Giappone, trovati i resti dell'ultimo missionario

Una immagine dei martiri del Giappone
Foto: Wikimedia Commons
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L’ultimo missionario ad entrare in Giappone si chiamava Gianni Battista Sidotti (o Sidoti), ed era un sacerdote siciliano. Entro nel Paese quando già era chiuso agli stranieri e la religione cattolica era stata vietata. Non fece più ritorno. Finalmente l’autenticità dei suoi resti – ritrovati due anni fa – è stata confermata dalle autorità giapponesi. Dopo 300 anni, sono state ritrovate tracce del missionario.

Nell’anno in cui il Papa approva la beatificazione del “Samurai di Cristo” Justo Takayama, la scoperta dei resti dell’ “ultimo missionario del Paese” ha una valenza ancora più simbolica.

Non se ne sarebbe saputo niente, se non fosse stato per un manoscritto che parlava di lui scoperto circa 150 anni fa. Il manoscritto era stato redatto dal Consigliere dello Shogun, Arai Hakuseki, che lo aveva interrogato.

Don Sidotti era nato per essere missionario. Siciliano, classe 1688, si risolse ad andare in Giappone dopo aver udito voci sul martirio dei cristiani in Giappone. E così chiese il permesso a Papa Clemente XI, che lo concesse.

Partì ed arrivò a Manila, dove aspetto prima di trovare una nave che lo accompagnasse in Giappone. Ci riuscì nel 1708. Sbarcò a Yakushima, travestito da samurai. Ma non funzionò, perché aveva i tratti somatici di un siciliano. Fu subito catturato, portato a Nagasaki e quindi a Edo, dove fu interrogato appunto da Arai Hakuseki.

Il quale in realtà lo stimava, era impressionato dalla cultura di don Sidotti. E don Sidotti ricambiava la stima. Dai tempi dal sakoku, ovvero la chiusura del Giappone agli stranieri – le frontiere del Paese si aprirono solo nel 1854, con l’arrivo del Commodoro Perry e delle sue ‘navi nere’ – era la prima volta che c’era uno scambio libero tra due pensatori che venivano da mondi diversi.

Don Sidotti parlò ad Hakuseki del cristianesimo, spiegò che i missionari non erano l’avanguardia degli eserciti degli altri Paesi, e non andavano a conquistare il Giappone. Fu un incontro rivelatore per Hakuseki, che consigliò che gli stranieri non fossero subito condannati a morte, ma prima isolati per vedere se costuissero un pericolo.

Cionostante, don Sidotti fu poi imprigionato, e morì gettato in una fossa insieme ai due sposi che aveva convertito in carcere. Le sue ossa sono state ritrovate due anni fa, durante i lavori di costruzione di un palazzo.

Fra’ Mario Tarcisio Canducci, missionario francescano di 82 anni, una vita spesa in Giappone dove si è perfettamente integrato nella comunità, ha raccontato con trasporto il ritrovamento. “Iniziarono i lavori – ha detto a Radio Vaticana - e subito trovarono tre tombe e le ossa. Allora dovettero chiamare la polizia, secondo quanto afferma la legge giapponese. Venni  a sapere di questa cosa all’improvviso e andai di corsa, ma quando arrivai, già avevano prelevato le ossa: forse un’ora prima del mio arrivo. Il portone del recinto – enorme – era aperto: andai con Suor Saito, anche lei francescana di 92 anni, una suora molto in gamba, e con una cattolica della parrocchia di Sant’Antonio a Tokyo dove sono io. Andammo là, e io urlai: “Permesso, permesso! Vorrei entrare!”. Era proibito entrare, dal momento che avevano recintato, ma questo era aperto e nessuno mi aveva risposto… E quindi entrai, vidi le tre buche e dissi: “Mamma mia, ma questa è la tomba di Sidoti”. La più lunga era la sua, era un uomo alto. Una cosa incredibile! E poi le ossa sono state ritrovate in un modo incredibile, perché nessuno avrebbe mai pensato che con questi lavori si sarebbero rinvenute. Quando ho visto la tomba ho detto: “Preghiamo, perché questa è la tomba dove è stato sepolto don Sidoti”. E abbiamo pregato insieme. Ho cominciato a diffondere la notizia, a richiamare l’interesse della gente. Sono contento, perché nel 1700 tutti erano scomparsi… Non c’era più neanche un prete in Giappone! Non c’era un sacerdote! Lui – l’unico, l’unico, lui, italiano di Palermo – una cosa incredibile, mamma mia!”

Dopo don Sidoti, non è entrato più nessuno in Giappone, fino alla missione francese del 1860.

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