Frate Federico Gandolfi: l’impegno e la fede in Africa, per un futuro migliore

Frate Federico e i piccoli a Juba
Foto: Frate Federico
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Frate Federico Gandolfi è un giovane frate minore. Nato a Cesena, è frate francescano dal 2004 della Provincia Romana. Da Gennaio 2015 è missionario a Juba, capitale del più giovane stato Africano, il Sud Sudan. Ogni giorno è impegnato a costruire in Africa un futuro migliore, ma soprattutto, è impegnato a proseguire il mandato che Gesù affidò ai discepoli di portare per le strade e nelle case la Buona Notizia, il Vangelo che salva. “Forse non salviamo vite, ma portiamo il senso e la vicinanza di Dio che sana molte ferite dell’anima”, ha detto Fra Federico ai microfoni di ACI Stampa e racconta il Sud Sudan spiegando la sua missione.

Qual è la situazione a Juba?

“Molto difficile da definire, il Paese sta facendo piccoli passi verso la pace e si è divisi tra ottimisti e pessimisti per il prossimo futuro. Ci saranno scelte importanti che il governo e la Comunità Internazionale dovrà fare per il bene di tutto il Paese. Inoltre la stagione delle piogge, per lo meno su Juba, è molto scarsa e questo rischia di far aumentare la fame e la miseria, e di conseguenze malattie per migliaia di persone”.

Di cosa si occupano i frati minori in Africa?

“In quanto frati ci è stata affidata una parrocchia in una zona non centrale della capitale all’internodella quale ci sono diversi gruppi con i quali collaboriamo: gruppo giovani, lectio divina, legionarie di Maria, chierichetti, più il normale catechismo. Ogni pomeriggio la parrocchia è letteralmente “invasa” da tantissimi giovani e meno giovani”. Ancora la parrocchia è una zona di ritrovo per molti; la città solo ultimamente comincia ad avere punti di aggregazione diversi dalle chiese; ma ancora non esistono centri commerciali o altre cose simili. La fede è naturale e messa poco in discussione. Oltre alla parrocchia svolgiamo un servizio plurisettimanale presso un campo POC (Protection of Civilians) gestito dalle Nazioni Unite. La domenica andiamo a celebrare la messa anche in alcuni villaggi; otto per l’esattezza, e quindi usciamo dalla capitale viaggiando su strade dissestate per più di 100km. La situazione nei villaggi è completamente diversa, capanne di fango e paglia, chilometri per prendere acqua e il cibo che sono veramente scarsi; la gente passa le giornate cercando cibo e chiacchierando. Oltre a queste attività ufficiali di parrocchia spesso visitiamo le famiglie e così entriamo non solo nelle loro capanne ma anche nelle loro storie spesso di sofferenza. Il paese vive una guerra civile dopo l’altra; ma molti hanno ancora la forza di sperare in un futuro migliore nonostante le gravissime difficoltà. Questo è quello che siamo: frati, una presenza non solo come pastori, ma anche come compagni di viaggio in una terra spesso inospitale; ma non importa, il Vangelo ci chiama ad essere con gli ultimi, gli emarginati e con loro guardare alla luce della Resurrezione.”

Qual è una giornata tipo in Sud Sudan?

“Per noi frati la giornata inizia con la preghiera delle Lodi e la messa; talvolta insieme alla gente, altre volte da soli, nella cappella del convento. Poi ognuno ha I propri servizi, pulizie di casa, orto e altri lavori. Ci sono visite alle famiglie oppure si passa il tempo con I bambini che compaiono dal nulla nel terreno della Chiesa, con loro si gioca e ci si sporca tremendamente. Bambini che hanno bisogno della compagnia degli adulti e di mani che non siano per picchiare, ma per far star bene. Ai bambini insegniamo anche qualche parolina di inglese e loro ce la insegnano di arabo. Spessissimo la giornata prevede anche visite ai malati e unzione degli infermi; anche I funerali purtroppo non sono pochi e qui durano almeno cinque giorni. Abbiamo anche moltissimi rapporti con gli altri ordini religiosi presenti in Diocesi e ci si trova spesso per ritiri o come associazione di religiosi; sono incontri molto importanti che ci danno tanto supporto. Il pomeriggio ci sono le attività parrocchiali fino a quando è luce, poi ognuno a casa. La sera non si può uscire per motivi di sicurezza; così da oltre un anno siamo qui a fare una vita semi di clausura. Purtroppo la notte si sentono molti spari e il sonno viene così interrotto; ma dobbiamo ammettere che, paradossalmente, ci si abitua pure a quelle armi che ci parlano di una umanità ferita che si lascia corrompere da una sempre maggior violenza; ma il silenzio delle vittime e di chi opta per la pace è ciò che ci dà speranza.”

Di cosa ha bisogno il Sud Sudan?

“Di tutto e di niente; la situazione è complicata, numerosissime ONG sono presenti portando aiuti di ogni tipo; ma la gente ha bisogno di cambiare modo di pensare; non all’occidentale, anzi, ma nel senso di una conversione che adesso si può convivere insieme tra diverse tribù. Un errore che vedo proporre è quello dell’essere tutti uguali; non lo siamo, le tribù non lo sono, ma ci sono moltissime differenze che vanno invece accolte e sfruttate per una maggiore ricchezza per tutti. Non è nell’appiattimento dell’uguaglianza che si cresce come nazione qui, ma piuttosto come una sinfonia di diversità che possono contribuire ad un futuro ricco e di pace. La città non ha un sistema di fognature, non c’è elettricità e la benzina per I generatori spesso scarseggia; la vita non è facile. Il carbone diviene sempre più costoso e il suo commercio provoca un disboscamento feroce che aiuta la desertificazione anche di aree fino a pochi decenni fa coperte di ricca vegetazione”.

Qual è il futuro dei bimbi in Sud Sudan?

“Per fortuna loro non hanno l’idea del futuro; giocano alla giornata fino a quando possono. Nei villaggi I bambini crescono in fretta; appena imparano a camminare diventano già grandi e anche le bambine si occupano subito di casa; a volte se ne vedono alcune piccolissime e già hanno un fratellino legato sulla schiena e si fanno un pò di chilometri per andare a prendere l’acqua. I giovani invece sperano, vanno avanti a volte facendo finta di nulla, non fanno troppe domande; quando la vita è così difficile si guarda all’oggi, poco al domani e il futuro è nelle mani di Dio per molti di loro. I più fortunati provano a studiare; alcune ragazze sono obbligate a sposarsi, vige ancora la poligamia anche tra I cattolici. Hanno speranza, ma non hanno tutti I bisogni che hanno i giovani dalle nostre parti. E poi condividono moltissimo quel poco guadagno. A volte basta uno che lavora in una famiglia e questo mantiene diversi parenti. L’idea del singolo è completamente assente; la filosofia di base è “io esisto perchè ci sei tu”. Da quando uno nasce, fino al giorno della sua morte, non sta mai da solo; le capanne non hanno le stanze e la vita è all’interno del villaggio o comunque tutti insieme in casa; non esiste il concetto di tempo personale.”

Frate Federico, una tua esperienza personale in Africa?

"Forse non ne ho una in particolare; ma sicuro è l’idea di famiglia, di popolo (tribù) che più mi colpisce; se dai qualche cosa a qualcuno il giorno dopo la vedi in mano ad altri; non si tengono nulla; la povertà, quando non è davvero miseria, apre il cuore, anche se fa male. Quando si entra nelle case offrono quello che hanno e se non hanno nulla vanno dal vicino e se lì anche non trovano camminano fino alla prossima capanna perchè non si lascia l’ospite senza nulla e il non accettare sarebbe offensivo. I giovani mi cercano anche  solo per un saluto e chiedermi come sto. Altra cosa bella è il nome che mi hanno dato; qui mi chiamano tutti “Abuna Loro”. Significa primo figlio maschio; nessuno più usa Federico e questo mi fa sentire a casa, come uno di loro."

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