A Cremona il vescovo invita la Chiesa a sognare

Vescovo Antonio Napolioni
Foto: Cronache Maceratesi
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Il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, ha scritto la sua prima lettera pastorale, che ha intitolato ‘La nostra Chiesa… un sogno, un cantiere’, che vuole essere un percorso verso la santità in linea con il suo predecessore mons. Lanfranconi, che aveva iniziato a percorrere la strada del rinnovamento: “ Il Papa ci ha fatto contemplare in Gesù il volto di un Dio ‘svuotato’, di un Dio che ha assunto la condizione degli uomini più umiliati ed emarginati.

Per vederlo e capirlo dobbiamo abbassarci, scegliendo solo la gloria di Dio e non la gloria umana, maturando sentimenti veri di umiltà e disinteresse, per cercare la nostra beatitudine servendo la felicità di chi ci sta accanto. Diceva: ‘evitiamo, per favore, di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli’ Idee ribadite ai Vescovi italiani nel maggio 2016, anche in ordine ai beni e alle strutture: ‘in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito.

Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio’… Non possiamo più confidare nell’efficientismo delle strutture, né rifugiarci in forme di intimismo spiritualistico. La traiettoria è quella dell’incarnazione, di Cristo e della Chiesa, fatta di vicinanza alla gente e preghiera, in un contatto quotidiano e sereno con il popolo di Dio, e con le sue membra più fragili e provate, anche dal peccato”. E riprendendo la sollecitudine dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ ha tracciato cinque ‘vie’ da percorrere. Nella ‘via dell’uscire’ il vescovo scommette sull’impegno dei laici: “Consapevoli che il Signore è vivo, attivo e operante nel mondo, possiamo uscire con fiducia, percorrere le strade di tutti, costruire piazze di incontro, offrire la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi.

Uscire è uno stile, plasmato dall’umanità di Gesù, più che un’attività particolare. Ciò chiede alle nostre comunità un cammino di conversione all’essenziale, in un processo sinodale, basato sull’ascolto della Parola di Dio, sulla cura delle persone e delle relazioni, specie quelle più ferite, scommettendo sui laici e sui giovani”. Nella ‘via dell’annunciare’ invita all’ascolto della Parola di Dio: “Accogliere e annunciare il Vangelo colma di gioia, allarga la vita.

Tutto nasce dall’ascolto, tutto si genera intorno all’annuncio di Gesù Verbo incarnato e Signore della Pasqua… Si tratta di rimettere sempre al centro il Vangelo della misericordia, a cominciare dalla comunità educante e evangelizzante, famiglia di famiglie, rinnovando ancora i diversi percorsi formativi perché siano esperienze di Chiesa viva e fraterna, che rispondano alla sete di verità ed amore”. Nella ‘via dell’abitare’ invita a “farsi abitare da Cristo, nelle nostre relazioni, curando alcuni atteggiamenti: lasciare spazio all’altro, accogliere le fragilità e far emergere la dignità di ciascuno, accompagnare e fare alleanza. Dobbiamo ripensare la parrocchia, il territorio, le diverse forme del servizio nella società, per essere una Chiesa sul passo degli ultimi, capace di umile condivisione”. Con la ‘via dell’educare’ lancia la ‘sfida’ di nuovi percorsi: “La Chiesa si misura da tempo con la sfida educativa, cercando forme nuove, che si conformino, sia nel contenuto che nel metodo, alla pedagogia dell’incarnazione di Gesù. Ci impegniamo a costruire la comunità educante, coltivando alleanze e sinergie, dentro e fuori il tessuto ecclesiale, per formare gli adulti, ripensare i percorsi con maggiore attenzione alla maturazione umana e affettivo-relazionale, approfondire e valorizzare i nuovi linguaggi in educazione, la cultura e la bellezza”.

Infine l’ultima via è quella della ‘trasfigurazione’ con l’invito alla ‘prossimità’: “Se nelle nostre comunità registriamo, a volte, un certo attivismo pastorale, un’insufficiente integrazione tra liturgia e vita, una certa frammentarietà della proposta pastorale, dobbiamo evidenziare il primato della Parola e della preghiera, facendo interagire la liturgia con tutte le dimensioni dell’umano… perché le nostre liturgie siano capaci di ricreare quella prossimità amorevole che Gesù sapeva creare con le persone che incontrava”.

Ed ha invitato la Chiesa diocesana a porre la propria attenzione alla parrocchia come comunità educante e famiglia tra le famiglie: “Andrà proposto e sperimentato con convinzione un incontro comunitario settimanale intorno alla Parola di Dio della domenica, che consenta ai sacerdoti e ai fedeli più impegnati di allenarsi al discernimento ispirato dall’ascolto del Signore. Un maggior confronto tra quanti si dedicano all’animazione dei percorsi di preparazione al matrimonio, suggerirà a tutti modalità per svilupparli, e farne vera ‘porta di ingresso’ nella ‘famiglia di famiglie’.

Ulteriore accompagnamento andrà sostenuto nei confronti dei gruppi di famiglie e delle situazioni particolari. L’esortazione apostolica ‘Amoris laetitia’, nella ricchezza delle sue diverse parti, costituirà un chiaro punto di riferimento da valorizzare”. L’altro punto focale è riposto nei giovani, per cui ha proposto l’indizione di un sinodo dedicato al loro ascolto: “Ritengo si possa affermare senza esagerazioni che nei giovani possiamo scorgere il Cristo che ci viene incontro, il Signore dell’Avvento, l’Uomo nuovo sempre in gestazione. Ascoltarli davvero ci insegnerà ad ascoltare maggiormente la Parola che si incarna, sempre”.     

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