Gänswein: "Io, che sognavo di essere certosino, vi racconto la modernità del silenzio"

L'arcivescovo Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia e Segretario Particolare di Benedetto XVI
Foto: Alan Holdren / CNA
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"Un libro molto moderno". Ecco come l'arcivescovo Gaenswein presenta l'ultimo libro del Cardinale Sarah "La forza del silenzio". Dal sogno di diventare certosino fino alla prefazione di Benedetto XVI. 

Eminenze, Eccellenze, gentilissime Signore, illustri Signori,

ho questa sera l’onore di parlare di fronte a Lei, caro cardinale Sarah e di fronte a questo uditorio riunitosi qui nella biblioteca dell’“Anima” in Suo onore. E con stupore – se mi è consentito iniziare in modo molto personale – volgo indietro lo sguardo al mio sogno di gioventù: quello di diventare certosino secondo la regola di san Bruno.

La cosa non si è realizzata, come tutti voi sapete.

“L’uomo propone, Dio dispone”.

E se lo lasciamo fare, si potrebbe dire che possiamo solo darci continuamente dei pizzicotti quasi per esser certi che non stiamo sognando, vedendo come Dio regolarmente sopravanza i nostri sogni più audaci e anche desideri che mai avremmo neppure osato immaginare.

È quello che accade oggi a me: mi è dato di comparire di fronte a Voi come una sorta di involontario frate minore che giunge da messo per portare dal monastero “Mater Ecclesiae” una lettera sui generis di Benedetto XVI con la quale il Papa emeritus rompe il suo silenzio per onorare precisamente quello spirito di san Bruno e del grande silenzio al quale un tempo avrei voluto consacrare la mia vita. Proprio questo spirito trasuda quasi da ogni pagina dell’ultimo libro del cardinale Sarah, anche se l’autore non è originario – come san Bruno – di Colonia sul Reno, ma proviene dalla periferia della Chiesa, come si potrebbe dire dalla prospettiva di Roma: e cioè dall’arcidiocesi di Conakry nella Guinea prevalentemente musulmana.

A dimostrazione che, in questo senso, la Madre Chiesa in realtà non ha e non conosce alcuna periferia, avendo invece il suo centro e il suo cuore ovunque, di fronte a un tabernacolo, arde giorno e notte la luce eterna.

Da tale centro proviene il cardinale Sarah e anche lo spirito con il quale è stato scritto questo volume di conversazioni con lui.

Come messo, consentitemi ancora qualche parola, prima di leggerVi la Prefazione del novantenne Santo Padre inviata dal monastero “Mater Ecclesiae” nei Giardini Vaticani.

Due anni fa, l’editore Bernhard Müller mi invitò a scrivere una Prefazione al libro Dio o niente scaturito dalla penna del cardinale Sarah. Accettai e in seguito ebbi anche l’onore di presentare quel volume qui all’“Anima”, e precisamente il 20 novembre, casualmente il giorno in cui la Chiesa ricorda san Gelasio, oriundo dell’Africa, sotto il cui patrocinio, il 20 novembre 2011, papa Benedetto XVI assunse nel collegio cardinalizio l’arcivescovo Robert Sarah.

Il caso vuole che oggi, invece, facciamo memoria della Madonna ausiliatrice, della Madre di Dio aiuto della cristianità: e di certo, in ambedue i casi, non avrà contato solo la casualità.

Infatti, questa volta, nell’invitare il Papa emerito a scrivere una Prefazione per l’edizione tedesca del nuovo libro del cardinale Sarah, naturalmente Bernhard Müller non poteva avere gioco facile come con me. Perciò le parole sorprendenti del Papa che ha fatto un passo indietro e un passo di lato si possono intendere oggi unicamente come un atto sovrano e deciso in piena libertà di Benedetto XVI.

Le ragioni di esso vanno cercate nel libro stesso. Naturalmente il Papa emerito ha letto ambedue i libri nell’originale francese, dunque in una lingua che, dopo il latino, gli è cara e conosce come nessun’altra lingua straniera.

E se, nella mia Prefazione al suo penultimo libro-intervista ho definito il cardinale Sarah come un “radicale”, perché il termine “radicale” etimologicamente richiama il latino “radix” (radice), il suo nuovo libro mi sembra allora ancor più radicale.

Perché ho come la sensazione che questa volta egli abbia – come dire – affondato le radici ancor più in profondità, sino a “captare la sorgente” dell’esistenza cristiana di cui una volta parlò il cardinale Joseph Ratzinger.

Questa profondità è il silenzio.

Si tratta di quel preziosissimo spazio della Chiesa, che rischia di essere dimenticato, mentre già i Padri del deserto, tanto quanto più tardi san Bruno, riconobbero essere quasi il “parlatorio” privilegiato di Dio.

È di questo spazio soprattutto che il libro-intervista con Nicolas Diat parla e che in certo senso ricorda i famosi Pensées di Blaise Pascal. Così non sorprende il fatto che in Francia, a Perpignano, proprio in queste giornate agitate, al libro sia stato assegnato il Premio “Spiritualités d’aujourd’hui”; e che in Spagna, dove tanto appassionatamente la società è alla ricerca di un nuovo orientamento, il volume senza alcuna campagna pubblicitaria sia già arrivato in questi giorni alla terza edizione.

Poiché probabilmente è proprio lo spirito dei certosini, è proprio lo spirito di quell’unico Ordine al mondo che mai dovette essere riformato (!) quello di cui la Chiesa oggi ha bisogno urgentemente più di tutto il resto per una rivoluzione del silenzio, in un’assolutamente necessaria riforma in capite et in membris della Chiesa in cui da decenni, e fin sull’altare stesso, «al centro non è più la Croce, ma il microfono», come nota laconicamente il Cardinale.

Come infatti, se non con una tale svolta davvero radicale verso il suo centro, la Chiesa può assolvere il mandato di Cristo di essere «sale della terra e luce del mondo»?

Al di là di questa considerazione preliminare, non è questa la sede e non sono io a dover giudicare dal punto di vista letterario il nuovo libro del Cardinale. Consentitemi solo alcune impressioni personali e qualche citazione dal libro, prima di assolvere il mio compito più importante di questa sera.

La forza del silenzio è chiaramente un libro molto moderno; e tuttavia coglie il tono e la melodia del XIV come del XVI secolo quando il cardinale Robert Sarah dialoga con familiarità tanto con l’alsaziano Giovanni Taulero quanto con il castigliano san Giovanni della Croce. Sempre impavidamente, ma sempre anche in modo sereno e critico; e sempre in modo assolutamente non ideologico: cita tanto sant’Agostino, quanto il cardinale Godfried Danneels di Brussel, considerato una delle grandi figure liberali della Chiesta cattolica dei nostri giorni.

Nel farlo, il cardinale Sarah non si nasconde mai. Certo non fa mistero di considerarsi anche come un custode, nel senso migliore del termine, vale a dire come colui che – secondo un’espressione di papa Giovanni XXIII – non vuole custodire le ceneri dei tesori della Chiesa ma la sua brace che tutti ci riscalda e ravviva, soprattutto nella liturgia dei sacri misteri.

Ma non solo questo.

A me sembra che in tante risposte, quasi di passaggio, egli capovolga la pesante e relativamente moderna accusa mossa alla teodicea – la domanda cioè di come Dio possa permettere tanta sofferenza; e lo fa, ad esempio, in un passo dove parla del suo incontro con un bambino musulmano piangente che, con le lacrime agli occhi, singhiozzando si chiede: «Allah esiste? E perché ha permesso che papà venisse ucciso? Perché non ha fatto nulla per impedire questo crimine?».

«Nel suo misterioso silenzio, Dio si mostra nelle lacrime del bambino sofferente» – dice subito dopo Robert Sarah – «e non in un ordine mondiale che promette di asciugare quelle lacrime. Dio ha il suo proprio modo misterioso di starci vicino nelle nostre prove».

E che una Chiesa silenziosa non sia semplicemente muta, ma al contrario diventi veramente missionaria, proprio a partire da questa profondità, emerge meravigliosamente in quell’altro passo dove egli, in modo tanto poetico quanto realistico, parlando della liturgia dei certosini dice: «Il canto gregoriano non è abbandono del silenzio. Dal silenzio scaturisce e a esso riconduce. Direi addirittura che è fatto di silenzio. Che esperienza commovente e avvincente, nella penombra della sera, cantare insieme ai monaci della Grande Certosa la Salve Regina ai vespri! Le ultime note muoiono una dopo l’altra in un silenzio di bambino e avvolgono la nostra fiducia nella Vergine Maria».

Qui si chiude il cerchio del mio sogno di gioventù. Il libro – direbbe il salmista – «è come una melagrana piena di chicchi», di frasi cioè che non escludono possa qua o là esserci una ripetizione; esattamente come accade a un buon maestro che non teme di ripetere per paura di sacrificare qualcosa alla pura originalità.

E così, in queste conversazioni, il cardinale Sarah solo sulla cosiddetta Lectio divina ritorna sette volte. Si tratta dell’antica usanza, praticata nella cristianità dal tempo di Origene e fino ai giorni nostri, di valorizzare e gustare un passo della Scrittura. Al riguardo il Cardinale afferma: «L’ora della Lectio divina di per sé è un’opportunità di rivolgersi a Dio solo. Essa rispecchia in modo completo la ricchezza del silenzio».

Per me ne avrebbe potuto parlarne altre sette volte ancora, o settanta volte sette. D’altronde, alla fine, questo libro è divenuto esso stesso per me una specie di Lectio divina che vorrei raccomandare di cuore a tutti i presenti e a tanti e tanti lettori di lingua tedesca.

Perché il libro chiaramente è niente di meno che un invito, di più, una guida per essere santi e per un rinnovamento radicale della santità della Chiesa a partire dal suo centro. In fondo questo libro – se si vuole – rappresenta un “anacronismo” per eccellenza.

Ma se non fossimo “anacronistici” e ci conformassimo a questo tempo, mancheremmo alla nostra vocazione cristiana. Attingendo alle fonti del I secolo, tanto la Prima lettera di Pietro quanto l’Apocalisse di Giovanni sviluppano una teologia luminosa che considera ovvio per i cristiani essere stranieri in questo mondo e in ogni tempo, essendo in Cielo la loro unica, ultima e vera patria.

In mezzo al chiassoso rumore di questi giorni e al fragore di continue notizie e immagini televisive, non devo certo sottolineare come sia isolata la voce del cardinale Sarah e il suo appello al silenzio, perlomeno per quel che riguarda l’esercizio liturgico della Chiesa. E tuttavia, sin dai tempi di Samuele e Davide, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ha sempre chiamato nuovi profeti per sempre nuove e vitali correzioni di rotta del popolo d’Israele nel suo pellegrinaggio nel tempo.

E come, se non profetico, può considerarsi il cardinale Sarah anche in questo libro, quando a un certo punto dice: «Il silenzio è la legge dei piani di Dio».

Con ciò vorrei ora accingermi al compito più importante affidatomi in questa giornata.    

Stamane, secondo il protocollo della Casa Pontificia, ho ricevuto in Vaticano e ho dato il benvenuto al Presidente degli Stati Uniti d’America, come la maggior parte di voi sa.

E tuttavia è per me un onore più grande – devo ammettere sinceramente – e rappresenta anche un compito che non potrei immaginare più importante e durevolmente fruttuoso, assolvere al mio mandato di messo e leggerVi ora la Prefazione nella quale il Papa emeritus riesce nel paradosso di rompere il suo silenzio per lodare il rimanere in silenzio e quel silenzio che il cardinale Sarah nel suo libro tanto esalta.

Sembra un po’ una “quadratura del cerchio” quel che con le sue parole osa fare Benedetto XVI, il Papa ritiratosi nel silenzio e nel rimanere in silenzio. Ma ora ascoltate Voi stessi la Prefazione che ritroverete in questo libro, dal quale ora la leggo.

Prefazione

Da quando, negli anni Cinquanta, lessi per la prima volta le Lettere di sant’Ignazio di Antiochia, mi è rimasto particolarmente impresso un passo della sua Lettera agli Efesini: «È meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se si fa ciò che si dice. Uno solo è il Maestro che ha detto e ha fatto, e ciò che ha fatto rimanendo in silenzio è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può percepire anche il suo silenzio, così da essere perfetto, così da operare tramite la sua parola ed essere conosciuto per mezzo del suo rimanere in silenzio» (15, 1s.).

Che significa percepire il silenzio di Gesù e riconoscerlo per mezzo del suo rimanere in silenzio? Dai Vangeli sappiamo che Gesù di continuo ha vissuto le notti da solo «sul monte» a pregare, in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo parlare, la sua parola proviene dal rimanere in silenzio e che solo in esso poteva maturare. È illuminante perciò il fatto che la sua parola possa essere compresa nel modo giusto solo se si entra anche nel suo silenzio; solo se s’impara ad ascoltarla a partire dal suo rimanere in silenzio.

Certo, per interpretare le parole di Gesù è necessaria una competenza storica che ci insegni a capire il tempo e il linguaggio di allora. Ma solo questo, in ogni caso, non basta per cogliere veramente il messaggio del Signore in tutta la sua profondità. Chi oggi legge i commenti ai Vangeli, diventati sempre più voluminosi, alla fine rimane deluso. Apprende molte cose utili sul passato, e molte ipotesi, che però alla fine non favoriscono per nulla la comprensione del testo. Alla fine si ha la sensazione che a quel sovrappiù di parole manchi qualcosa di essenziale: l’entrare nel silenzio di Gesù dal quale nasce la sua parola. Se non riusciremo a entrare in questo silenzio, anche la parola l’ascolteremo sempre solo superficialmente e così non la comprenderemo veramente.

Tutti questi pensieri mi hanno di nuovo attraversato l’anima leggendo il nuovo libro del cardinale Robert Sarah. Egli ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore, e proprio così ci aiuta anche a comprendere in modo nuovo la parola del Signore. Naturalmente egli parla poco o nulla di sé, e tuttavia ogni tanto ci permette di gettare uno sguardo sulla sua vita interiore. A Nicolas Diat che gli chiede: «Nella sua vita a volte ha pensato che le parole diventano troppo fastidiose, troppo pesanti, troppo rumorose?», egli risponde: «… Quando prego e nella mia vita interiore spesso ho sentito l’esigenza di un silenzio più profondo e più completo… I giorni passati nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno assoluto sono stati di grande aiuto. Sono stati una grazia incredibile, una lenta purificazione, un incontro personale con Dio… I giorni nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno, con la Parola di Dio quale unico nutrimento, permettono all’uomo di orientare la sua vita all’essenziale» (risposta n. 134, pp. 99s.). In queste righe appare la fonte di vita del Cardinale che conferisce alla sua parola profondità interiore. È questa la base che poi gli permette di riconoscere i pericoli che minacciano continuamente la vita spirituale proprio anche dei sacerdoti e dei vescovi, minacciando così la Chiesa stessa, nella quale al posto della Parola nient’affatto di rado subentra una verbosità in cui si dissolve la grandezza della Parola. Vorrei citare una sola frase che può essere origine di un esame di coscienza per ogni vescovo: «Può accadere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada presto nella mediocrità e nella preoccupazione per le cose temporali. Gravato in tal modo dal peso degli uffici a lui affidati, mosso dall’ansia di piacere, preoccupato per il suo potere, la sua autorità e le necessità materiali del suo ufficio, a poco a poco si sfinisce» (risposta n.15, p.39).

Il cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa. Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani.

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