Abusi, ecco perché la Santa Sede non può essere denunciata

La recente decisione della Corte Europea dei Diritti Umani che ribadisce che la Santa Sede non può essere denunciata per gli abusi del clero rimette al centro un dibattito annoso

Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
Foto: coe.int
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Non è ancora finita, perché c’è una ulteriore possibilità di appello. Ma la decisione del 12 ottobre della Corte Europea dei Diritti Umani che ribadisce che no, la Santa Sede non può essere messa sul banco degli imputati per gli abusi sul clero, è comunque da considerare. Perché i casi di abuso hanno portato, da più parti, proprio all’idea di denunciare la Santa Sede, e persino di portare a testimoniare il Papa, o di considerare il Papa come responsabile perché i sacerdoti sarebbero suoi dipendenti. Era una strategia degli avvocati di creare clamore mediatico, forse, e cercare comunque di ottenere il massimo di risarcimenti. Ma, in questa strategia, si trova anche nascosto un attacco alla sovranità della Santa Sede.

Casi del genere erano stati diversi negli Stati Uniti, tutti finiti allo stesso modo. Era la prima volta, però, che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata chiamata a decidere su un caso del genere. E si è deciso, 6 voti a 1, che i tribunali in Belgio non hanno violato l’articolo 6 par. 1 della Convezione Europea dei Diritti Umani sul diritto di rivolgersi a un tribunale quando hanno opposto una difetto di giurisdizione sul Vaticano.

Il caso è conosciuto come J.C. ed altri vs. Belgio, ed è originato da una denuncia di un gruppo di 24 persone (belgi, francesi e olandesi) contro il Vaticano, ma anche contro leader cattolici e associazioni del Belgio. I 24, che dicono di aver subito abusi sessuali da preti cattolici quando erano bambini, hanno cercato di iniziare una causa civile contro il Vaticano per aver affrontato gli abusi del clero in “maniera strutturalmente deficiente”.

Si legge in una nota stampa della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che questa ha trovato la scelta di lasciar cadere la denuncia “non distaccata dai principi generalmente riconosciuti della legge internazionale in termini di immunità di Stato, e la restrizione al diritto di presentarsi a un tribunale non può perciò considerarsi sproporzionato ai legittimi fini perseguiti”.

Sarà da vedere cosa dirà la Grande Chambre, se i 24 denuncianti vorranno appellarsi (lo posso fare entro tre mesi). Il processo è iniziato nel luglio 2011, quando i denuncianti hanno iniziato una class action nella Corte di Prima Istanza di Ghent. La richiesta era di un risarcimento di 10 mila euro l’uno per le sofferenze causate loro da preti e membri di ordini religiosi. Nel 2013, la Corte ha detto che non aveva giurisdizione.

La Corte di Appello di Ghent, nel febbraio 2016, ha confermato il giudizio. Non c’è stato un ulteriore appello alla Corte di Cassazione, anche perché un avvocato aveva detto che sarebbe stato improbabile che questo avrebbe avuto successo. Venti persone del gruppo di denuncianti ha comunque ottenuto un risarcimento attraverso un centro di arbitrato per le denunce di abusi nella Chiesa, mentre quattro hanno deciso di continuare la loro battaglia, e si sono rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il 2 febbraio 2017, sostenendo che riconoscere l’immunità della Santa Sede aveva impedito loro di portare avanti il procedimento civile.

Nella sua decisione, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha sottolineato che la Santa Sede è riconosciuta avere gli attributi comune di uno Stato sovrano, e che ha relazioni diplomatiche con 185 Stati nel mondo.

Era stata richiesta una eccezione all’immunità per quanto riguarda di casi di azione per risarcimento monetario nel caso “di morte e danno fisico di una persona, o in caso di danno e di perdita di proprietà”.

Una eccezione che non può essere applicata per varie ragioni, ha spiegato la Corte, sottolineando che il Papa “non è il datore di lavoro dei vescovi”, e che la Corte non si può sostituire ai Tribunali nazionali, considerando “che la loro decisione sul tema non è stata arbitraria o evidentemente non ragionevole”.

In pratica, come già stabilito in altre corti negli Stati Uniti, il Papa non può essere considerato l’amministratore delegato di una azienda e i vescovi suoi dipendenti. I vescovi, tra l’altro, hanno una autonomia giuridica nel gestire i casi.

Unico parere dissenziente, quello del Giudice Darian Pavli, albanese. Un paladino del libero pensiero, il giudice ha messo in discussione il fatto che i tribunali belgi abbiano “accettato completamente” l’argomento sulla non dipendenza dei vescovi dal Papa, e affermato che “i tribunali locali hanno l’obbligo di delineare in maniera adeguata le ragioni legali e fattuali delle loro decisioni”, e che “i tribunali belgi non lo hanno fatto in relazione alle contestazioni di responsabilità vicaria”.

Come detto, se è la prima volta in Europa, non è la prima volta che la Santa Sede si trova in casi del genere. Nel 2012, era stato giudice federale di Portland, Oregon, a far decadere un processo contro la Santa Sede sulle basi del fatto che il Vaticano non era il datore di lavoro di un sacerdote accusato, e che dunque non poteva essere considerato responsabile per gli abusi.

Nel 2011, c’era stato un ricorso presentato alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Un ricorso in cui si accusavano il Papa e tre alti esponenti del Vaticano – l’allora segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, il suo predecessore Cardinale Angelo Sodano e l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Cardinale William Levada – di “crimini contro l’umanità” per la presunta copertura dei reati commessi da preti contro i minori negli anni passati.

La Santa Sede non reagì alla notizia, perché la responsabilità penale è personale, e perché non ci potevano essere azioni di omissione imputabili direttamente al Papa. Sarebbe stato come, mutatis mutandis, se il presidente della Repubblica italiano fosse stato incriminato per una violazione dei diritti umani fatta da un impiegato statale in un remoto paesino d’Italia. 

Era, anche in quel caso, una via stretta, che non avrebbe portato a niente. Ma la denuncia serviva a mettere sotto i riflettori la questione pedofilia, e magari far partire una pubblicità che poteva portare a risarcimenti milionari, di cui gli avvocati patrocinanti prendono una buona fetta. È stato anche questo il caso?

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