Firenze: l’alluvione del 1966 e l’aiuto della Chiesa

Una foto dell' alluvione
Foto: pd
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Fare memoria “della devastazione che Firenze subì a causa della piena dell’Arno cinquant’anni fa porta a pensare innanzitutto alle vittime: 35 secondo gli elenchi ufficiali, probabilmente anche più; poi alle gravi sofferenze di tanti, di tutti i fiorentini in quei giorni: patimenti materiali e morali, privazioni e angosce, perdita di beni e soprattutto di memorie di una vita, per non pochi il successivo sradicamento dai luoghi familiari.

Alla sofferenza delle persone va aggiunta quella della città, le ferite inferte al suo volto, alla sua bellezza, la consapevolezza di una precarietà che da allora ci accompagna”: così l’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, ha fatto memoria dell’alluvione che travolse la città nell’omelia della Celebrazione eucaristica, celebrata nella basilica di Santa Croce, insieme al card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città di Castello, mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia, e mons. Diego Coletti (vescovo emerito di Como) oltre a molti vescovi toscani.

Nell’omelia il card Betori ha sottolineato lo slancio dei giovani intervenuti a salvare la città: “Ma in quei giorni si manifestarono anche fatti di segno positivo. Anzitutto la fierezza e la dignità dei fiorentini, la loro volontà di non darla vinta alle acque limacciose, il coraggio di affrontare il futuro per difendere l'identità di questa città. Poi l'accorrere di tanti uomini e donne in nostro aiuto, soprattutto di giovani, che mostrarono una generosità commovente, ma anche la consapevolezza che perdere Firenze e i suoi tesori, di umanità e di arte, sarebbe stata una rovina irreparabile per l'umanità tutta.

Ne scaturì una condivisione della sofferenza e una dedizione di solidarietà che si manifestarono per la prima volta nel nostro Paese, per poi riapparire, in forme sempre più organizzate, nelle altre catastrofi naturali in questi anni, anche in questi giorni nel funesto sisma dell’Appennino centrale, in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. Questi nostri fratelli ci sentano vicini, io sono nato in Umbria, e sappiano che possono contare sulla presenza operosa dei nostri volontari Il Paese tutto si senta impegnato a far rinascere quei luoghi con il volto che li ha connotati nei secoli”.

Infine ha ricordato che le alluvioni non sono frutto di fatalismo, ma di responsabilità umana: “Uscire dall'alluvione significa oggi guardare con coraggio a una rinnovata missione umanistica, con il rigore della denuncia e l'ardire della novità, ‘in questo tornante della storia che, secondo le parole del poeta Mario Luzi, si affaccia su un orizzonte di incommensurabili pericoli e di inestimabili promesse che concernono la nuda creatura umana’. ‘Tra inquietudine e speranza’, volgiamo lo sguardo al nostro futuro e assumiamo le nostre responsabilità di riedificazione dell’umano che è in noi e tra noi, a immagine di Cristo, il Dio fatto uomo, che compì se stesso nel dono supremo e che, qui effigiato da Cimabue, deturpato dall'alluvione, rinato da mani sapienti, porta ancora i segni delle sue ferite, ma non cessa di proporsi come la nostra pienezza, ricordandoci che si è uomini se lo si segue, nel dono di sé e nello sguardo che si consegna alla risurrezione, si innalza verso un destino eterno”.

Nell’omelia il card. Betori ha ricordato la visita di papa Paolo VI nella vigilia di Natale dello stesso anno: “Siamo qua venuti, sospinti dalla carità del Natale, perché la vostra prova ci ha chiamati, ci ha quasi obbligati a venire. Siamo qua venuti nel giorno della tristezza e della fortezza dell’amore, per piangere con voi, dicevamo. Si Fiorentini, ai cento titoli, che voi potete avanzare per la nostra affezione, per la nostra stima, per l’umana e cristiana comunione, un altro capitolo si è aggiunto, che ora più di ogni altro ci ha messi in cammino. Il vostro dolore, cosi grande, cosi singolare, cosi fiero, e cosi degno…

Ci conforta sapere che da mille parti è affluito spontaneo l’aiuto: questo suffragio di bontà è cosa stupenda! Stupendo in chi lo ha dato, stupendo anche in chi lo riceve: non offende la vostra fierezza, o Fiorentini, si bene l’accresce per la prova di stima e di fraternità che dappertutto vi è tributato… Rinascere, Figli Carissimi, è una grande parola, spesso fraintesa dai satelliti della moda, o dai sovversivi delle strutture. E’ una parola che sa di utopia per chi non conosce il Natale. Rinascere vuol dire rifare se stessi, i propri pensieri, i propri propositi; e ciò che il Concilio, ancor prima di altre riforme ci ha predicato, con San Paolo: ‘Rinnovatevi nella vostra mentalità’.

Vuol dire per Voi Fiorentini, ritrovare le energie interiori nello spirito che la vostra tradizione cristiana ha inserito nell’essere vostro; e riacquistare coscienza della vostra vocazione a irradiare appunto lo spirito e a diffondere nel mondo, cominciando da quello che viene qua pellegrinando alla vostra scuola, di arte, e di storia e di lingua e di civiltà, quei valori immortali ed universali, di cui vi dicevamo, e di cui la fede cattolica dei vostri Santi e dei vostri Grandi possiede la sempre feconda radice... Ed è per riaccendere in voi codesta coscienza e codesta fiducia, in un’ora che può essere decisiva per il vostro orientamento morale, che noi siamo venuti a celebrare il natale con voi; il natale non solo di Cristo, ma vostro, il natale della speranza cristiana”. Ed a Firenze accorsero anche tanti giovani sacerdoti, che poi sarebbero divenuti cardinali o vescovi: Betori, Bassetti, Scola, Coletti, Ambrosio, Marrucci e Castellani. Così il card. Bassetti ha ricordato quel giorno: “Ho ancora davanti agli occhi la bomba d’acqua che aveva scardinato le porte della chiesa e l’aveva invasa come fosse uno tsunami. Il parroco mi aveva appena detto: ‘Gualtiero, portiamo via il Santissimo perché qui succede qualcosa di brutto’.

Mentre avevamo in mano la pisside, abbiamo sentito il boato. Se sono vivo è perché dietro l’altare cominciava una scaletta che portava in casa… Più che altro sono stato un incosciente. Mentre l’acqua saliva, ho sentito un odore acre di carburo davanti alla chiesa. Veniva da un deposito che rischiava di esplodere. Con alcuni ragazzi della parrocchia abbiamo sfondato la saracinesca e portato via i fusti. In un angolo abitava l’anziana ‘Mamma Rosina’. Tutti la conoscevano. Passava le giornate a dire il rosario. Stava in un seminterrato. Quando siamo entrati, l’acqua aveva già raggiunto il piano del tavolo e lei si era rifugiata sopra. Non ne voleva sapere di abbandonare la stanza. L’abbiamo salvata grazie ai miei giovani”.

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