Cosa cerco realmente? II Domenica del Tempo Ordinario

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina

Gesù con i discepoli
Foto: pubblico dominio
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“Che cosa cercate?” sono le prime parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni  e, pertanto, appaiono particolarmente significative. Esse sono indirizzate a due persone (Giovanni e ad Andrea) che si sono messi a seguirlo dopo avere lasciato il Battista che battezzava presso il fiume Giordano. E’ interessante notare che il Signore  non inizia il dialogo parlando di sé o presentando il suo messaggio, ma facendo parlare i due. Si interessa alla loro domanda, perché il Signore sa che noi cerchiamo tante cose, ma poi quando le abbiamo trovate dobbiamo constatare, con amarezza, che esse non ci danno quella pienezza che  aspettavamo. Questa esperienza ci porta a riconoscere che c’è ricerca e ricerca, che il nostro cuore va oltre la pura dimensione umana. Ha bisogno di altro. Ma questo altro che cos’è? La domanda di Gesù  ci chiede di andare a fondo del nostro desiderio e  interrogarci: “Cosa cerco in realtà?”; “Quale senso do alla mia vita?”; “Qual è il mio bisogno vero?”. 

La risposta di Andrea e Giovanni - “ Maestro dove dimori?”- ci indica che l’unica ricerca seria della vita è la ricerca di Dio. Dove abiti?, come dire: qual è la tua vita, il tuo modo di esistere, il mistero della tua persona?  Per venire incontro alla loro richiesta Gesù fa una proposta - Venite e vedete- che costituisce un invito a seguirlo. Egli dice a questi due discepoli e, attraverso loro, anche a noi, che per poterlo conoscere è necessario superare la distanza ed entrare in una relazione d’amicizia con Lui.

Ma in che cosa consiste precisamente la sequela di Cristo? Il testo evangelico ci dice che essa è caratterizzata da tre atteggiamenti. Il primo è espresso dal “vedere”, cioè dal riconoscere che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio venuto tra noi per salvarci. Il secondo dal “rimanere”, cioè dall’accettare una comunione di vita e di destino con Lui. Il terzo elemento della sequela è dato dalla testimonianza, cioè dal raccontare ciò che è capitato di bello. Una testimonianza che nasce da un’esigenza interiore, da un bisogno dell’anima di rendere partecipi anche altri di quanto è accaduto alla propria vita perché possano godere della stessa esperienza di pienezza. E così nasce la fraternità che si costruisce attorno a Gesù.

Seguire il Signore significa testimoniare il primato di Dio nella propria vita: è la sfida principale del tempo presente, caratterizzato appunto dalla emarginazione di Dio perché, la sua eventuale esistenza è priva di importanza per la vita. Negli ultimi 25 anni, scrive il sociologo Franco Garelli nel suo libro “Gente di poca fede”, i non credenti in Italia sono aumentati del 30% , ma nello stesso tempo sono cresciuti nel cuore dell’uomo la percezione che la solitudine sia diventata più insopportabile, la  paura stia dilagando e la conflittualità stia deteriorando ogni giorno di più le relazioni umane.

Appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente il quale, trasformando l’uomo in nuova creatura lo rende capace di costruire attorno a Lui una fraternità che ha come “statuto il precetto dell’amore” (Prefazio Comune VII) ed è finalizzata alla missione di annunciare la paternità e l’amore di Dio - che si sono rivelati nel dono che Egli ha fatto del suo Figlio per la salvezza del mondo - le sole vie che rendono possibile costruire un mondo più giusto, più accogliente e fraterno.

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