Come vengono curati i cattolici di lingua ebraica in Terrasanta?

Padre Rafic Nahra, responsabile dei cattolici di lingua ebraica in Israele
Foto: lpj.org
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I cattolici di lingua ebraica sono una minoranza in Terrasanta, ma hanno un vicariato a loro dedicato, il Vicariato di San Giacomo, frutto dello sviluppo dell’Opera San Giacomo che da più di 60 anni ha la loro cura pastorale. Da poco, padre Rafic Nahra è stato nominato vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica. Ad ACI Stampa, racconta sfide e particolarità del suo compito.

Si chiamava Opera di San Giacomo, poi è diventato a poco a poco un vero e proprio vicariato. Perché ce ne era bisogno?

Il vicariato non esisteva prima della fondazione dello Stato di Israele. L’Opera San Giacomo è nata per rispondere alle necessità pastorali delle famiglie miste (composte magari da un coniuge cristiano e l’altro ebreo) che arrivavano nel territorio, e per lavorare alla riconciliazione tra cristiani e ebrei. L’opera di San Giacomo si è trasformata a poco a poco in Vicariato, con vari sviluppi. Le persone che vivevano qui avevano chiesto, prima del Concilio Vaticano II, di tradurre certe parti della Messa in Ebraico, e questo ha contribuito alla formazione di piccole comunità parrocchiali. Oggi il Vicariato è la Chiesa di espressione ebraica in Israele.

Come è composto il Vicariato?

Abbiamo varie comunità, con una parrocchia a Gerusalemme, una a Bersheba, una a Jaffa, una ad Haifa. Anche quelli che pregano in russo sono assimilati al nostro Vicariato, perché vivono in Israele piuttosto che in Palestina e sono vicini al mondo di espressione ebraica più che al mondo di espressione araba. Abbiamo qualche prete che celebra in russo e partecipa alle nostre riunioni.

Quanti sono i cattolici di lingua ebraica?

Siamo piccoli. Non abbiamo statistiche, ma in generale diciamo che siamo un migliaio di persone in tutto il Paese. Non facciamo proselitismo. Siamo semplicemente testimoni della nostra fede.

Come è il dialogo con il mondo ebraico?

Non si può dare una risposta generale. I rapporti principali sono quelli che tessiamo nella vita di ogni giorno. Si pensa sempre ai rapporti di alto livello, di tipo teologico, e questi sono importanti. Ma il dialogo viene anche dalle piccole cose, dalle persone che vivono insieme e che costruiscono a poco a poco una fiducia reciproca.

Può fare un esempio concreto?

Quando ero parroco, ho ricevuto la richiesta di una sinagoga ortodossa di studiare insieme la Bibbia e di fare una attività di carità interreligiosa includendo i musulmani, con l’obiettivo di mostrare la fiducia tra noi. E da allora, ci riuniamo ogni mese, discutiamo di un testo del Nuovo Testamento e di un testo dell’Antico Testamento, leggiamo il un commento della Torah e eventualmente uno del Nuovo Testamento. Abbiamo così una bella condivisione, e ci arricchiamo.

Quale è la sua speranza per questa comunità?

Al posto di parlare della mia speranza, preferisco parlare di vocazione. La vocazione del nostro gregge è quella di vivere e di trasmettere la fede. È davvero una sfida perché i bambini frequentano le scuole israeliane, sono educati ad una altra religiosità, tendono ad assimilarsi. Abbiamo anche una vocazione di testimoni in mezzo all popolo ebraico senza nessun proselitismo. Quando entrano in contatto con noi, vedono che che leggiamo la stessa edizione della loro Bibbia che è il nostro Testamento, allora comincia un dialogo. Noi non facciamo politica. Cerchiamo di avvicinare le persone, e fare aprire i cuori. Credo che i cristiani abbiano questa missione.

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