Blaj , venerdì, 19. dicembre, 2025 9:00 (ACI Stampa).
La “piccola Roma” di Romania è un centro in Transilvania, non troppo grande, eppure cuore pulsante di quella che è la Chiesa greco-cattolica romena. Si chiama Blaj, è sede dell’arcivescovado maggiore, e dal 1700, con la sua cattedrale che finora aveva l’iconostasi più grande del mondo (è stata superata da quella della nuova cattedrale ortodossa di Bucarest) ha un legame speciale proprio con la Sede Apostolica.
Non è un caso che Papa Francesco arrivò a Blaj per il suo viaggio in Romania del 2019, beatificando sette sacerdoti, sette martiri che rifiutarono di abiurare alla loro fede e preferirono morire piuttosto che tradire quell’unione con il mondo cattolico. E questo, in un Paese a maggioranza ortodosso, è un segno profondo.
I nomi dei sette martiri sono impressi nella memoria, con storie differenti, ma tutte eroiche: il cardinale in pectore Iuliu Hossu, che non volle mai andare a Roma a prendere la porpora per non rischiare di essere allontanto per sempre dal suo popolo, e poi i vescovi Vasile Aftenie, Ioan Balan, Valeriu Traian Frentiu, Ioan Suciu, Tit Liviu Chinezu e Alexandru Rusu.
Rappresentavano una Chiesa che decise l’unione con Roma nel 1697, al Sinodo di Alba Iulia, e misero a punto l’unione nel 1700. La decisione era frutto del nuovo assetto europeo, perché dopo la battaglia di Vienna del 1683 gli Asburgo avevano ripreso il controllo dell’Ungheria e del principato di Transilvania. E fu lì che molti ortodossi decisero di unirsi a Roma. In particolare, la costituzione della Chiesa greco-cattolica romena vede l’accordo di tutto il clero ortodosso della Transilvania e dagli altri territori più occidentali abitati dai romeni.
Questo giubileo viene festeggiato con un altro anniversario. Il 25esimo anniversario della lettera che Giovanni Paolo II inviò in occasione del terzo centenario dell’unione della Chiesa greco-cattolica ucraina con la Chiesa di Roma.



