Ciudad Juarez come Ninive. Il Papa: “Chiedete il dono della conversione”

Papa Francesco rende omaggio alla croce dei migranti, al confine con gli Stati Uniti, 17 febbraio 2016
Foto: CTV
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“Chiedete il dono delle lacrime. Chiedete il dono della conversione”. Papa Francesco si rivolge agli abitanti di Ciudad Juarez, ma anche a quanti sono dall’altra parte della rete. Una rete che – denuncia il Papa – “cattura e distrugge sempre i più poveri”. L’altare è posto più in alto, così che lo vedano anche quelli di là della frontiera del Messico. E la lettura suggerisce al Papa una similitudine: Ciudad Juarez come Ninive.

Papa Francesco arriva intorno alle 16.30 all'area fieristica di Juarez, dopo un breve tragitto in Papamobile. Un giro nello stadio, un saluto a tutti. E poi va verso la frontiera, verso la croce dei migranti, messa su una pedana sospesa, che ha una immagine stilizzata della Sacra Famiglia che emigra in Egitto al centro. E' una pedana in salita, decorata con piante. Intorno alla croce, altre croci. Papa Francesco sosta in silenzio, in preghiera. Poi poggia un mazzo di fiori, in ricordo silenzioso dei migranti che non ce l'hanno fatta. Fa un breve segno di croce sulle croci che ricordano le vittime. E poi guarda dall'altro lato, ad El Paso, a soli 80 metri dal luogo della croce, e lancia un saluto e una benedizione. E' l'immagine emblematica di questo viaggio. 

Il coro canta un inno alla Croce, in un clima solenne e allo stesso tempo triste. Sull'altare campeggia un'altra croce, che in preparazione al viaggio è stata portata in tutte le parrocchie del Messico, ed è stata poi posta su questo altare come a raccogliere lacrime e speranze dei messicani. Papa Francesco celebra messa sotto questa croce. Il pastorale è stato intagliato dai carcerati, ai quali nel pomeriggio ha detto: "Potete essere profeti della società". Campeggia anche una riproduzione della Madonna di Guadalupe. Tutto nella città di Juarez. Juarez come Ninive. 

Ninive, la città corrotta. Ninive, la città cui Giona preconizzò la distruzione, ma che ebbe quaranta giorni di tempo per convertirsi. E lo fece. Perché Dio manda Giona ad annunciare loro che “sono talmente abituati al degrado che hanno perso la sensibilità davanti al dolore”. Ma poi, le persone si convertono, e lì arriva il mistero della misericordia divina, che “fa sempre appello alla bontà sopita, anestetizzata, di ogni persona. Lungi dall’annientare, come molte volte pretendiamo o vogliamo fare noi, la misericordia si avvicina ad ogni situazione per trasformarla dall’interno. Si avvicina ed invita alla conversione, invita al pentimento; invita a vedere il danno che a tutti i livelli sta causando. La misericordia entra sempre nel male per trasformarlo”.

Ed è questa trasformazione che Papa Francesco spera per Ciudad Juarez, città di frontiera presa come esempio di un mondo diventato violento e indifferente, di un mondo che mette da parte i più poveri e vulnerabili. Ciudad Juarez come Ninive, Ciudad Juarez come il mondo. E il Papa, che prova ad essere come Giona.

“Giona aiuta a a vedere, aiuta a prendere coscienza. Subito dopo, la sua chiamata trova uomini e donne capaci di pentirsi, capaci di piangere. Piangere per l’ingiustizia, pinagere per il degrado, piangere per l’oppressione”. È quella richiesta di imparare a llorar che il Papa fa incessantemente.

Spiega Francesco: “Sono le lacrime che possono aprire la strada alla trasformazione. Sono le lacrime che possono ammorbidire il cuore. Sono le lacrime che possono purificare lo sguardo e aiutare a vedere la spirale di peccato in cui molte volte siamo immersi. Sono le lacrime che riescono a sensibilizzare lo sguardo e l’atteggiamento indurito e specialmente addormentato davanti alla sofferenza degli altri. Sono le lacrime che possono generare una rottura capace di aprirsi alla conversione”. Come le lacrime di Pietro, aggiunge il Papa, che tradisce e poi si pente.

E sono le lacrime che servono a Ciudad Juarez, la città della rete, dei disperati, del narcotraffico e del traffico di esseri umani. La città dei femminicidi e delle persone scomparse, di cui sembra non si voglia dare memoria. Il Papa entra nel tema della “crisi umanitaria che negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, in treno, in autostrada, anche a piedi, attraversando migliaia di chilometri per montagne, deserti, strade inospitali”.

È il “fenomeno globale” della migrazione forzata. Una crisi che “si può misurare in cifre”, ma che la Chiesa preferisce misurare “con nomi storie e famiglie”. E mentre i fratelli e le sorelle sono in difficoltà, “a fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri”. Poveri che “non soffrono solo la povertà, ma soprattutto queste forme di violenza”. Una ingiustizia “che si radicalizza nei giovani: loro, come carne da macello, sono perseguitati e minacciati quando tentano di uscire dalla spirale della violenza e dall’inferno delle droghe. E che dire delle tante donne alle quali con la violenza è stata ingiustamente tolta la vita?”

Per questo, il Papa incoraggia a chiedere “il dono della conversione,” perché “c’è sempre tempo per cambiare, c’è sempre una via d’uscita ed una opportunità, c’è sempre tempo per implorare la misericordia del Padre”.

Papa Francesco lancia così la “scommessa della conversione”. Una scommessa che si basa anche sul lavoro di tante organizzazioni della società civile in favore dei migranti, dell’impegno di tante religiose, religiosi, laici, che “danno aiuto in prima linea rischiando molte volte la propria”. Sono “profeti di misericordia, sono il cuore comprensivo e i piedi accompagnatori della Chiesa che apre le sue braccia e sostiene”.

Al termine dell'omelia, il Papa saluta "i nostri cari fratelli e sorelle che ci accompagnino simultaneamente dall’altro lato della frontiera e coloro che si sono riuniti nello stadio dell’università di El Paso". E conclude: grazie alla tecnologia, "possiamo celebrare questo amore misericordioso che il Signore ci dà e che nessuna frontiera potrà impedirci di condividerlo. Grazie fratelli di el Paso per farci sentire una sola famiglia e una sola comunità cristiana". 

Ciudad Juarez come Ninive. O almeno, il Papa lo spera. Intanto monsignor René Blanco, vicario episcopale, ha dato un segno di speranza. E, in una intervista con la radio della diocesi, ha annunciato in questi giorni che lì, dove c'è l'area fieristica, "si costruirà una chiesa molto grande, molto bella e un centro pastorale al servizio dei migranti, dell`educazione dei bambini e dei giovani, un centro anche in difesa delle donne". Il centro si chiamerà "Il Punto", e in molti - diversi gli imprenditori - hanno contribuito al progetto. Forse Ninive sta cominciando a prendere consapevolezza. 

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