Dalle diocesi, il Rapporto Italiani nel mondo

A Roma la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo promosso dalla Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Cei che si occupa del mondo della mobilità umana.

Locandina evento
Foto: Fondazione migrantes
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La Chiesa italiana è stata sempre a fianco degli suoi emigrati, sin dalla fine dell’Ottocento quando alcuni vescovi, come quello di Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini che fondò una apposita famiglia religiose per la pastorale con i migranti (Scalabrininiani) o quello di Cremona, Geremia Bonomelli che si fece promotore dell’ Opera di assistenza per gli italiani emigrati in Europa. Un impegno a non lasciare da soli gli italiani che partivano dalla Penisola per cercare fortuna altrove. E non sempre in condizioni favorevoli.

Un impegno che oggi continua nella Chiesa italiana con la presenza di missionari in Europa, e non solo, impegnati nella pastorale con gli italiani nel mondo. Sono oltre 400. “Siamo chiamati a volgere il nostro sguardo e il nostro impegno verso tutti in modo uguale ricercando nuovi strumenti per guardare al migrante come soggetto in movimento all’interno di uno spazio comune che è la Madre Terra, che è di tutti e non di alcuni solamente”, ha detto ieri il segretario generale della Cei, il vescovo Stefano Russo, intervenendo a Roma alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo promosso dalla Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Cei che si occupa del mondo della mobilità umana.

“Qualsiasi sia il tipo di migrazione oggi, qualsiasi migrante si prenda in considerazione da qualsiasi angolo della Terra arrivi e in qualsiasi luogo lui voglia andare, va considerato persona migrante e, quindi, va accolto, protetto, promosso e integrato”, ha detto Russo per il quale occorre “non calare dall’alto programmi assistenziali, ma costruire comunità che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperte alle differenze e sappiano valorizzarle”. Si tratta cioè di impegnarsi a creare “comunità radiali e circolari, dove il senso di appartenenza viene modificato e giammai cancellato, dove ogni persona possa sentirsi di appartenere non in modo esclusivo, ma possa poter dare un contributo e, allo stesso tempo, ricevere collaborazione”.

Uno studio, quello della Fondazione – giunto quest’anno alla XIV edizione – che, auspicano i promotori, possa “aiutare al rispetto della diversità e di chi, italiano o cittadino del mondo, si trova a vivere in un Paese diverso da quello in cui è nato”. Uno studio accurato al quale hanno collaborato 68 studiosi dall’Italia e dal mondo e dal quale emerge come ormai i cittadini italiani residenti fuori dalla Penisola supera i 5milioni.

Sono, infatti, 5.288.281 al 1 gennaio di quest’anno: l’8,8% della popolazione italiana. Il dato è riferito alle iscrizioni all’Aire, l’ Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero. La maggioranza è originaria del Meridione d’Italia (48,9%, di cui il 32,0% Sud e il 16,9% Isole); il 35,5% proviene dal Nord (il 18,0% dal Nord-Ovest e il 17,5% dal Nord-Est) e il 15,6% dal Centro. Oltre 2,8 milioni (54,3%) risiedono in Europa, oltre 2,1 milioni (40,2%) in America. Le comunità più consistenti si trovano, nell’ordine, in Argentina (quasi 843 mila), in Germania (poco più di 764 mila), in Svizzera (623 mila), in Brasile (447 mila), in Francia (422 mila), nel Regno Unito (327 mila) e negli Stati Uniti d’America (272 mila). Da gennaio a dicembre 2018 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani. L’attuale mobilità italiana continua a interessare – secondo lo studio della Migrantes - prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). Sono ben 195 le destinazioni di tutti i continenti. Torna il protagonismo del Regno Unito che, con oltre 20 mila iscrizioni, risulta essere la prima meta prescelta nell’ultimo anno (+11,1% rispetto all’anno precedente). Al secondo posto, con 18.385 connazionali, vi è la Germania . A seguire la Francia (14.016), il Brasile (11.663) la Svizzera (10.265), la Spagna (7.529). Le partenze nell’ultimo anno hanno riguardato 107 province italiane. Con 22.803 partenze continua il solido “primato” della Lombardia, la regione da cui partono più italiani, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702).

Il filo conduttore di quest’anno, nello studio realizzato dall’organismo pastorale della Cei è quello della percezione delle comunità italiane nel mondo: “Quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all’amore per il made in Italy” è il titolo del tema conduttore e che racconta la percezione e la conseguente creazione di stereotipi e pregiudizi che hanno accompagnato il migrante italiano nel tempo e in ogni luogo.

“Interrogarsi con onestà e riflettere con rigore sulla percezione e la conseguente creazione di
stereotipi e pregiudizi che hanno accompagnato il migrante italiano” serve “non solo a fare memoria di sé, ma diventa motivo di migliore comprensione di chi siamo oggi e di chi vogliamo essere”, ha detto ancora monsignot Russo: “sorprende, amareggia, incupisce – ha osservato – leggere dei tanti episodi di denigrazione ai quali gli italiani sono stati sottoposti in passato come migranti, ma amareggia ancora di più trovare episodi e appellativi oggi, rendersi conto che ancora, a volte, persistono questi atteggiamenti di discriminazione”.

L’obiettivo del Rapporto Italiani nel Mondo” è quello di “risvegliare – si legge nel testo di oltre 50 pagine - il ricordo di un passato ingiusto non per avere una rivalsa sui migranti di oggi che abitano strutturalmente i nostri territori o arrivano sulle nostre coste, ma per ravvivare la responsabilità di essere sempre dalla parte giusta come uomini e donne innanzitutto, nel rispetto di quel diritto alla vita (e, aggiungiamo, a una vita felice) che è intrinsecamente, profondamente, indubbiamente laico”.

Al tema dell’emigrazione ei giovani la Chiesa italiana continua a guardare con attenzione anche perché sono molti, in varie parti d’Italia, i centri che continuano a svuotarsi con tutte le
conseguenze sociali che ne derivano. E proprio ieri da una parrocchia periferica di Palermo una manifestazione per dire “no” all’emigrazione forzata dei giovani senza lavoro. Una emigrazione, come abbiano detto, porta allo spopolamento di interi quartiere nelle città e di intere fasce della popolazione nei piccoli centri. E’ stato definito il “Movimento delle valige” e a guidarlo padre Antonio Garau insieme agli arcivescovi Corrado Lorefice di Palermo e Michele Pennisi di Monreale in corteo con le valige in mano.

“La Chiesa è in marcia, perché vuole essere prossima, in linea con le indicazioni di papa Francesco. In Sicilia cresce il turismo, abbiamo la cultura e l’arte, ma queste ricchezze non sono sorrette dalla presenza di infrastrutture che possano rendere competitivo il nostro territorio”, ha detto Lorefice. La chiesa vuole “condividere le angosce, le paure, la mancanza di futuro che è molto presente in Sicilia soprattutto nei nostri giovani”, ha detto poi Pennisi evidenziano dome da anni “assistiamo ad una processo di abbandono dei giovani dall'Isola soprattutto delle zone interne. Senza giovani la Sicilia non ha futuro”. Il Movimento ha già ricevuto varie adesioni e nelle prossime settimane altre manifestazioni si svolgeranno nell’Isola.

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