Bagnasco: senza famiglia e lavoro "sfascio della società"

Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI
Foto: Sito ufficiale
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Ci sono due “cardini”, la “famiglia” e il “lavoro”, senza i quali “la persona si trova senza identità e dignità, sente di non contare per nessuno e di essere inutile”. Peggio. “E’ lo sfascio non solo della persona ma anche della società; è in gioco non solo il benessere e l’economia, ma anche la coesione di una città e di un Paese”. Il cardinale Angelo Bagnasco non usa mezzi termini. “Sembra che i cattivi esempi, che ogni giorno escono da una specie di vaso di Pandora, se accertati congiurino per deprimere il popolo degli onesti” e portino “alla resa rispetto ad una vita laboriosa e a testa alta”.

Nella festa di San Giuseppe il cardinale di Genova incontra in San Lorenzo il mondo del lavoro. Il suo è un monito attualissimo; parla alla città, ma le sue parole si inseriscono bene anche nel contesto italiano di questi giorni. “Conosciamo la gente semplice delle nostre contrade, e siamo certi che - con la dignità rude e solida che l’accompagna - non cederà, e tirerà diritto per la via dei padri”, ha detto il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Forte il richiamo ai “valori” che hanno contraddistinto quella generazione:  “ce la possiamo fare – ha detto - non solo a resistere alla tentazione del malcostume, ma anche a rinascere e ad imporci a chi ci guarda forse con sufficienza e diffidenza. Ma dobbiamo cambiare qualcosa e presto. Le virtù dei padri non devono essere solo lodate, ma imitate”.

A fronte di un “depauperamento del tessuto produttivo legato al territorio”, c’è “un progetto, un disegno d’insieme che permetta di affrontare i problemi in modo articolato e prospettico”? Si chiede il porporato. “Altrimenti si rischia – senza volerlo - di tappare dei buchi aprendo delle voragini”, dice ancora.

“Sappiamo bene - aggiunge Bagnasco - che dobbiamo fare i conti con il mondo globale del lavoro, delle comunicazioni, degli scambi e delle culture; sappiamo che oggi è importante avere possibilità di esperienza e spesso anche di lavoro all’estero. Ma, ci chiediamo, è veramente un destino fatale che i nostri giovani debbano emigrare e arricchire di intelligenza e di cuore altre parti del mondo?”.

Perché, spiega, “non è vero che i giovani guardino fuori con allegria e a cuor leggero! Quanti di loro mi dicono che ritornerebbero volentieri se potessero! Con loro dobbiamo essere esigenti, ma anche dobbiamo dare fiducia e opportunità”.

E’ una questione di “temperatura” delle questioni sociali, “una realtà invisibile”, dove “il clima è dato dal livello di fiducia che circola tra i lavoratori”. “Senza la fiducia che ci lega gli uni agli altri – aggiunge - , ognuno si sente smarrito e solo, lo sguardo si restringe sul proprio particolare a prescindere dalla comunità di lavoro; viene meno il senso di appartenenza e ognuno è divorato dalle proprie preoccupazioni slegate dagli altri”.

E conclude: “Sappiamo che le centrali oscure del potere mondiale vogliono disgregare ogni senso di appartenenza sociale, culturale, religiosa, coscienti che nell’appiattimento e nell’isolamento generale si manovra meglio. Ma non per il bene del popolo!”.

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