Cardinale Bozanic: “L’indifferentismo non vuole le domande sul senso ultimo della vita”

Il Cardinale Bozanic durante la celebrazione in San Clemente, il 14 febbraio 2019
Foto: Arcidiocesi di Zagabria - http://www.zg-nadbiskupija.hr/
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Cirillo e Metodio evangelizzarono gli slavi traducendo i testi liturgici e della Bibbia, creando un alfabeto (l’alfabeto cirillico) e andando incontro alle culture. E il Cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, guarda proprio alla cultura, che è “la chiave per interpretare la realtà”, ma che viene avvelenata dall’indifferentismo che “non vuole le domande e le risposte sul senso ultimo”.

Basilica di San Clemente in Laterano, Roma. Qui ci sono le reliquie dei Santi Cirillo e Metodio, che portarono a loro volta le reliquie di San Clemente a Papa Nicolò II. Questi li aveva chiamati a Roma per discutere dell’uso liturgico della lingua slava, opera che i due fratelli avevano compiuto su sollecitazione di Rastislav, sovrano della Grande Moravia, che al tempo includeva Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e porzioni di Austria, Croazia, Germania, Polonia, Romania, Slovenia, Serbia e Ucraina. Avevano usato un alfabeto nuovo, l’alfabeto glagolitico, che lo scorso anno ha compiuto 1155 anni.

In questa Basilica, il 14 febbraio, giorno in cui si celebra la memoria di quelli che San Giovani Paolo II volle come compatroni di Europa, si tiene una Messa, cui partecipano ambasciatori accreditati presso la Santa Sede e altri membri del mondo della cultura, organizzata dal Collegio Croato. E quest’anno a celebrarla c’era il Cardinale Bozanic, a Roma per la plenaria della Congregazione per il Culto Divino, di cui è membro.

I Santi Cirillo e Metodio – dice il Cardinale Bozanic – hanno ascoltato la Buona Novella prima della loro missione, e si sono fatti annunciatori di questa Parola, “costruttori del Regno di Dio”, secondo la profezia di Isaia.

Sottolinea il Cardinale Bozanic: “La chiamata di Gesù agli Undici, così ambiziosa e così impegnativa, a cui hanno risposto anche i Santi Cirillo e Metodio, ha formato l’identità e la spiritualità di interi popoli e tramite loro di una parte del continente europeo”.

I lavoro dei fratelli greci è – secondo l’arcivescovo di Zagabria – “espressione di una Chiesa che sa incarnarsi nelle culture senza farsi rinchiudere in esse”, con una proclamazione che è efficace “perché genera fede, e questa fede, divulgata a sua volta, genera azioni”.

Se le azioni di liberazione del Vangelo appartengono a quel tempo, sono però capaci di raggiungere tutti i tempi, ed è per questo – sottolinea il Cardinale Bozanic – che “noi oggi viviamo esperienze di alienazioni di vario genere che risiedono in ogni uomo”.

Di fronte ai demoni dei nostri tempi, ai “serpenti e dal veleno che danneggiano la vita togliendole la vera gioia”, che è poi quella che viene dalla fede che guarda all’eternità, c’è bisogno di “parlare lingue nuove, provenienti dall’amore, che riescano ad attingere a processi comunicativi profondi”, perché “la Parola di Dio è necessaria per sanare, per portare guarigione, oltre che fisica, esistenziale e sociale”.

I Santi Cirillo e Metodio si sono così appoggiati alla verità, cercando di fare tutto nel nome di Gesù, creando quel “vero prodigio” che ha luogo “laddove una comunità ascolta e crede nell’efficacia della Parola a partire dalla propria precarietà”.

Per il Cardinale Bozanic, la parola di Dio è un segno oggi “davanti alle domande che ci poniamo all’interno dell’Europa, che sembra incapace di comprendere se stessa nella propria cristianità”, e che invece dovrebbe guardare alle proprie radici, come si fa nella Basilica di San Clemente, la quale, “con la sua struttura architettonica unica e specifica, che porta in sé gli strati, i livelli del passato e della storia, risulta significativa per tornare alle radici e non aver paura di scoprire le supposizioni talvolta imbarazzanti nel nostro passato. In questo luogo siamo invitati a chiedere allo Spirito di saper costruire il nostro strato nella cooperazione con il Signore”.

La grande opera dei Santi Cirillo e Metodio è stato quello di “rendere il culto più comprensibile e predicabile”, diffondendo la parola di Dio “per togliere le alienazioni, per collegare la lingua della cultura con la lingua della carità evangelica, per riconoscere i veleni che conducono alla morte dei singoli e di interi popoli, per guarire le ferite e le infermità che indeboliscono la luce dello sguardo verso il futuro”.

Sono questi rapporti tra Vangelo e cultura che possono rispondere “ai grandi bisogni e alle possibilità dell’Europa”, specie oggi in questo multiculturalismo che ci fa sentire il bisogno del dialogo e dell’incontro, e ci rendiamo anche conto del veleno dell’indifferentismo, che non vuole le domande sul senso ultimo della vita, che invece “non chiudono, ma aprono; non portano a vivere nella paura, ma colgono la libertà”.

C’è bisogno, dice il Cardinale, di “ritrovare la memoria”, e invece “rischiamo di abbandonarci al vuoto, non trovando i punti di riferimento, non riuscendo a costruire sui valori, nemmeno su quelli che sembravano ovvi, come la dignità della persona. Rischiamo di essere sempre di più esposti ad ambienti contrari alla bellezza evangelica, pieni di distruzione, ingiustizie, volgarità di vario tipo”.

E c’è qui un’altra lezione che viene dai santi evangelizzatori dei popoli slavi: quella del dialogo, “non solo immediato, ma a lungo termine, progettato, curato con pazienza, sempre tenendo fissi i valori”, con un linguaggio “non creato per ingannare, prevalere, per dire e non dire, ma che scopre, che esprime, che rallegra e ridona la speranza”.

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