Coronavirus, la sociologia del "dopo" anche per la fede

Un colloquio con Ivo Lizzola docente di pedagogia sociale e di pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo

Ivo Lizzola
Foto: rettorato.unibg.it
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“La paura è un pericolosissimo motore di conflitti e di difficoltà nel rapporto con l’altro, quando non ha luoghi per passare dentro la parola e l’incontro. Ci si sente così esposti da rendere cieca anche l’evidenza che c’è chi è molto più fragile di noi, verso cui è giusto essere più attenti. La paura, vissuta da soli, ci avvelena. Passare dalla paura alla veglia reciproca è possibile, ma ci vogliono dei percorsi di accompagnamento, di pedagogia sociale. Se non lo facciamo, rischiamo di impedire la costruzione del dopo”.

Partendo da questa riflessione del professor Ivo Lizzola, docente di pedagogia sociale e di pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo, gli abbiamo chiesto di spiegare quale ‘tempo’ ci attende dopo l’emergenza del coronavirus: “Questo è un evento drammatico, che travolge sicurezze e continuità.  Impone la paura per il rischio e i limiti imposti alla vita. Non siamo abituati, in tanti, a perdere il controllo, la capacità  di prevedere, di capire. L’evento rompe tutto questo! Certo, anche prima vivevamo grandi rischi (per gli equilibri della biosfera, lo scatenamento di violenze, l’incancrenirsi di odi e odiose diseguaglianze, di sfinimenti esistenziali, ...), e molti vivevano vite senza riparo, senza progetto, ‘scartati’ dal merito e dalla prestazione. Ma bastava non vedere, non sentire.

La speranza era già infiacchita e sordastra: anche la questione di Dio era un pò dissolta in moralismi e pratiche ‘private’. Ora l’evento: e il tempo si spacca, e si apre. Alla verità? Speriamo... Mi vien da pensare: e se l’evento fosse il ritorno di Gesù  sulla terra? Troverebbe ancora la fede? Quali reazioni registrerebbe? Ricordiamo ‘La leggenda del Grande Inquisitore’, che Dostoevskij mette al cuore de ‘I fratelli Karamazov’? L’evento è quello, e la paura grande, la voglia di una continuità anche senza speranza è più forte.  Anche dall’evento del ritorno di Gesù Cristo ci si vuol difendere. Vivere un evento è difficile. Ultima a morire, la speranza: e pare una invocazione dei salmi.

E’ invocazione di molti, bella; la sua radice è nella disseminazione della presenza della fraternità sollecita, per chi crede immagine del Padre, nei nostri giorni. Abbiamo sentito i segni di un amore fino alla fine, e oltre, di una attesa e di un perdono, fino alla fine e oltre. In gesti, occhi, presenze, persino in noi! A Sua immagine... La fiducia è un dono ricevuto, nella bellezza, nelle presenze, dell'incanto, nell'impegno, nella cura, nella tenerezza, nell'ansia per la giustizia, della dedizione fraterna. Presenza, promessa mantenuta. Viva. Si aprirà un tempo della promessa?”Quale ‘cura’ sociale è necessaria per sconfiggere la paura?

Il dolore spacca le comunità, rende lontani i sommersi ed i salvati, per usare la potente immagine di Primo Levi. Quando il dolore si fa carne, entra nei giorni, prende i gesti, impregna le cose, soffoca il respiro delle case, ... sì, ci sono passaggi in cui ha questo potere.

Contro le paure servono certamente luoghi di narrazione ed ascolto, dove darle parola e toglierla dal buio della solitudine. Poi serve la memoria e la cura delle comunioni amorose, delle condivisioni e delle presenze reciproche, tra persone, famiglie, comunità di vulnerabili, con una prioritaria attenzione ai feriti o ai più sperduti. Tessiture continue di legami, di parole e di inedite condivisioni”.

Questo tempo di ‘isolamento’ quale influenza avrà nei nostri rapporti?

“C’è chi – miracolosamente ma non sono poche e pochi, sono i semplici ed i poveri, i miti ed i costruttori di pace e di giustizia – riesce nell’isolamento e nella sofferenza a ringraziare i giorni che ci sono dati, così come sono. Non come li desidereremmo, li vorremmo rendere. Anzi trovando in ciò che è dato, anche in ciò che ci costringe, il desiderio.

Si può conservare nelle privazioni, che per molti sono prove e dolori, un sentire la carezza delle presenze, delle cose, degli auguri buoni delle consolazioni. È come passare per il prato fiorito di sempre guardandone vita e colori, ronzii e calore. Fermarsi e sentirne il canto sommesso.

Passare dalla paura alla veglia reciproca è possibile, ma non avverrà automaticamente: ci vorranno dei percorsi di accompagnamento, di pedagogia sociale. La veglia reciproca chiede l’affidamento gli uni agli altri mentre i tempi che viviamo rischiano di stressare la fiducia sociale, non solo quella verso le istituzioni ma anche quella tra vicini.

Si può fare anche ora, sì. Anzi, bisogna farla ora. Perché se non lo facciamo, rischiamo di impedire la costruzione del dopo. Dobbiamo smettere di rappresentare l’altro come quello che si è difeso, lasciando me esposto”.

Come si fa?

“Facendo girare buone storie, buoni racconti. A Como abbiamo accompagnato molte situazioni in cui le persone erano rose dalle contrapposizioni e dalle rappresentazioni reciproche: mettendo le persone in contatto con storie di buoni incontri e di fiducia, quei costrutti interiori sono venuti meno, i linguaggi sono cambiati e sono avvenuti di nuovo gli incontri. Abbiamo bisogno di abitare rappresentazioni buone. Possiamo dar voce sui media alle pratiche incredibili di volontariato che si stanno moltiplicando: a Bergamo in un solo giorno 350 giovani hanno risposto all’appello ad ‘adottare’ anziani del quartiere per tenere i contatti con loro, aiutarli con la spesa, i farmaci. Con una alleanza intergenerazionale commovente”.

Quale rielaborazione del lutto è necessario per superare questo momento?  

Le prove dei padri, fatti anziani, sono consegne preziose. Attraversandole, fragili, han comunque avuto cura del futuro di altri, le figlie ed i figli. Poi anche i nipoti. Han fatto la ricostruzione, ricreato la comunità nazionale, e le nostre comunità, riavviato storie e legami delle nostre famiglie. Uomini, e donne, semplici e normali, forti e generosi. Oggi molti di loro muoiono. Molti soli, o lontani. Con la carezza di infermiere che si fanno ‘portatrici’ delle nostre.

Muoiono in tanti, non riusciamo a raccogliere accanto a loro racconti, preghiere, gratitudine e lodi.

Chi resta dovrà essere capace di un'altra ricostruzione, di tessere comunità e legami, di far reggere famiglie. Con dedizione, intelligenza, coraggio e generosità. Occorrerà riseminare le loro storie, il lascito loro e i loro ricordi, di questi nostri vecchi. Che silenziosamente, come semi, entrano nei solchi delle nostre comunità ferite, di figli, di nipoti.

Ci vorranno riti e momenti di narrazione e ‘risemina’. C’è un legame fortissimo tra memoria, e sua capacità, e speranza, che è “memoria di futuro come dicono grandi filosofi. Appunto dovremo elaborare il lutto riprendendo le “consegne di tante vita, i segni della loro tenuta e delle loro capacità di inizio e dedizione, ma d dentro impegni, legami, generosità offerte e intrecciate.

Dedizioni perché la vita sia, degna e desiderabile, per figli e nipoti. Il lutto e la speranza hanno la loro radice, si danno e sono possibili nella comunione”.

Quale ‘sfida’ comporta questa pandemia per la fede?

“La fede si fa nuda, spogliata dai templi, dura e fragile. Attesa, sospesa. Riscoperta? Fede nel sabato santo: tra venerdì e domenica.  Quanti volti si sono affacciati alle porte delle chiese vuote ed aperte, ai riti ed alle immagini di pastori lontani e addolorati, di papa Francesco solo sotto la piaggia nell’immensa piazza vuota. Quanti volti, questa Pasqua. Ritirati, raccolti, abbracciati, sospesi, smarriti, dolenti, feriti, sfiduciati...

I volti di questa Pasqua benedicono la loro chiesa, e sanno che, poveramente, dovranno farsi operosa benedizione per i tanti che vivranno dispersione, amarezza, risentimento, o voglia di stordimento e oblio. Volti offerti, esposti, con cicatrici certo, ma con il volo di colomba negli occhi. Volo non superficiale e ingenuo, impossibile dopo queste settimane: volo lucido, tenace, mite, operoso, giusto, essenziale. Generoso nell'annuncio di cieli nuovi e terre nuove”.

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