Cremona, come vive una diocesi durante e dopo la pandemia?

Un colloquio con il vescovo Napolioni che ha vinto la battaglia contro il coronavirus

Il vescovo Napolioni in visita a Cremona Solidale, Cremona Solidale è l’Azienda Speciale del Comune di Cremona che eroga servizi e prestazioni alle pe
Foto: Diocesi di Cremona
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Da lunedì scorso tutte le città italiani stanno tornando con precauzioni a riprendere la vita quotidiana, dopo quasi tre mesi di lockdown; così anche nelle diocesi italiane si è ritornato a celebrare le messe con il popolo, dopo l’accordo tra Cei e Stato.

Nella diocesi di Cremona il vicario generale, don Massimo Calvi, con una lettera indirizzata ai sacerdoti ha scritto che la Messa crismale del Giovedì santo sarà officiata giovedì 28 maggio: “Con la graduale ripresa delle celebrazioni comunitarie il nostro vescovo Antonio, in conformità con quanto deciso dai Vescovi lombardi, ci invita a recuperare questo momento così significativo...

Ancora immersi nella luce e nella gioia del Tempo pasquale e nell’imminenza della solennità di Pentecoste ci uniremo come presbiterio per rinnovare le nostre promesse di totale donazione al Signore Gesù e alla Chiesa e per invocare sulla nostra Diocesi la forza dello Spirito Santo che attraverso i Santi Olii apre la porta della salvezza ai Catecumeni, conferma in Cristo Signore i fratelli e offre la consolazione di Dio ai malati e ai moribondi”.

Al vescovo diocesano, Antonio Napolioni, che a marzo era stato ricoverato a causa del coronavirus, abbiamo chiesto di raccontarci la situazione attuale nella diocesi: “Il nostro territorio è stato tra i più provati dall’epidemia. Dopo la fase della grande paura (non del tutto superata) e dei numerosi lutti (da rielaborare e celebrare dignitosamente), ora si fa spazio alla speranza e alla graduale paziente ripresa. Sia in campo sociale che nella vita delle comunità cristiane, che non sono e non devono pensarsi come un mondo a parte. La solidarietà non si è mai fermata, anzi è cresciuta in quantità e qualità. Ci prepariamo a decifrare e vivere un futuro inedito, che deve poterci aiutare in quella conversione che da tempo ci è chiesta e di cui non possiamo più aver timore”.

Tempo fa Papa Francesco le aveva telefonato per informarsi sulla sua personale salute e sulla situazione diocesana: cosa significa per la comunità il sostegno del Papa?

“Il Papa ci ha guidato quotidianamente nell’ascolto del Vangelo e nella sua incarnazione, davanti alle sfide che dobbiamo tutti affrontare, qui e ora. Ci insegna un metodo da continuare a praticare in ogni comunità, per essere discepoli, credenti e missionari, più che solo religiosi praticanti. San Giovanni Paolo II voleva che la Chiesa intraprendesse una nuova evangelizzazione: ora ne abbiamo sofferte e vivissime opportunità. Papa Francesco è maestro e padre, dato e ispirato da Dio, da ascoltare e seguire senza indugio”.

Quale pastorale per questa ‘fase 2’?

“Ho scelto il vangelo di Emmaus per consegnare alla diocesi gli atteggiamenti prioritari da curare in questa fase: affiancare tutti – ascoltare i loro discorsi – rispettare il dolore, elaborare il lutto – far emergere il Vangelo – fermarsi, riscoprire la relazione – celebrare la presenza – lasciarsi scaldare il cuore – dare testimonianza, nella comunione. La pedagogia di Dio si rivela nella sua perenne attualità, quando dobbiamo contare meno su di noi ed invochiamo l’Altro che ci salva”.

Come riscoprire la relazione partendo dal Vangelo?

“Fissando lo sguardo su Gesù, che anche oggi si avvicina e ci prende per mano, riconsegnandoci volti e storie di cui avere veramente cura. Non un Gesù ad ‘uso e consumo privato’ del proprio bisogno di rassicurazione, ma il Gesù dei Vangeli, che spesso scomoda i discepoli per liberarli dalla schiavitù delle proprie aspettative mondane ed introdurli nella pace che viene dalla comunione, dalla gratuità, dal radicarsi nell’essenziale. Anche il ritorno nelle parrocchie sarà fecondo se non sarà stressato dalla mania di rifare di tutto e di più, per essere invece fecondato dalla riscoperta della lentezza, della tenerezza, del realismo di ogni incontro umano”.

Cosa è la Borsa di sant’Omobono?

“Sant’Omobono è il patrono di Cremona, un laico vissuto nel XIII secolo, sarto e mercante di stoffe, che si converte a Cristo e sceglie di vivere nella penitenza e nella preghiera, operatore di pace tra le fazioni e di carità generosa verso i poveri. La sua borsa aperta alle necessità dei fratelli lo rende riconoscibile. E’ quello che farà la nostra Chiesa locale, costituendo un fondo di solidarietà per chi non ce la fa con le sue forze, per chi resta senza lavoro, per chi ha bisogno di essere aiutato a reinserirsi nel tessuto vitale della società”.

Perchè molti hanno affermato che la pandemia sia un castigo di Dio?

“Bisognerebbe chiederlo a loro. Credo sia una tentazione antica, infantile ed oscurantista, che non può trovare appoggio nella Rivelazione cristiana, letta correttamente, come ci insegnano a fare il Concilio ed il Magistero dei Papi che lo hanno vissuto e interpretato fino a noi. Preferisco pensare che, come un vero Padre, Dio si serve di tutto ciò che accade per ricondurre al bene, a un bene più grande, i figli cocciuti che spesso sono corresponsabili del male che accade. Non ci dice: hai rovinato il mondo e ben ti sta, ma ci aiuta a riconoscere le nostre colpe e a ridestare una coscienza più filiale e fraterna, per custodire la vita e il giardino in cui ci ha posto a goderla”.

 

 

 

  

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