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La chiesa della “Piccola Roma” compie 325 anni

Dal 1700, la comunità della Romania ha una Chiesa greco cattolica unita con Roma. È “la piccola Roma”. Che quest’anno ha compiuto 325 anni

Cattedrale Blaj | La cattedrale della Santissima Trinità di Blaj | AG / ACI Group Cattedrale Blaj | La cattedrale della Santissima Trinità di Blaj | AG / ACI Group

La “piccola Roma” di Romania è un centro in Transilvania, non troppo grande, eppure cuore pulsante di quella che è la Chiesa greco-cattolica romena. Si chiama Blaj, è sede dell’arcivescovado maggiore, e dal 1700, con la sua cattedrale che finora aveva l’iconostasi più grande del mondo (è stata superata da quella della nuova cattedrale ortodossa di Bucarest) ha un legame speciale proprio con la Sede Apostolica.

Non è un caso che Papa Francesco arrivò a Blaj per il suo viaggio in Romania del 2019, beatificando sette sacerdoti, sette martiri che rifiutarono di abiurare alla loro fede e preferirono morire piuttosto che tradire quell’unione con il mondo cattolico. E questo, in un Paese a maggioranza ortodosso, è un segno profondo.

I nomi dei sette martiri sono impressi nella memoria, con storie differenti, ma tutte eroiche: il cardinale in pectore Iuliu Hossu, che non volle mai andare a Roma a prendere la porpora per non rischiare di essere allontanto per sempre dal suo popolo, e poi i vescovi Vasile Aftenie, Ioan Balan, Valeriu Traian Frentiu, Ioan Suciu, Tit Liviu Chinezu e Alexandru Rusu.

Rappresentavano una Chiesa che decise l’unione con Roma nel 1697, al Sinodo di Alba Iulia, e misero a punto l’unione nel 1700. La decisione era frutto del nuovo assetto europeo, perché dopo la battaglia di Vienna del 1683 gli Asburgo avevano ripreso il controllo dell’Ungheria e del principato di Transilvania. E fu lì che molti ortodossi decisero di unirsi a Roma. In particolare, la costituzione della Chiesa greco-cattolica romena vede l’accordo di tutto il clero ortodosso della Transilvania e dagli altri territori più occidentali abitati dai romeni.

Questo giubileo viene festeggiato con un altro anniversario. Il 25esimo anniversario della lettera che Giovanni Paolo II inviò in occasione del terzo centenario dell’unione della Chiesa greco-cattolica ucraina con la Chiesa di Roma.

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Nell’anno del Giubileo, Giovanni Paolo II ripercorreva la storia dell’unione con un senso escatologico. “I Romeni, infatti – scriveva il Papa - restando un popolo latino, si sono aperti ad accogliere i tesori della fede e della cultura bizantina. Malgrado la ferita della divisione, quest'eredità rimane condivisa dalla Chiesa greco-cattolica e dalla Chiesa ortodossa di Romania. Sta qui la chiave interpretativa della vicenda storica della vostra Chiesa. Essa si è dipanata entro le tensioni drammatiche sviluppatesi tra l'Oriente e l'Occidente cristiano. Da sempre nei cuori dei figli e delle figlie di codesta antica Chiesa pulsa con forza la passione per l'unità voluta da Cristo. Io stesso ne sono stato l'anno scorso testimone commosso”.

Giovanni Paolo II lodava gli sfrozi dei pastori della Transilvania di ristabilire la comunione con la sede di Pietro, ricordava “l'opera di illustri Vescovi come Atanasio Anghel (+1713), Giovanni Innocenzo Micu-Klein (+1768) e Pietro Paolo Aron (+1764) e di altri benemeriti Presuli, sacerdoti e laici”, sottolineava che “merito insigne della vostra Chiesa è stato, in particolare, quello di aver mediato tra Oriente ed Occidente, assumendo da una parte i valori promossi in Transilvania dalla Santa Sede; e comunicando, dall'altra, a tutta la cattolicità i valori dell'Oriente cristiano, che a causa della divisione esistente erano poco accessibili”.

Ripercorrendo, poi, le vicissitudini della Chiesa greco-cattolica romena, Giovanni Paolo II sottolineava che “lo splendore della testimonianza di fede ed il servizio generoso all'unità devono sempre essere accompagnati, nella Chiesa, dall'instancabile impegno per la verità, in cui si purifica e si consolida il dinamismo della speranza. Questo è il clima del Giubileo del 2000, in occasione del quale tutta la Chiesa sente il dovere di riesaminare il suo passato per riconoscere le incoerenze in cui sono incorsi i suoi figli rispetto all'insegnamento evangelico e poter così camminare con il volto purificato verso il futuro voluto da Dio”, e chiedeva un riesame storico accurato, ma anche di affrontare “il problema della ricezione del Concilio Vaticano II da parte della Chiesa greco-cattolica di Romania”, poiché  “a motivo delle persecuzioni in atto a quell'epoca, la vostra Chiesa non ebbe la possibilità di partecipare in modo pieno a quello storico evento né si percepì chiaramente l'azione dello Spirito. Fu proprio quel Concilio ad affrontare con maggior attenzione le delicate questioni delle Chiese cattoliche orientali, dell'ecumenismo e della Chiesa in generale. L'insegnamento conciliare ha trovato poi la sua continuità nel successivo Magistero. Rendo atto volentieri alla Chiesa greco-cattolica di Romania di essere attualmente impegnata in un lungo e laborioso sforzo per recepire pienamente le indicazioni della Santa Sede”.

Parlando dell’unità, Giovanni Paolo II metteva in luce come “l'Unione transilvana si conformò al modello di unità che prevaleva dopo i Concili di Firenze e di Trento”.

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