Bertone: al centro della comunicazione deve esserci l'uomo

Il Papa benedice una foto di un bimbo su uno smartphone
Foto: pd
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Poco più di un anno fa Papa Francesco faceva nascere la Segreteria per la Comunicazione. A guidarla un esperto di comunicazione, Dario Edoardo Viganò, che ha conseguito la licenza e il Dottorato in Scienze della Comunicazione proprio nella Pontificia Università Salesiana. In fondo, nel “DNA” della famiglia salesiana c’è proprio la comunicazione come mezzo di evangelizzazione e nella “cultura dell’incontro” di cui parla sempre Papa Francesco c’è proprio la sfida della comunicazione.

Lo spiega bene un salesiano speciale come il cardinale Tarcisio Bertone che qualche temp o fa in un viaggio in Polonia ha messo al centro della riflessione sui media la sfida digitale. Un chiaro progetto di come la Chiesa deve comunicare mettendo al centro non la tecnologia ma l’uomo.

La Chiesa, dice Bertone “ha già diversificato, e deve farlo ancora, i modi di comunicare con i suoi contemporanei. Il cyberspazio, o meglio, la cultura digitale, configura un “continente” nuovo da evangelizzare con i propri linguaggi e chiavi di lettura”. Ma non può esserci, spiega “una cultura dell'incontro che non preveda di mettere al centro l'uomo, la sua dignità, i suoi valori; così come non occorre rassegnarsi, pur in presenza del massiccio schieramento dei mezzi a sostegno, che il messaggio possa essere identificato non già dai contenuti bensì dalla forma in cui esso viene presentato”.

Ecco allora che Papa Francesco, spiega Bertone, diventa in queso senso un esempio comunicativo “tutto improntato sulla spontaneità e l'immediatezza, spesso corredato da gesti che ne sottolineano incisività ed efficacia”.

Passano davanti agli occhi le immagini del pontificato: “Come non ricordare, per esempio, la drammatica forza evocativa del pellegrinaggio a Lampedusa dinanzi al mare, teatro dell'immensa tragedia del popolo dei migranti?

Come non restare ammirati dalla sua capacità di attirare le folle, di andare a cercare, in mezzo ad esse, il volto dei bisognosi o dei sofferenti e lasciare ad ognuno di essi un abbraccio, un saluto? Anche tra le folle esistono gli 'angoli nascosti”.

Ma, ricorda Bertone, al Papa non sfuggono anche i pericoli di certe dinamiche comunicative: “Il Papa “arrivato dalla fine del mondo” non ha mancato, di recente, di puntare il dito su una contraddizione amara che, in qualche modo, è una macchia nella coscienza dei media - tradizionali o digitali che siano - di questo nostro tempo: nella grande stampa occidentale è passato quasi inosservato l'eccidio di 4 suore della congregazione della futura Santa Madre Teresa di Calcutta, avvenuto nello Yemen. "Non dico una copertina, ma neppure una notizia per suore che erano lì per servire", è stato il dolente commento del Papa il 6 marzo scorso”.

La sfida quindi non è tecnologica ricorda Bertone: “Non saranno le nuove tecnologie, in quanto tali, a dare l'addio ai vizi e alle vere e proprie storture di una comunicazione che non può pensare di risolvere le proprie contraddizioni ponendo sul piatto della bilancia il peso delle sue strabilianti conquiste tecnologiche”, piuttosto la “sfida si gioca allora su un altro piano, nel senso che di fronte a una tecnologia che si espande e allarga i confini, ai cristiani oggi è dato di ampliare la forza dell'annuncio.  È la sola e plausibile risposta alla nostra portata. Ciò che deve essere chiesto è di rendere credibili e compatibili le nuove conquiste tecnologiche con un orizzonte di valori in grado di rischiarare ogni passo in avanti e ogni traguardo prossimo venturo”.

E a rischiare in prima linea di confondere il “potere” della e sulla comunicazione, per il cardinale Bertone, ci sono i giornalisti “i quali cominciano a rendersi conto, forse con qualche ritardo della ristrettezza e talvolta della marginalità del loro ruolo. Sul giornalista-mediatore dell'informazione, ossia tramite tra le fonti e il pubblico, sta ormai per calare il tramonto, dopo che è già calata la scure delle nuove tecnologie che tendono a 'saltare' questa mediazione e a proporre, o imporre, una linea diretta, al riparo da interferenze, con un presunto sigillo di salvaguardia dalle interpretazioni e dalle manipolazioni”. La domanda che scaturisce è necessaria: “Passa davvero da questa strada la ricerca della verità? È davvero questo il modo per ritrovare il filo di un'informazione che sia davvero al servizio dell'uomo, che lo accompagni con onestà e coerenza nel suo cammino di crescita in famiglia, nella società, negli ambienti di lavoro? È questo l'orizzonte più prossimo per il bene comune?”.

Per il cardinale la riposta è chiara: “ No. La verità non è affatto questione di strumenti” e inoltre “chi mai potrà assicurarci che questo autentico diluvio di informazioni non finisca per intaccare la natura stessa, il senso del comunicare, così da ridurre l’informazione a uno dei tanti beni di consumo usa e getta, senza nessuna possibilità, non dico di analisi, ma nemmeno di selezione?”.

Per evitare questa deriva c’è una strada che i pontefici indica fin dai tempi del Vaticano II, una strada che indica come nei new media, segno di un mondo cambiato, devono accogliere Dio.

“In questo territorio- dice Bertone- Dio non può essere, e non è, assente. Certo, la cultura digitale nasce proprio in una fase storica che in molti chiamano “post-cristiana”, ma la ricerca di Dio non è stata spenta nel cuore umano, né Dio ha abbandonato gli uomini della nostra generazione. Continua ad essere, come sempre, vicino a “chi lo cerca con cuore sincero””.

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