Diplomazia pontificia, focus internazionale: dal Libano al Caucaso

Dalla drammatica esplosione in Libano alle tensioni nel Caucaso, fino alla questione cinese: i fronti aperti della diplomazia pontificia

La bandiera della Santa Sede su un balcone della Segreteria di Stato vaticana
Foto: AG / ACI Group
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La Santa Sede segue con attenzione le tensioni nel Caucaso, e questa settimana due ambasciatori della Regione (di Georgia e Armenia) hanno rilasciato dichiarazioni sulle situazioni nei loro rispettivi Paesi. Il territorio, infatti, è colpita da diversi conflitti regionali, complessi da spiegare e che pure hanno un forte impatto anche sull’Europa. La Santa Sede ha mostrato più volte la sua presenza.

La settimana è stata scossa dall’esplosione a Beirut, in Libano, che ha causato centinaia di morti e che alcuni, incluso il ministero degli Esteri libanese, non escludono che sia stata causata da forze esterne. La Santa Sede ha inviato vari aiuti, tra cui una donazione personale del Papa.

Altri temi di punta della diplomazia pontificia della settimana: il rinnovo dell’accordo confidenziale per la nomina dei vescovi con la Cina, il nuovo nunzio in Brasile, le elezioni in Sri Lanka e la posizione della chiesa.

                                                FOCUS LIBANO

Libano, l’impegno dopo l’esplosione

L’esplosione in Libano che ha causato centinaia di morti e che ha ancora cause da definire – per ora si sa solo che è esploso un deposito di nitrato di ammonio, materiale usato sia per produrre esplosivi che fertilizzanti – è stata al centro di un appello di Papa Francesco al termine dell’udienza generale del 5 agosto, e poi della preghiera del Papa a Santa Maria Maggiore, dove è andato per la festa della Dedicazione di Maria, nonché della successiva donazione del Papa di 250 mila euro per far fronte alla crisi.

Sono mesi, tuttavia, che l’attenzione della diplomazia pontificia è concentrata sul Libano. Non è solo la crisi del Paese che ha portato a proteste di piazza e ad un nuovo governo, peraltro debolissimo. La Santa Sede guardava a Libano anche prima, quando accoglieva milioni di profughi dalla Siria. E guardava al Libano ancora prima, quando si andava costruendo una nazione dall’equilibrio confessionale che doveva essere d esempio per tutto il Medio Oriente.

Oggi, i primi passi da fare sono concreti. L’arcivescovo Joseph Spitieri, nunzio apostolico a Beirut, ha delineato in una intervista una roadmap per la salvezza del Paese. “i danni – ha detto – sono terribili. È stato tremendo. Tantissime sono le case distrutte, diverse scuole, chiese, ospedali sono inagibili”.

L’arcivescovo Spitieri ha chiesto prima di tutto aiuto medico, anche in vista di una probabile recrudescenza del COVID. Quindi, ha detto, “servono tende per gli sfollati” e infine viveri “perché i depositi del porto sono andati in fumo, il porto è stato distrutto”.

Il Cardinale Jean Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ha detto, a nome di tutti i vescovi dell’Unione Europea, di condividere “il dramma e la tristezza della popolazione di Beirut a seguito delle terribili e mortali esplosioni avvenute nel porto”.

Parlando con Vatican News, il Cardinale Hollerich ha chiesto di non dimenticare che “il Libano ha accolto tanti profughi, che anche nella Chiesa in Europa ci sono libanesi, così come nei nostri Paesi”.

Il Cardinale Hollerich ha detto di pensare che “il Libano sia importante per l’Unione Europea, che ha tutto l’interesse ad avere un Libano stabile, stabile dal punto di vista politico e dal punto di vista economico. Dunque, penso che i politici, anche dell’Europa, debbano reagire perché è nell’interesse dei popoli europei che il Libano sia aiutato. Ma noi come cristiani dobbiamo fare di più: non dobbiamo agire per il solo nostro interesse, ma dobbiamo agire con solidarietà e con amore, con carità”.

                                                FOCUS CAUCASO

Dodici anni fa, il conflitto in Ossezia del Sud. Dimenticato da tutti, ma non dalla Santa Sede

Due anni fa, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, visitò la Georgia e arrivò fino al confine dei territori occupati, visitando l villaggio di Khurvaleti e informandosi della situazione umanitaria nei territori occupati. Lo scorso dicembre, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha cominciato il suo viaggio dall’Administrative Boundary Line. È il segno che l’attenzione della diplomazia pontificia sulla situazione in Tskhinvali e Abkhazia, occupate dalla Russia nell’ambito del conflitto dell’Ossezia del Sud, è costante.

A quei due viaggi fa riferimento anche Khetevane Bagrationi de Mukhrani, ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede, in una dichiarazione resa ad ACI Stampa a 12 anni dal conflitto.

Questo cominciò nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008, e si concluse con un cessate il fuoco il 12 agosto. Il 26 agosto, la Russia ha riconosciuto l’indipendenza della due repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud, e proclamato una zona cuscinetto sotto il suo controllo militare attorno alle due repubbliche, cristallizzando di fatto l’occupazione.

L’ambasciatore Bagrationi condanna con forza l’occupazione, che – sottolinea –“costituisce una violazione delle norme e dei principi fondamentali del diritto internazionale, con la volontà di cambiare con la forza i confini internazionalmente riconosciuti di uno Stato sovrano”.

L’aggressione, prosegue l’ambasciatore, “ha rappresentato e rappresenta una grave minaccia per la sicurezza europea nel suo insieme”, anche perché “invadendo la Georgia, la Russia ha stabilito un precedente che si è intensificato in ulteriori azioni aggressive nella Regione dell’Europa Orientale, come l’annessione illegale della Crimea nel 2014, dimostrando che nessuno di questi casi dovrebbe essere analizzato singolarmente, bensì nella visione di una strategia di destabilizzazione creata intorno all’unione europea”.

L’ambasciatore Bagrationi ricorda che, dall’accordo di cessate il fuoco ottenuto con l’intermediazione dell’Unione Europea, “la Georgia ha ottemperato a tutti i punti dell’accordo”, mentre non così ha fatto la Russia, lamenta, in quanto questa “continua l’occupazione e annessione illegale dei territori georgiani, alzando barriere artificiaili tra i quali, tra l’altro, fili spinati di sinistra memoria”.

Bagrationi sottolinea che la presenza militare russa in Abkhazia e Tskihnvali (cosiddetta Ossezia del Sud) è “parte dell’arte bellica russa, che dispiega basi militari nelle due regioni con più di 4500 militari russi e 1300 membri dell’FSB (Servizio di Sicurezza Federale Russo), che svolgono esercitazioni militari in modo regolare”.

L’ambasciatore Bagrationi denuncia anche la “guerra ibrida” pratica dalla Russia, con “ripetute e pesanti violazioni dei diritti umani in molteplici forme, che infrangono la libertà di spostamento, i diritti alla salute, alla proprietà, a professare la propria religione, il diritto all'istruzione nella propria madrelingua – per citarne alcuni - e con una massiccia e diversificata politica di disinformazione, in particolare sul laboratorio di Lugar, uno dei punti focali per la lotta vincente contro il COVID-19 in Georgia”.

L’ambasciatore si riferisce qui alle accuse di Marija Zarachova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che il 25 giugno aveva affermato che “Tbilisi sta cercando di politicizzare la questione del coronavirus”, mentre lo scorso 17 aprile aveva accusato gli americani di sviluppare agenti patogeni per attaccare la popolazione russa, sottolineando come, in particolare, il laboratorio Lugar per le ricerche sulla salute pubblica in Georgia avrebbe ricevuto di recente una visita di “rappresentanti del Pentagono” che avrebbero consigliato alle autorità di Tbilisi “di ampliare il campo delle loro ricerche”, e sottolineato di non poter ignorare che il centro sia stato fondato da americani vicino al confine con la Russia.

Il centro Lugar è stato aperto nel 2011 grazie a un finanziamento di 350 mila dollari da parte americana, ma l’infrastruttura è dal 2018 sotto il controllo del ministero della salute georgiana. 

L’ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede sottolinea poi la difficile situazione umanitaria nei territori occupati, caratterizzata anche da “rapimenti di persone sulla linea di occupazione anche nel territorio controllato dal governo centrale” che vengono rilasciate dopo pagamento di una multa o detenute per un certo tempo. Quindi, l’ambasciatore punta il dito sulla “borderizzazione” strisciante, ottenuta “alzando fili spinati nel territorio controllato dal governo centrale anche durante la pandemia globale del Covid-19 nonostante gli appelli del Pontefice e del Segretario Generale dell’ONU”, situazione che si è verificata simultaneamente in 14 villaggi negli ultimi mesi.

Della situazione umanitaria, sia il segretario di Stato che il “ministro degli Esteri” vaticani sono a conoscenza per aver visitato le aree di confine e per aver “incontrato gli sfollati”, potendo così sapere “direttamente della loro difficile situazione”.

L’ambasciatore Bagrationi, però, sottolinea che “la Georgia rimane determinata a proseguire ulteriormente la sua irremovibile politica pacifica di risoluzione del conflitto”, senza “risparmiare sforzi per facilitare i negoziati” e cercare una soluzione diplomatica, continuando a rispettare l’accordo sul cessate il fuoco del 12 agosto 2008 mediato dall’UE. Inoltre, la Georgia ha come massima priorità quella di “rafforzare la fiducia della popolazione nelle regioni di Abkhazia e Tskhinvali”.

L’ambasciatore Bagrationi ci tiene, in particolare, a sottolineare che la Georgia “resta un modello di trasformazione democratica, sviluppo economico ed i progressi compiuti nell’ambito dell’integrazione europea ed euro-atlantica, per il Caucaso meridionale e tutta la regione”.

Per questo motivo, conclude, “un successo nella risoluzione pacifica del conflitto in Georgia potrebbe avere un impulso trasformativo nell’intera area dell’Eastern Partnership e in tutta la regione del Mar Nero”.

Armenia – Azerbaijan, parla l’ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede

C’è stata una escalation nel conflitto tra Armenia e Azerbaijan, che ha portato ad una ventina di vittime ed anche alla richiesta di Papa Francesco, durante l’Angelus del 19 luglio, di giungere ad “una soluzione politica duratura”. L’escalation nasce da una situazione di conflitto al confine contesto tra Azerbaijan e Armenia.

Secondo alcune fonti, sono gli armeni ad aver certo di prendere posizioni vantaggiose sul territorio. Secondo altre fonti, sono stati gli azeri ad aver cercato di prendere una posizione in territorio armeno. Le schermaglie sono sfociate in veri e propri attacchi di artiglieria.

Garen Nazarian, ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede, in una dichiarazione resa ad ACI Stampa mette in luce l’interesse della Turchia nella regione, Stato in antica inimicizia con l’Armenia anche per il non riconoscimento del genocidio armeno.

L’ambasciatore Nazarian ha sottolineato “l’aggressione scatenata dall’Azerbaijan contro il nostro Paese”, operata ignorando “i precedenti appelli di Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, e di Papa Francesco di mettere in atto un cessato il fuoco generale in questo momento di pandemia da COVID 19”.

Nazarian nota che i giornali italiani hanno messo in luce le dichiarazioni del ministro della Difesa azero sugli attacchi alla centrale nucleare di Metsamour, nonché “l’inaccettabile interferenza da parte turca”, denunciata tra l’altro di voler “fuorviare la comunità internazionale per nascondere l’innegabile uso della forza da parte dell’Azerbaijan al confine armeno a partire dal 12 luglio”.

Secondo Nazarian, “è risaputo che la Turchia cerca costantemente di intervenire nei conflitti regionali, complicandoli ulteriormente, creando nuove fonti di tensione, minando la sicurezza dei suoi vicini e diffondendo instabilità per raggiungere i suoi obiettivi più che secolari”, ma questo non fa altro che esprimere “l’incondizionato sostegno turco all’Azerbaijan, giustificando la sua politica anti-armena e belligerante”.

Nazarian rivolge alla Turchia la pesante accusa di agire “non come un membro del Gruppo di Minsk dell’OSCE, ma come parte direttamente coinvolta nel conflitto del Nagorno-Karabakh; e non può svolgere nessun ruolo nel processo di risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh”.

Nazarian accusa l’atteggiamento provocatorio della Turchia “una grave minaccia per la Regione in senso lato”. E denuncia anche la decisione di convertire nuovamente Santa Sofia in moschea, sulla base del fatto che Santa Maria è patrimonio culturale dell’UNESCO.

Nazarian nota che fu un architetto armeno, certo Trdat, a restaurare Santa Sofia nl IX secolo, e sottolinea che “la società armena - attraverso il Ministro degli Affari Esteri della Repubblica d’Armenia, il Catholicos di tutti gli Armeni e della Grande Casa di Cilicia, gli ambiti accademici armeni e le organizzazioni della diaspora - ha rilasciato commenti e dichiarazioni sulla decisione della parte turca. E questo è ovvio perché la decisione crea un precedente pericoloso e ciò rende necessario l’introduzione di un meccanismo di monitoraggio internazionale per salvaguardare le chiese e gli altri monumenti in Turchia ed evitare che vengano snaturati. L’Armenia è pronta a impegnarsi in questo senso con l’Unesco e con tutti gli stati membri interessati”.

                                               FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Il Cardinale Pietro Parolin ad Ars

In quello che è il primo viaggio ufficiale dopo la crisi del coronavirus, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è stato ad Ars per celebrare San Giovanni Maria Vianney, ad un anno esatto dalla lettera che Papa Francesco ha inviato ai sacerdoti di tutto il mondo per il 160esimo della morte del Curato d’Ars.

Il 4 agosto, il Cardinale Parolin ha tenuto una conferenza sul tema “Papa Francesco e i sacerdoti in cammino con il popolo di Dio.

Il cardinale Parolin ha prima di tutto notato che la vita del Curato d’Ars era incentrata sulla preghiera, ma era anche un sacerdote che sapeva uscire, e lo faceva in una Francia scristianizzata della rivoluzione francese. In fondo, ha detto il Cardinale Parolin, “non è la prima volta che la chiesa è costretta a rinnovare il suo impegno missionario”. Ma “di fronte alla novità delle situazioni che si trova ad affrontare, lo Spirito Santo stimola la creatività per trovare il modo migliore di avvicinarsi agli altri”.

Il Cardinale Parolin si è poi concentrato sull’insegnamento, tema che sta a cuore al Papa che chiede “qualità nelle omelie”. Per questo, il segretario di Stato vaticano ha suggerito di organizzare incontri di formazione parrocchiale per introdurre i fedeli al catechismo, perché il popolo di Dio ha sempre necessità di conoscere i misteri di Cristo.

Dunque, il tema dell’Eucarestia, che è il “cuore del sacerdote”, e quello della confessione, perché il Curato d’Ars era “un grande confessore”, che “attirava sempre più penitenti”. È un esempio da seguire, in un mondo in cui “molti fedeli o non si confessano più o si confessano molto poco”.

Il Cardinale Parolin ha poi sottolineato l’importanza dell’accoglienza dei poveri, e ha detto che come il Curato d’Ars sapeva mettere in atto una “carità creativa”; così diocesi, parrocchie e comunità sono chiamate a vedere come attuare la “opzione preferenziale per i poveri”.

Il segretario di Stato vaticano ha dunque chiesto di rafforzare la fraternità sacramentale, specie in tempi in cui il ministero “è pesante, difficile”. Infine, la richiesta di affidarsi a Maria, perché “nel cuore della Santa Vergine, c’è solo misericordia”.

Dopo la conferenza e la celebrazione dei Vespri solenni, il Cardinale Parolin ha inaugurato nel santuario di Ars l’itinerario dedicato al Cardinale Emile Biavenda, arcivescovo di Brazzaville in Congo, che aveva un particolare legame con Ars sin dai suoi studi a Lione e che fu assassinato nel 1977.

Nella preghiera, Parolin ha richiamato il contributo alla pace del cardinale Biayenda, invitando i sacerdoti a farsi come lui “promotori dell'incontro e del dialogo, della riconciliazione e del perdono, dell'impegno concreto verso i poveri”.

Il segretario di Stato ha inoltre invitato i sacerdoti, nella festa di san Giovanni Maria Vianney, ad avere benevolenza e coraggio nelle loro chiese locali per “guarire le ferite” e “confortare il cuore dei deboli e dei vulnerabili”. Infine “un pensiero fervente” per i cristiani perseguitati in tutto il mondo, non dimenticando di confidare nello Spirito Santo perché solo con Lui sarà possibile sopportare le tribolazioni e vincere il male.

                                                FOCUS EUROPA

Il ministro degli Interni francese in Vaticano

Gerald Darmanin, ministro degli Interni francese, è stato in visita a Roma il 31 luglio e 1 agosto, per una serie di incontri bilaterali in Italia e in Vaticano. Il ministero degli Interni francese è quello che ha anche le responsabilità dei culti, e in quella veste Darmanin ha anche presenziato lo scorso 26 luglio alla commemorazione del quarto anniversario dell’omicidio di padre Jacques Hamel, il sacerdote francese 85enne sgozzato durante la celebrazione della Messa da due giovani militanti islamici nel 2016 e la cui causa di beatificazione è ora in corso.

È stata l’ambasciata di Francia a rendere nota l’agenda degli incontri di Darmanin, il quale lo scorso 1 agosto ha potuto incontrare in Vaticano monsignor Bruno-Marie Duffé, segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Con lui, si è parlato soprattutto di questioni migratorie, sottolinea l’ambasciata.

ll presidente polacco Duda visiterà Papa Francesco a settembre

Il 6 agosto, il presidente polacco Andrzej Duda ha prestato giuramento come capo dello Stato di Polonia. Si tratta di una conferma per Duda, che è stato rieletto nel luglio scorso. Già subito dopo la rielezione, il presidente polacco aveva fatto sapere di voler fare la prima visita del suo nuovo mandato in Vaticano, ed era stato al santuario di Czestochowa per ringraziare della rielezione

Parlando con la tv polacca Polsat News, il presidente Duda ha confermato questa volontà, e ha annunciato che la visita inizierà il 22 settembre, durerà tre giorni e prevederà un incontro con Papa Francesco e degli appuntamenti con le autorità italiane.

Duda, che ha ricordato che questo è l'anno del centenario della nascita di Giovanni Paolo II, ha sottolineato che per lui questo viaggio è "particolarmente importante" per lui. 

Si tratterebbe del terzo incontro di Duda con il Papa. Duda visitò Papa Francesco il 15 ottobre 2018, in occasione del 40esimo dell’elezione di San Giovanni Paolo II, e il 9 novembre 2015, all’inizio del suo primo mandato.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Nicaragua, chiesta una investigazione sugli attacchi alla cattedrale

Lo scorso 31 luglio, la cattedrale di Managua è stata attaccata da una bomba lanciata da un uomo che ha causato un incendio, devastandone l'antico crocefisso. È l’ultimo di una serie di attacchi cui è soggetta la Chiesa nel Paese, da quando il governo Ortega non ha apprezzato la sua opera di mediazione e ha accusato la Chiesa di essere parte di un non meglio precisato golpe. Anche Papa Francesco ha voluto esprimere solidarietà all’episcopato nicaraguense, inviando una lettera autografa al Cardinale Leopoldo José Brenes, arcivescovo di Managua.

Non solo. La Santa Sede, attraverso l’arcivescovo Waldermar Stanislaw Sommertag, nunzio apostolico nel Paese, ha chiesto al governo di Daniel Ortega di aprire “una indagine seria, attenta e trasparente” sull’incendio nella cappella della Cattedrale di Managua.

L’arcivescovo Sommertag lo ha detto in una intervista concessa all’Associated Press. Nell’intervista, il presule ha anche affermato di provare “sentimenti di profonda tristezza” per quanto accaduto, che si aggiunge “a recenti attacchi e profanazioni di persone sconosciute contro almeno tre chiese cattoliche in diverse località del Paese”.

Si tratta, ha detto il nunzio, di “atti delinquenziali promossi a causa dell’odio e della divisione, purtroppo molto radicate in gran parte della società nicaraguense. Non ci sono ragioni per i fatti che sono successi”.

Se il governo ha subito definito quanto accaduto come un incendio, non la hanno pensata così i vescovi nicaraguensi, i quali non hanno avuto timore a parlare di un “atto di terrorismo”. L’immagine distrutta dal fuoco nella cattedrale era stata portata in Nicaragua dal Guatemala nel 1638, e la sua perdita ha causato grande commozione nazionale.

L’arcivescovo Sommertag ha garantito che Papa Francesco è “costantemente informato” della situazione”, e ha poi sottolineato di aver chiesto “una investigazione seria, attenta e trasparente”, e che “la Santa Sede si aspetta che le autorità competenti incaricate della investigazione facciano il loro lavoro”.

Ecco chi è il nuovo nunzio in Brasile

Sarà l’arcivescovo Giambattista Diquattro il nuovo nunzio in Brasile. Prende il posto dell’arcivescovo Giovanni D’Aniello, che Papa Francesco ha destinato lo scorso giugno all’importante nunziatura di Mosca.

L’arcivescovo Di Quattro proviene dalle nunziatura di India e Nepal, dove era ambasciatore del Papa dal 2017. Sacerdote dal 1981 e nel servizio diplomatico della santa Sede dal 1985, l’arcivescovo Diquattro ha servito nelle nunziature di Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e in Ciad, alla Missione presso le Nazioni Unite di New York, e poi in Segreteria di Stato vaticano e nella nunziatura apostolica presso l’Italia.

Dal 2005 è stato nunzio apostolico a Panama, mentre dal 2008 al 2017 è stato ambasciatore del Papa in Bolivia. Ora, dopo la parentesi in Asia, torna in Sudamerica, per guidare la nunziatura a Brasilia.

                                                            FOCUS ASIA

Sri Lanka, verso le elezioni

Il Cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, è intervenuto lo scorso 4 agosto sulle prossime elezioni in Sri Lanka. Dagli attentati di Pasqua del 2019, che hanno causato centinaia di vittime, il Cardinale Ranjith è stato particolarmente critico con le forze politiche e con i tentativi di non portare a termine l’inchiesta sulla mancata sorveglianza nella preparazione degli attentati, dato che aveva ricevuto segnali che qualcosa s stava preparando.

Lo scorso 4 agosto, parlando delle imminenti elezioni, ha chiesto in un messaggio che si votino “un gruppo di persone capace di prendere decisioni per la futura prosperità della nazione”.

Il cardinale ha chiesto a tutte le persone di andare al voto, di esprimere il proprio voto sulla base dei programmi presentati, e di non perdere l’opportunità di eleggere le persone, perché “se succede qualcosa alla nazione, anche quelli che non hanno votato ne saranno parte”.

Il voto è avvenuto lo scorso 5 agosto.

Cina – Santa Sede, verso un nuovo accordo

Secondo un articolo del Global Times, periodico cinese in lingua inglese legato al Quotidiano del Popolo, si stanno facendo passi avanti nei colloqui tra Santa Sede e Cina per il rinnovo dell’accordo confidenziale sulla nomina dei vescovi. La conferma dei colloqui sarebbe stata confermata dall’arcivescovo Marcelo Sanchez Sorondo, Cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali. L’accordo dovrebbe scadere il prossimo 22 settembre, e già la Santa Sede ha fatto sapere di essere disposta a rinnovarlo ad experimentum.

L’accordo è stato fortemente criticato dal Cardinale Joseph Zen Zekiun, vescovo emerito di Hong Kong, che lamenta il “tradimento” di tanti cattolici cinesi che si sono sacrificati.

Nei prossimi mesi, circa 43 diocesi di Cina potrebbero rimanere vacanti per via della anziana età dei loro vescovi. Di certo, il percorso per un avvicinamento è stato lungo. Cominciato negli Anni Ottanta, Pechino si è aperto con difficoltà, chiedendo anche tra le prime condizioni che la Santa Sede rompesse i rapporti diplomatici con Taiwan. Ad oggi, la Santa Sede è ancora uno dei pochi Stati che riconosce e ha relazioni diplomatiche con Taipei.

Che l’accordo scade il prossimo 22 settembre è stato confermato dal vescovo Xhan Silu di Mindong, ma ha detto che si può essere ottimisti sul negoziato per il rinnovo. Lo scorso febbraio, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato il suo omologo Wang Yi, ministro cinese per gli Affari Esteri a Colonia, dando di fatto il via libera a un dialogo ad un livello più alto. Non va dimenticato che l’accordo è stato firmato dall’allora sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Antoine Camilleri, con il suo omologo cinese, tra l’altro mentre sia il Cardinale Parolin che l’arcivescovo Gallagher non avrebbero potuto firmare nessun accordo, perché impegnati in viaggio con Papa Francesco nel Baltico. Sono sottigliezze di diplomazia vaticana.

L’articolo del Global Times è particolarmente ottimista. Vero è che, dall’accordo, ci sono stati diversi vescovi riconosciuti da Pechino e dalla Santa Sede.

Lo scorso 9 luglio, è stato legalizzato Paolo Ma Cunguo, vescovo Cattolico di Shouzou.

Il 22 giugno, era stata la volta di Pietro Li Huiyuan, vescovo cattolico di Fengxiang, mentre il 9 giugno è stato “ufficializzato” il vescovo Pietro Lin Jiashan molto anziano, che era considerato un vescovo “tenacemente clandestino” dalle autorità di cinesi.

Prima ancora, erano stati ufficializzati il 30 gennaio 2019 Pietro Jin Lugang, vescovo coadiutore Nangyang, e nel 2017, Giuseppe Han Zhihai, ordinato “clandestinamente” vescovo a Lanzhou nel 2003.

D’altro canto, la Santa Sede sa di non poter avere un ottimismo cieco nei confronti dell’accordo, anche perché in questi anni la Cina ha rafforzato il processo di sinizzazione e ha registrato diversi episodi di attacco alla libertà religiosa.

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