Diplomazia pontificia, l’appello dei vescovi all’Europa

L’appello per una Europa più solidale è stato lanciato in questa settimana dai presidenti delle Conferenze Episcopali europee, su iniziativa della COMECE

La bandiera della Santa Sede
Foto: AG / ACI Group
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Dopo il coronavirus, una Europa più solidale: è questo il senso dell’appello dei presidenti delle Conferenze Episcopali di Europa, riuniti su iniziativa della COMECE per un singolare appello al continente.

In questa settimana, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha parlato di discriminazione ad un simposio organizzato dall’ambasciata USA presso la Santa Sede; il nunzio in Europa Lebeaupin ha visto accettata la sua rinuncia al compimento dei 75 anni di età, terminando così una lunga carriera diplomatica; il governo di Israele ha anticipato le celebrazioni natalizie e ha affrontato anche il tema delle proprietà nella porta di Giaffa in un ricevimento con i capi religiosi del Paese.

                                           FOCUS EUROPA

L’appello della Chiesa in Europa

La Chiesa Cattolica nell’Unione Europea ribadisce il suo impegno per la costruzione dell’Europa, sottolinea che questa si basa su valori fondamentali come “solidarietà, libertà, inviolabilità della dignità umana, democrazia, Stato di diritto, uguaglianza, protezione e promozione dei diritti umani”, punta a costruire “una fraternità universale che non escluda nessuno”.

Sono i punti principali di un appello sottoscritto dai presidenti delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europa su iniziativa della Commissione della Conferenze Episcopali dell’UE (COMECE).

Nel messaggio, indirizzato agli Stati membri e alle istituzioni europee. I vescovi sottolineano che “i Padri Fondatori dell'Unione Europea erano convinti che l'Europa sarebbe stata forgiata dalle sue crisi”, e che c’è la speranza che “Dio possa volgere al bene tutto ciò che accade”, una fede che i vescovi ribadiscono.

Si legge ancora nel testo: “La pandemia che ci ha afflitto in questi ultimi mesi ha scosso molte delle nostre sicurezze, e ha rivelato la nostra vulnerabilità e la nostra interdipendenza. Gli anziani e i poveri in tutto il mondo hanno sofferto il peggio”.

È una crisi che ci ha “colti impreparati”, cui si è reagito inizialmente “con paura”, finché si è ripreso a “rispondere in modo unitario”.

I vescovi hanno sottolineato che “il futuro dell’Unione Europea non dipende solo dall’economia e dalle finanze, ma anche da uno spirito comune da una nuova mentalità” e che “questa crisi è una opportunità spirituale di conversione”, che non ci deve far tornare alla vecchia normalità, ma a “cambiare radicalmente in meglio”.

I vescovi chiedono di “ristrutturare l’attuale modello di globalizzazione”, ma anche di “garantire il rispetto dell’ambiente, l’apertura alla vita, l’attenzione alla famiglia, l'uguaglianza sociale, la dignità dei lavoratori e i diritti delle generazioni future”.

I vescovi mettono in luce che i principi della Dottrina Sociale “possono essere una guida per costruire un modello differente di economia e società dopo la pandemia”, a partire dal principio di solidarietà, centrale per la Dottrina Sociale ma anche del processo di integrazione europea, da intendersi però non solo come distribuzione di risorse, ma come un “fare insieme” ed “essere aperti a integrare tutti”.

Sulla base di queste premesse, i vescovi chiedono che il vaccino per il COVID 19 sia accessibile a tutti, soprattutto ai più poveri.

I vescovi si rifanno alla Dichiarazione Schuman, che chiedeva alle nazioni di sostenersi a vicenda. Per questo, sottolineano che l’Europa deve sentirsi “particolarmente responsabile per lo sviluppo dell’Africa”, per la quale vengono chiesti “più aiuti umanitari di cooperazione allo sviluppo”, nonché il “riorientamento delle spese militari verso i servizi sanitari e sociali”.

Ma la solidarietà europea dovrebbe anche “estendersi con urgenza ai rifugiati che vivono in condizioni disumane nei campi di accoglienza e sono seriamente minacciati dal virus”, non solo con i finanziamenti, ma anche aprendo i confini, e cercando “una politica europea comune e giusta in materia di migrazione e asilo”.

I vescovi ricordano che la Chiesa ha già detto la sua e fatto le distinzioni su chi si accoglie e le ragioni per cui si accoglie, ma ci sono dei principi “da rispettare sempre, indipendentemente dalle condizioni delle persone coinvolte”, secondo valori che sono “alla base dell’identità europea”.

Per questo, i vescovi raccomandano di ulteriormente di sviluppare “percorsi sicuri per migranti e corridoi umanitari”, magari collaborando con “istituzioni della Chiesa e associazioni private che già operano in tale campo”.

Tema cruciale è quello del “rispetto per la libertà di religione dei credenti, in particolare la libertà di riunirsi per esercitare la propria libertà di culto, nel pieno rispetto delle esigenze sanitarie”.

I vescovi si dicono disponibili a continuare il dialogo con i governi in modo da “conciliare il rispetto di misure necessarie e la libertà di religione e di culto”.

I vescovi, poi, mettono in luce il grande lavoro di molti che apre alla speranza, e assicurano tutti coloro che guidano le istituzioni europee e gli Stati membri che “la Chiesa è al vostro fianco nel nostro impegno comune per costruire un futuro migliore per il nostro continente e per il mondo”.

Crisi in Nagorno Karabkh, l’iniziativa del Patriarcato di Mosca

Il rischio di un “genocidio culturale” in Nagorno Karabakh dopo il doloroso accordo che ha dato all’Azerbaijan alcuni territori controllati dagli armeni è stato enfatizzato da diverse associazioni culturali, preoccupate della poissibile scomparsa di alcuni reperti storici come è accaduto per i khakchkar, le croci di pietra armene, in questi anni in bilico tra conflitto freddo e caldo. Ed è anche per questo che anche le Chiese si sono mobilitate in favore di quella che è la prima nazione cristiana.

Lo scorso 14 novembre, il Patriarcato ortodosso di Mosca ha chiesto che l’accordo di pace in Artsakh – è il nome armeno della regione – dovrebbe avere come seguito un ritorno dei negoziati dei leader religiosi di Armenia e Azerbaijan sotto la mediazione del Patriarca di Mosca Kirill.

Il metropolita Hilarion, capo del dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha fatto sapere che l’accordo di pace “è una grande vittoria della diplomazia estera della Russia e del presidente Putin personalmente”, perché è prima di tutto importante “fermare lo spargimento di sangue e salvare le vite delle persone.

Il metropolita ha poi ricordato che c’è la possibilità di un dialogo trilaterale tra il Katholikos della Chiesa apostolica armena, il capo del Direttorato Spirituale dei Musulmani del Caucaso e il Patriarcato di Mosca”, e che spera che presto questo dialogo che mette insieme i leader religiosi di Azerbaijan e Armenia sotto la mediazione di Mosca possa avere luogo di nuovo.

La COMECE partecipa alle consultazioni sulla politica europea nell’Artico

La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europa sta partecipando alle consultazioni per la revisione delle politiche europee nella regione Artica.

In una recente consultazione, la COMECE, insieme con Giustizia e Pace e Europa, hanno chiesto che la futura politica artica proponga una partenrship di sviluppo sostenibile e integrale di persone, famiglie e comunità locali, nel rispetto del loro ambiente naturale.

Il documento presentato dalle due entità sottolinea che “la dimensione umana dovrebbe avere una più forte articolazione nella politica del futuro, inclusa la salute, la sicurezza e lo sviluppo socio-economico delle comunità locali e dei lavoratori migranti presenti nella regione”.

Il documento incoraggia dunque a preservare le comunità indigene, a rendere prioritario l’adattamento di queste comunità in vista del cambiamento climatico. Un cambiamento climatico che, rendendo più accessibili le risorse naturali nell’artico, può essere di stimolo a “pratiche predatorie che sfruttano l’ambiente e impoveriscono le popolazioni locali”.

COMECE e Giustizia e Pace chiedono che la futura politica europea sulla Regione Artica includa anche “un meccanismo vincolante per la responsabilità sociale di impresa, che richieda alle industrie di essere pienamente in linea con i diritti umani internazionalmente riconosciuti e gli standard sociali e ambientali”.

Inoltre, viene chiesto all’Europa anche di “promuovere modalità inclusive di impegno multilaterale con tutti gli attori regionali e locali”.

                                                FOCUS NUNZIATURE

Va in pensione il nunzio in Europa

Due settimane dopo il “viaggio virtuale” del Cardinale Pietro Parolin a Bruxelles, l’arcivescovo Alan Lebeaupin, nunzio apostolico in Europa, ha rinunciato al suo incarico al compimento dei 75 anni. Papa Francesco ha accettato la rinuncia il 16 novembre.

L’arcivescovo Lebeaupin lascia così una brillante carriera diplomatica, iniziata nel 1979 nella Missione della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York. L’arcivescovo Lebeaupin ha poi servito nelle rappresentanze pontificie di Repubblica Dominicana (1982 – 1985) e di Mozambico (1985 – 1989). Dal 1989 al 1998 ha lavorato nella seconda sezione della Segreteria di Stato e alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Inoltre, nel 1996 Lebaupin fu anche nominato chargé d’affairs alla nunziatura apostolica presso l’Unione Europea.

Nel 1998, fu nominato nunzio apostolico in Ecuador. Nel 2005, fu invece destinato a guidare la nunziatura in Kenya e a servire come Osservatore Permanente della Santa Sede ai programmi delle Nazioni Unite sull’ambiente e sugli insediamenti umani, entrambi con sede a Nairobi. L’arcivescovo Lebeaupin era nunzio presso l’Unione Europea del 2012. Ha sviluppato una notevole rete di contatti. Prima del viaggio virtuale del Cardinale Parolin, con l'entrata in servizio della nuova commissione europea, ha incontrato diversi commissari europei mettendo in luce le possibilità di cooperazione.

Le rinunce dei nunzi apostolici sono pubblicate dal bollettino della Sala Stampa della Sede in seguito alle nuove norme stabilite dal Motu proprio “Imparare a congedarsi”, pubblicato il 15 febbraio 2018, i nunzi seguono la stessa procedura di vescovi e capi Dicastero della Curia non cardinali: anche i rappresentanti pontifici “non cessano ipso facto dal loro ufficio al compimento dei settantacinque anni di età, ma in tale circostanza devono presentare la rinuncia al Sommo Pontefice”. Per essere efficace, la rinuncia dev’essere accettata dal Papa.

L’arcivescovo Auza ai vescovi spagnoli

Si è tenuta la scorsa settimana la assemblea generale della Conferenza Episcopale Spagnola. Come di consueto, il nunzio apostolico ha tenuto un discorso in apertura dell’assemblea, il 16 novembre.

L’arcivescovo Bernardito Auza ha sottolineato l’impegno della Chiesa per contrastare la diffusione del COVID 19, e messo in luce la necessità di riflettere sulla situazione e su quali conseguenza possa avere “nella vita della Chiesa, molto in particolare nel modo in cui ha interferito nella pratica sacramentale e nella vita sociale”.

Il nunzio ha plaudito a quanti hanno affrontato il contesto del lockdown in maniera creativa, ha ricordato i sacerdoti che sono morti per il coronavirus, ha plaudito allo sforzo del personale sanitario, ma anche di quanti assicurano l’ordine pubblico.

È una situazione che ha “una durata ancora incerta”, dice l’arcivescovo Auza. Che poi guarda ai temi dell’assemblea, e in particolare all’agenda pastorale 2021 – 2025, discussa nell’assemblea.

                                         FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Il Cardinale Parolin interviene ad un simposio sull’antisemitismo

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è intervenuto il 19 novembre ad un simposio online organizzato dall’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Il tema del simposio era: “Never Again. L’ascesa globale dell’antisemitismo”.

Nel suo discorso introduttivo, l’ambasciatore Callista Gingrich ha ricordato l’attentato alla sinagoga di Pittsburgh nel 2018, la sparatoria in un negozio kosher di Jersey City della fine del 2019, e altri attacchi a New York, sottolineando la necessità di “invertire questa tendenza”, e mettendo in luce l’impegno di Papa Francesco.

L’intervento del Cardinale Parolin è arrivato a conclusione del simposio. C’è – ha fatto sapere il cardinale – un documento scoperto di recente, scritto dal Cardinale Pietro Gasparri, che fu Segretario di Stato dal 1914 al 1930. In una lettera scritta a nome di Benedetto XV, il Cardinale Gasparri scriveva che i diritti naturali dell’essere umano dovevano essere "osservati e rispettati anche in relazione ai figli di Israele come dovrebbe essere per tutti gli uomini, perché non sarebbe conforme alla giustizia e alla religione stessa discostarsi solo a causa di una differenza di fede religiosa".

Una lettera molto ben ricevuta ebraico-americano, ha detto il Cardinale Parolin. Il quale ha poi sottolineato che “per superare tante forme deplorevoli di odio, abbiamo bisogno della capacità di coinvolgerci insieme nella memoria. La memoria è la chiave per accedere al futuro ed è nostra responsabilità trasmetterla in modo dignitoso alle giovani generazioni”.

Il cardinale Parolin ha anche indicato il dialogo interreligioso come uno strumento indispensabile per combattere l’antisemitismo, e ha rimarcato che la fraternità è costruita sulla verità sostenuta da varie religioni che ogni persona umana è “chiamata ad essere figlia di Dio”.

L'arcivescovo Gallagher al Ministeriale per la promozione della Libertà Religiosa

Il terzo vertice ministeriale per promuovere la libertà religiosa promosso dagli Stati Uniti si è tenuto quest'anno in videoconferenza lo scorso 16 novembre. La Santa Sede vi ha preso parte, come ormai consuetudine, rappresentata dall'arcivescovo Paul Richard Gallagher segretario per i Rapporti con gli Stati, il quale ha voluto "evidenziare e commentare una serie di situazioni allarmanti che mettono in discussione la libertà di religione".

L'arcivescovo ha in particolare puntato il dito sulle limitazioni delle attività religiose scaturiti dai provvedimenti per contrastare il coronavirus, e ha affermato che "a tale riguardo, le autorità civili dovrebbero essere consapevoli delle gravi conseguenze che tali protocolli potrebbero creare per le comunità religiose o di credo, che svolgono un ruolo importante nell’affrontare la crisi non solo grazie al loro sostegno attivo nel campo dell’assistenza sanitaria, ma anche al loro supporto morale e ai loro messaggi di solidarietà e speranza".

Il "ministro degli Esteri" vaticano ha poi sottolineato che, dal punto di vista cattolico, "l’accesso ai sacramenti è 'un servizio essenziale'" e che la libertà di culto deriva dal diritto alla libertà religiosa, non dal diritto di riunione. 

L’arcivescovo Gallagher ha anche messo in luce che la libertà religiosa è messa a rischio anche dagli attacchi da parte di estremisti e da un populismo "manifestato in alcune forme di nazionalismo", e ha fatto proposte per promuovere e tutelare la libertà religiosa, difendendo "la necessità del dialogo interreligioso e culturale per promuovere la comprensione e il rispetto reciproci" e il diritto alla libertà religiosa che "non può essere in alcun modo manipolato". 

Fraternità e amicizia sociale invocate nell'enciclica di Papa Francesco "Fratelli Tutti", si possono raggiungere solo con un dialogo sincero e autentico, ha concluso il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati. 

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Israele, al ricevimento di Natale affrontato anche il provlema della porta di Giaffa

Si è tenuto in questa settimana, molto in anticipo, il ricevimento offerto dalla presidenza israeliana in occasione del Natale, in cui vengono riuniti i leader di tutte le comunità cristiane presenti in Terrasanta. Un ricevimento con partecipazione minima, che è diventato una occasione di lavoro.

I leader religiosi presenti erano: Teofilo III, patriarca greco ortodosso; Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme; padre Francesco Patton, custode dei Francescani; Joseph Matte, Patriarca Greco Cattolico; Sevan Gharibian, vice patriarca armeno.

Il presidente Reuven Rivlin ha parlato delle difficoltà che le chiese vivono a causa del Coronavirus, chiedendo di mantenere le restrizioni anche durante il periodo di Natale e allo stesso tempo sottolineando che la libertà di culto sarà protetta ad ogni costo.

Il presidente Rivlin ha anche detto che Israele sta vivendo un tempo di pace, e dunque è tempo di completare il progetto della Terra dei Monasteri, che è un percorso di pellegrinaggio cristiano sulle rive del Giordano.

Il Patriarca Teofilo ha invece parlato della questione della Porta di Giaffa.

La storia inizia nel 2004, quando il Patriarcato Greco Ortodosso guidato allora dal Patriarca Irineos ha venduto ad Ateret Cohanim tre proprietà nella Città Vecchia di Gerusalemme. Due di queste erano nel quartiere cristiano, alla porta di Giaffa, mentre uno era stato venduto nel quartiere musulmano.

La Ateret Cohanim è stata fondata nel 1978, e opera nell’acquisto di proprietà palestinesi da riservare agli israeliani ebrei. Il Patriarcato Greco-Ortodosso ha rilasciato lo scorso 12 giugno sul suo sito una dichiarazione in cui definisce Ateret Cohanim parte “dei gruppi estremisti di colonizzazone”.

La vendita delle proprietà da parte di Irineos ha provocato la rabbia dei fedeli ortodossi. Il Patriarca Ireneos è stato rimosso, e il suo successore, Teofilo III, ha fatto appello ai tribunali per contestare la vendita che, ha affermato, era non valida perché era stata compiuta senza il consenso della comunità ortodossa, in particolare del Consiglio Sinodale, il Collegio superiore che si occupa di questioni ecclesiastiche e amministrazone). In più, Teofilo III aveva sollevato sospetti di corruzione.

Nel 2017, il tribunale distrettuale di Gerusalemme aveva approvato la vendita, perché non c’erano prove che sostenessero la tesi di una vendita illecita e il 10 giugno 2019 la Corte Suprema Israeliana ha confermato la vendita, chiudendo così una battaglia legale che è durata 15 anni. Tra i tre edifici ci sono l’Imperial Hotel e il Petra Hotel, che si trovano all’ingresso occidentale della città vecchia e che restano nelle mani di Ateret Cohanim.

Il Patriarcato Greco ha fatto appello alla Corte Suprema, ha bonificato circa 2 milioni di schockels (la moneta israeliana) alla Corte Distrettuale di Gerusalemme per pagare i debiti del Petra Hotel, e ha detto che sarà fatto tutto il possibile per proteggere le proprietà.

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