Dieci anni senza il "Gius"

Giussani e i suoi studenti nel 1956 in una storica gita a Portofino
Foto: @Fraterntià CL
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“Don Giussani, ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il cristianesimo è un incontro; una storia di amore; è un avvenimento.”

Joseph Ratzinger, cardinale e amico personale del “Gius” lo raccontava così. Era il 24 febbraio del 2005. Il Duomo di Milano era straripante di fedeli, come la piazza. Per il Prefetto della Congregazione della dottrina della fede era l’ultima grande uscita pubblica prima delle giornata che lo avrebbero portato al Soglio di Pietro meno di due mesi dopo.

Una omelia a braccio, dove c’era tutta la vita di un uomo che aveva attraversato il ’68 senza  venirne contaminato, senza cedere alla “tentazione grande di trasformare il cristianesimo in un moralismo”.  Perché se si sostituisce il credere con il fare, alla fine non si costruisce ma si divide.

Il cardinale lascia un messaggio chiaro ai giovani di Comunione e Liberazione, quelli di età e quelli di cuore, quelli che aspettano fuori e quelli che guardano la cerimonia in tv: “non perdiamo di vista Cristo, e non dimentichiamo che senza Dio non si costruisce niente di bene e che Dio rimane enigmatico se non riconosciuto nel volto di Cristo.”

Un volto che per Giussani traspare anche attraverso le domande profondo dell’uomo. Lo ricorda l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio che nel 1998 è appena succeduto al cardinale Guarracino quando introduce la edizione spagnola de “ Il senso religioso”.  A bene vedere sono le stesse domande che si pone oggi Papa Francesco: perché esistono il dolore, la morte e il male? Perché vale la pena di vivere? Qual è il significato ultimo della realtà, dell’esistenza, del lavoro, dell’amare, di ogni impegno nel mondo? Chi sono io, da dove vengo, dove vado? Scrive Bersaglio: “l’uomo non può accontentarsi di risposte ridotte o parziali, obbligandosi a censurare o a dimenticare qualche aspetto della realtà.”

E siccome “ solo lo stupore conosce” l’invito è a riconoscere che “la degradazione morale e culturale inizia a sorgere quando questa capacità di stupore si indebolisce, si annulla o muore. L’oppio culturale tende ad annullare, indebolire o uccidere tale capacità di stupore”. Al contrario, proprio lo stupore “è ciò che mi porta a cercare, ad aprirmi; è ciò che mi rende possibile la risposta, che non è né una risposta verbale, né concettuale. Perché se lo stupore mi apre come domanda, l’unica risposta è l’incontro: e solo nell’incontro si placa la sete. In niente di più”.

Sono passati dieci anni da quando Luigi Giussani ha raggiunto “ la Casa del Padre”,  e CL va avanti nella sua scuola, con lo stupore della visione del volto di Cristo e le difficoltà fisiologiche della morte del fondatore e del dover gestire una eredità impegnativa. E’ un po’ il problema del carisma personale da trasformare in qualcosa che sfida i secoli. 

Come è la storia di Cristo: “ Quello che poteva sembrare, al massimo, un’esperienza singolare diventava un protagonista nella storia, perciò strumento della missione dell’unico Popolo di Dio” diceva Giussani a Giovanni Paolo II il 30 maggio del 1998 a Piazza San Pietro.

Ora spetta a Julian Carron che dal 2005 giuda per volontà di Giussani il Movimento, il compito di continuare a far vivere quello “stupore” che porta alla misericordia, e alla fine alla “mendicanza” come diceva Giussani: “ Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del curie dell’ uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo.”

 

 

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