Cile: il Papa incontra le detenute. Per loro due parole chiave: "madre e figli"

Papa Francesco a carcere femminile di Santiago
Foto: Vatican Media
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“Chiediamo perdono a tutti quelli che abbiamo ferito con i nostri delitti”, dice Janeth. “Grazie perché ci ricordi questo atteggiamento senza il quale ci disumanizziamo, perdiamo la coscienza di aver sbagliato e che ogni giorno siamo chiamati a ricominciare”, risponde Papa Francesco. E’ un bellissimo incontro quello tra il Pontefice argentino e le recluse del Centro Penitenciario Femenino di Santiago, in Cile.

Il Papa si è recato questo pomeriggio nel carcere femminile più grande del Cile: “Gesù ci invita ad abbandonare la logica semplicistica di dividere la realtà in buoni e cattivi, per entrare in quell’altra dinamica capace di assumere la fragilità, i limiti e anche il peccato, per aiutarci ad andare avanti”.

Il Centro Penitenciario Femenino di Santiago è intitolato a “San Joaquín”. Dal 24 aprile 1864 al 31 maggio 1996 viene affidato, per decisione del governo cileno, alla Suore della Congregazione del Buon Pastore. Per oltre 100 anni, la popolazione carceraria risulta composta da detenute che hanno commesso crimini minori, come il furto. Ma nel tempo la situazione cambia: con l'aumento del traffico di droga e della tossicodipendenza, vengono detenute donne colpevoli di delitti gravi, tanto che se fino al 1980 la popolazione carceraria non supera le 160 persone, già nel 1998 diventa di circa 600. E negli anni Duemila, le prigioniere sono più di 1.400, in un carcere che dispone di 855 posti. Oggi, il Centro “San Joaquín” accoglie circa il 45% delle donne detenute in tutto il Cile, con problemi di sovraffollamento che la Chiesa locale segue con molta attenzione, tramite il Servizio per la Pastorale Carceraria.

Il Papa nel suo discorso racconta l’emozione dell’incontro con le recluse: “Quando sono entrato, mi aspettavano due mamme con i loro figli e con dei fiori. Sono state loro a darmi il benvenuto, che si può esprimere in due parole: madre e figli. Madre: molte di voi sono madri e sapete cosa significa dare la vita. Avete saputo portare nel vostro seno una vita e l’avete data alla luce. La maternità non è e non sarà mai un problema, è un dono, uno dei più meravigliosi regali che potete avere. Oggi siete di fronte a una sfida molto simile: si tratta ancora di generare vita. Oggi vi è chiesto di dare alla luce il futuro. Di farlo crescere, di aiutarlo a svilupparsi. Non solo per voi, ma per i vostri figli e per tutta la società. Voi, donne, avete una capacità incredibile di adattarvi alle situazioni e di andare avanti”.

“La seconda parola è figli – continua il Papa rivolgendosi a Janeth e a tutte le donne presenti - essi sono forza, sono speranza, sono stimolo. Sono il ricordo vivo che la vita si costruisce guardando avanti e non indietro. Oggi siete private della libertà, ma ciò non vuol dire che questa situazione sia definitiva. Niente affatto. Sempre guardare l’orizzonte, in avanti, verso il reinserimento nella vita ordinaria della società. Il reinserimento dovete esigerlo voi stesse dalla società. E la società ha l'obbligo di reinserire ognuna di voi". 

Francesco poi fa un appello riguardo le condizioni che vivono tutti i carcerati del mondo: “Tutti sappiamo che molte volte, purtroppo, la pena del carcere si riduce soprattutto a un castigo, senza offrire strumenti adeguati per attivare processi. E questo non va bene. Invece, questi spazi che promuovono programmi di apprendistato lavorativo e di accompagnamento per ricomporre legami sono segno di speranza e di futuro. Adoperiamoci perché crescano. La sicurezza pubblica non va ridotta solo a misure di maggior controllo ma soprattutto va costruita con misure di prevenzione, col lavoro, l’educazione e più vita comunitaria”.

Janeth, reclusa nel carcere di Santiago, racconta al Papa la sua esperienza: “Voglio ringraziarti Papa Francesco per aver pensato alle donne che sono private della loro libertà, perché quando lo hai fatto, so che hai pensato anche ai nostri figli e alle nostre figlie. Papa, i nostri figli sono quelli che soffrono di più a causa dei nostri errori. Con la nostra privazione della libertà i loro sogni sono troncati e questo è un profondo dolore per noi”.

Suor Nelly, incaricata per la pastorale delle ragazze, saluta Papa Francesco: “Benvenuto padre dei poveri e amico della giustizia. Grazie per essere qui oggi, con le persone più dimenticate del nostro paese. Come vedi, sulle pareti di questo posto ci sono centinaia di volti, immagini e parole che provengono dalle varie prigioni del Cile; dalle prigioni di Arica a quelle di Porvenir. Siamo tutti qui, cattolici, evangelici e di molte altre religioni; uomini e donne; tutto con un grande senso della vita; volevamo essere qui perché riconosciamo in te un uomo di bene, di pace e di giustizia”.

Francesco ha donato alle detenute una Madonna di ceramica a bassorilievo interamente realizzata dal Laboratorio ceramico di Valentina Pietrosanti di Sermoneta. Una moderna ed elegante raffigurazione invetriata della Vergine Maria in atteggiamento di preghiera con smalto bianco, azzurro e oro.

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