Benedetto XV, la diplomazia multilaterale come via per la sovranità

Con l’enciclica Pacem Dei Munus, Benedetto XV mostrava anche la sua volontà di andare oltre la Questione Romana, nonché appoggiava l’idea di una “famiglia di nazioni”

Benedetto XV
Foto: pd
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Nella Pacem Dei Munus Pulcherrimum, cento anni fa, Benedetto XV tolse il veto fatto dalla Sede Apostolica ai principi cattolici di venire in visita solenne presso il Quirinale, ormai sede della monarchia italiana. Allo stesso tempo, però, sottolineò che questa “non era una rinuncia ai propri sacrosanti diritti”, diritti spazzati via con la conquista di Roma da parte dei Savoia nel 1870. È un primo passo verso la risoluzione della Questione Romana. Ma è anche un passo necessario alla Santa Sede per entrare in quel mondo multilaterale che, in quegli anni, era rappresentato dalla Società delle Nazioni.

Papa Francesco ha citato il centenario della fondazione della Società delle Nazioni nel suo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede del 7 gennaio 2019. “Perché – chiese Papa Francesco agli ambasciatori - ricordare un’Organizzazione che oggi non esiste più? Perché essa rappresenta l’inizio della moderna diplomazia multilaterale, mediante la quale gli Stati tentano di sottrarre le relazioni reciproche alla logica della sopraffazione che conduce alla guerra. L’esperimento della Società delle Nazioni conobbe ben presto quelle difficoltà, a tutti note, che portarono esattamente vent’anni dopo la sua nascita a un nuovo e più lacerante conflitto, quale fu la Seconda Guerra Mondiale”.

Sempre nella Pacem Dei Munus Pulcherrimm, Benedetto XV fa riferimento alla Società delle Nazioni appena nata, auspica che si crei una famiglia di nazioni, ma fa anche un passo indietro: la Sede Apostolica “non rifiuterà il suo valido contributo”, ma solo “una volta che questa Lega tra le nazioni sia fondata sulla legge cristiana, per tutto ciò che riguarda la giustizia e la carità”.

Il tema, per Benedetto XV, è sempre uno: è l’allontanarsi dal cristianesimo che ha provocato i conflitti, sarà solo riavvicinandosi a Cristo che questi conflitti potranno essere superati.

La Chiesa, in questo senso, deve impegnarsi anche diplomaticamente proprio per aiutare i popoli ad avvicinarsi a Cristo. La diplomazia della Santa Sede, con Benedetto XV, si sgancia dai protettorati e acquista una propria sovranità come mai la aveva avuta prima. Per questo, allo stesso tempo, cerca una sovranità formalizzata, un pezzo di terra che poi sarà dato con i Patti Lateranensi e la fondazione dello Stato di Città del Vaticano.

La Questione Romana era stata, in fondo, un ostacolo per la attività diplomatica della Santa Sede. Anche quando la Santa Sede era formalmente invitata a partecipare ai consessi internazionali, non poteva parteciparvi per via del veto posto dall’Italia. Successe, ad esempio, con la Conferenza per la Pace dell’Aja del 1899. La mancata partecipazione della Santa Sede segnò anche una svolta per la diplomazia pontificia, che aveva capito come dovesse agire sulle situazioni contingenti, più che a cercare necessariamente la partecipazione.

E successe lo stesso con la Società delle Nazioni, che cominciò ad operare nel 1920. La Santa Sede non aveva nemmeno potuto partecipare alle conferenze per la pace a causa di un veto italiano. Infatti, nell’entrare in guerra contro la Triplice Alleanza, l’Italia chiese che nel patto di Londra si inserisse, nell’articolo 15, un “no” netto alla partecipazione della Santa Sede a qualunque conferenza di pace.

Si leggeva in fatti nell’articolo 15: “La Francia, la Gran Bretagna e la Russia sosterranno qualsiasi opposizione l’Italia farà a qualsiasi proposta diretta a far partecipare la Santa Sede in qualsiasi negozio di pace o negoziato volto a risolvere le questioni derivanti dall’attuale guerra”.

Quindi, la questione romana emerse proprio durante i lavori della Conferenza di Versailles. Per partecipare alla Società delle Nazioni, la Santa Sede chiedeva, quasi come condizione pregiudiziale, la costituzione di una entità statuale sotto la sovranità della Santa Sede, garantita da una presenza di questa nella Società delle Nazioni. Si trattava di una presenza – spiegò il Cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato vaticana, che garantiva l’inviolabilità del nuovo territorio.

Se però la Santa Sede non partecipò alla Società elle Nazioni, è anche vero che c’era una associazione di carattere privato sorta nel 1917 per volontà di un gruppo di cattolici svizzeri. Benedetto XV la approvò nel 1920, e furono loro, basati a Ginevra, a fare da anello di collegamento informale tra la Società delle Nazioni e la Santa Sede.

Così, Benedetto XV non riuscì a risolvere la questione romana, né la Santa Sede poté partecipare alla Società delle Nazioni. Eppure, l’attività diplomatica della Santa Sede fu grande, e le pressioni esercitate in ambito multilaterale testimoniano che la Santa Sede avesse compreso il futuro.

Uno degli atti di Benedetto XV nei confronti della Società delle Nazioni è appunto una lettera inviata dallo stesso Papa a Herman A. van Karnebeek, presidente della Seconda Sessione dell’Assemblea della SdN. È il 19 settembre 1921 e il Papa chiede di prestare attenzione alle popolazini della Russia sovietica. Una richiesta cui la Società delle Nazioni diede seguito, tenendola in grande considerazione.

Nasce così la moderna diplomazia multilaterale della Santa Sede. Un merito, anche questo, di Benedetto XV.

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