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1910, Pio X: San Carlo Borromeo antidoto al modernismo

110 anni fa l'enciclica di Papa Sarto dedicata al terzo centenario della canonizzazione dell'Arcivescovo di Milano

La creazione cardinalizia di San Carlo Borromeo |  | pubblico dominio La creazione cardinalizia di San Carlo Borromeo | | pubblico dominio

“La rinnovata glorificazione di Carlo, modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi, riuscirà dopo tre secoli per tutti i cattolici di singolare conforto ed istruzione, come di nobile incitamento a tutti per cooperare strenuamente all'opera che tanto Ci sta a cuore della restaurazione di tutte le cose in Cristo”. Così Papa Pio X ricordava il terzo centenario della canonizzazione di San Carlo Borromeo, nella enciclica Editae Saepe, pubblicata esattamente 110 anni fa.

“Quando più sbrigliata la licenza dei costumi, più feroce l'impeto della persecuzione, più astute le insidie dell'errore sembrano minacciare a lei rovina estrema, fino a strapparle dal seno non pochi dei suoi figliuoli, per travolgerli nel vortice dell'empietà e dei vizi, allora la Chiesa – scriveva il Papa - sperimenta più efficace la protezione divina. Perocchè Iddio fa che l'errore stesso, vogliano o no i malvagi, serva al trionfo della verità, di cui la Chiesa è vigile custode; la corruzione serva all'incremento della santità, di cui essa è altrice e maestra, la persecuzione ad una più mirabile liberazione dai nostri nemici. Così avviene che quando la Chiesa appare agli occhi profani sbattuta da più fiera tempesta e quasi sommersa, allora n'esca più bella, più vigorosa, più pura, rifulgendo nello splendore delle maggiori virtù”.

Un tale mirabile influsso della Provvidenza divina nell'opera restauratrice promossa dalla Chiesa appare splendidamente in quel secolo che vide sorgere a conforto dei buoni S. Carlo Borromeo. Allora – proseguiva l’enciclica - spadroneggiando le passioni, travisata quasi del tutto e oscurata la cognizione della verità, eravi lotta continua con gli errori, e l'umana società, precipitando al peggio, sembrava correre all'abisso. Fra questi mali insorgevano uomini orgogliosi e ribelli, nemici della croce di Cristo... uomini di sentimenti terreni, il Dio de' quali è il ventre. Costoro, applicandosi non a correggere i costumi, ma a negare i dogmi, moltiplicavano i disordini, allargavano a sè ed agli altri il freno della licenza, o certo sprezzando la guida autorevole della Chiesa, a seconda delle passioni dei principi o dei popoli più corrotti, con una quasi tirannide ne rovesciavano la dottrina, la costituzione, la disciplina. Indi, imitando quegli iniqui, a cui è rivolta la minaccia : Guai a voi che chiamate male il bene e bene il male, quel tumulto di ribellione e quella perversione di fede e di costumi chiamarono riforma e se stessi riformatori. Ma, in verità, essi furono corrompitori, sicchè, snervando con dissensioni e guerre le forze dell'Europa, prepararono le ribellioni e l'apostasia dei tempi moderni, nei quali si rinnovarono insieme in un impeto solo quei tre generi di lotta, prima disgiunti, da cui la Chiesa era uscita sempre vincitrice : le lotte cruente della prima età, indi la peste domestica delle eresie, infine, sotto nome di libertà evangelica, quella corruzione di vizi e perversione della disciplina, a cui forse non era giunta l'età medievale”.

L’enciclica del Papa prende di mira il modernismo. E Pio X ricordava come “è necessario di opporsi con la sana dottrina al fermento dell'eretica pravità, che non represso corrompe tutta la massa, opporsi cioè alle perverse opinioni che s'infiltrano sotto mentite sembianze e che raccolte insieme sono professate dal modernismo; ricordando con S. Carlo, quanto sommo debba essere lo studio e diligentissima sopra ogni altra la cura del vescovo nel combattere il delitto dell'eresia”.

Quelli che, ad esempio di Carlo, sinceramente e senza raggiri – concludeva il Papa - cercano la vera e salutare riforma, evitano gli estremi, nè mai trascorrono oltre quei limiti fuori dei quali non può sussistere riforma alcuna. Poichè, uniti essi fermissimamente alla Chiesa ed al suo Capo Cristo, non solo di qui attingono forza di vita interiore, ma anche ricevono norma di azione esteriore, per accingersi con sicurezza all'opera sanatrice della umana società. Ora di questa divina missione, trasmessa perpetuamente in quelli che debbono fare da legati di Cristo, è proprio l'insegnare a tutte le genti, nè solamente le cose da credere, ma quelle da operare, cioè, come pronunziò Cristo stesso: osservare tutte quelle cose che io vi ho comandato.Egli infatti è via, verità e vita, ed è venuto perchè gli uomini abbiano la vita e l'abbiano con esuberanza. Ma poiché l'adempiere quei doveri tutti con la sola guida della natura è molto al di sopra di ciò che possano per sè conseguire le forze dell'uomo, perciò la Chiesa ha, insieme col suo magistero, congiunto il potere di governare la società cristiana e quello di santificarla, mentre per mezzo di quelli che nel loro proprio grado ed officio le sono ministri o cooperatori, viene comunicando gli opportuni e necessari mezzi della salute”.

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