e come voglia ricordare e ripetere episodi, aneddoti e momenti della sua vita sacerdotale.

 Un gesuita sui generis, si potrebbe pensare, perché i figli di Sant’ Ignazio sono dedicati più all’apostolato che alla pastorale. Ma i giovani gesuiti fanno il voto di insegnare ai bambini e di questo racconta il Papa nella sua conversazione.

Ma un vescovo che forse era anche più diretto, chiaro e netto nel suo parlare, di quanto lo sia oggi il Papa. Ma certo si ritrovano tutte le espressioni che ormai abbiamo imparato a conoscere, dalla mondanità spirituale alla Chiesa della periferia e tanto altro.

E nella conversazione tra il Papa e Spadaro emergono tutte le caratteristiche specifiche di Bergoglio, con il suo essere gesuita, ignaziano e con il suo essere precisamente argentino.

Come quella idea di popolo che viene proprio dall’ America latina: “il popolo di Dio - dice nella conversazione- è capace di piangere e di far festa. E questa non è una idealizzazione ...Per predicare al popolo bisogna guardare, saper guardare e saper ascoltare, entrare nel processo che vive, immergersi”, e aggiunge sorprendentemente: “ma anche il prete più stupido e anche il prete più corrotto è capace di questo”.

Spiazzante, se messo all’inizio di un libro di omelie. E confessa il Papa che vorrebbe fare ancora le omelie “a braccio” nella lingua delle persone che ha davanti: “ vorrei non essere tradotto ma parlare la lingua”!

Ed è chiaro che per preparare una omelia non bastano pochi istanti. Per una breve omelia è richiesto un “discernimento” anche di un intera giornata, dice Francesco.

Le prediche “politiche” hanno un grande ruolo naturalmente, come quella fatta per la morte del presidente Kirchener che davvero non amava Bergoglio.

E, dice, ogni omelia è politica. “Perché la politica si fa in mezzo al popolo” dice. Così il cerchio della logica di Papa Francesco si chiude e si comprende.

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