Chagall, il dialogo tra le fedi dell'artista russo in fuga per la libertà

Anche la mia Russia mi amerà, la mostra di Chagall a Rovigo

Marc Chagall, Il Matrimonio, 1918
Foto: Mosca, Tretyakov Gallery © Chagall ®, by SIAE 2020
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Marc Chagall nel 1931 si trova a Berlino. E’ in fuga dalla sua Russia, è povero ed esule, con una famiglia a carico, dopo aver passato qualche stagione di trionfi e di speranze. Ha trentaquattro anni ma si sente carico di vita, soprattutto di dolori. “Sì, ne sono convinto, alla fine anche la mia Russia mi amerà”. Una speranza lo sorregge, quando scrive queste parole che sigillano la sua autobiografia illustrata, con il titolo francese di Ma Vie, consapevole che la sua separazione dalla Russia sarebbe stata definitiva  e quello che lo attende è un destino da esule, tormentato dalla nostalgia della “casa” perduta. Condizione che avrebbe reso unica la sua pittura.

Chagall si era trasformato in un esule sfuggito per un soffio alla mannaia rivoluzionaria della nascente repubblica sovietica. Nella sua fuga porta con sé i colori della sua infanzia, le immagini simboliche della sua radice ebraica e della vita in Russia, così profondamente connotata dalla fede ortodossa.

A Palazzo Roverella, a Rovigo, è in corso una mostra  intitolata "Anche la mia Russia mi amerà", dedicata appunto a Chagall, che resterà aperta fino al 17 gennaio prossimo, curata da Claudia Zevi. Sottotraccia si dipana anche  il racconto della  tragica parabola  attraverso la quale la rivoluzione comunista si trasforma in tradimento e persecuzione, a cominciare proprio da coloro che in quella rivoluzione avevano creduto per primi. Artisti e intellettuali annientati dal regime che avevano esaltato: quasi tutti i protagonisti della grande ribalta  artistica russa,  uscirono di scena, alcuni tragicamente.

Chagall, Vasilij Kandinskij e Natalia Goncharova scelsero la strada dell'emigrazione. Sergej Esenin e Majakovskij si suicidarono, il primo nel 1925, il secondo nel 1930. Malevic fu arrestato nel 1930 e morì nel 1935. Izaak Babel sopravvisse penosamente fino al 1940. Mejerchol'd fu torturato, processato e ucciso nello stesso anno. Quelli che sfuggirono alla morte dovettero adattare il loro stile ai canoni imposti dal regime.

La pittura salva l’anima di Chagall, nei suoi colori incantati  le tragedie vissute si trasformano in poesia, in fiaba e visione.  Le opere esposte a Rovigo,  sono circa 70. E fermarsi a contemplare queste opere equivale, in fondo, a fare un viaggio attraverso tutta la cultura russa, quella artistico-letteraria e quella popolare: animali, case e villaggi, icone, contadini e preti, capre e vacche che popolavano i villaggi russi quando Chagall era bambino e poi adolescente, le fiabe e le vite di uomini santi, di monaci e di peccatori,  che si raccontavano nelle isbe e nelle fattorie, nei cortili dei monasteri. Un universo che intreccia mirabilmente radici del mondo ebraico e cristiano ortodosso.

Molte volte nelle interviste con cui presenta le esposizioni dedicata al nonno Meret Meyer, nipote del maestro bielorusso di origini ebraiche ricorda come la originalità di Chagall sia proprio nella capacità di creare una sintesi tra le diverse fedi e culture che hanno attraversato la sua vita.

Basta pensare ai tanti crocefissi  che ha dipinto, Dio che muore si ma anche l’ ultimo dei Profeti a seconda da chi lo guarda. Ebreo, russo, esule, trasforma tutto in qualcosa di nuovo.

Chagall lavora per tutta la vita a soggetti religiosi e biblici e inizia il suo progetto dell’illustrazione della Bibbia tra il 1924-25. E solo nel 1956 arriva a termine il suo lunghissimo lavoro ora in mostra a Nizza in un Museo a lui dedicato.  

Chagall, lui, innovatore e protagonista delle avanguardie più brillanti, deve “guardare indietro”, per creare un’arte nuova. Indaga il legame intimo e quotidiano con la religiosità, qualcosa che in qualche modo rovescia  il suo passato di “rivoluzionario”, vissuto proprio in quel capitolo cruciale della storia, fra il 1891 e il 1924. Quello in cui nascono i movimenti di avanguardia che fioriscono in Russia e la rendono una  fucina di innovazioni e sperimentazioni in tutte le arti. Ma che si rivelerà un’illusione, finita nel sangue e nell’oppressione. Quell’esperienza, appunto, capovolge il suo modo di dipingere, ma viene oltrepassato, trasfigurato dalla sua capacità di scoprire l’anima delle cose e delle vicende, di legare tutto con il filo rosso del sogno e dello sguardo rivolto verso l’Alto. Ecco dunque i suoi lavori ispirati alla spiritualità delle icone, di cui la mostra a Rovigo presenta una affascinante sezione.

 “Conduceva una vita semplice, umile. Non era per nulla egocentrico, come si può pensare di un grande artista. Avvertivo in lui la voglia di ricominciare, dopo le dolorose esperienze dovute alla “fuga” dalla Russia”, ha raccontato ancora la Meyer, che dal 1997 è anche vicepresidente del comitato scientifico e dell’associazione che porta il nome del pittore e che ne promuove lo studio e la conoscenza nel mondo. Umiltà e amore verso tutte le creature, così mirabilmente concentrati nella luce di questi quadri in cui l’immagine sacra ritorna come uno specchio in cui rinfrange tutto il dolore e tutta la gioia che la vita ha in serbo per gli uomini.

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