Giovani post covid, una pastorale da ripensare

La lettera pastorale del vescovo di Trento Lauro Tisi

La celebrazione in cattedrale a Trento
Foto: Diocesi di Trento
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“In questi giorni ho visto realizzarsi le parole del profeta Ezechiele. Invitato da un gruppo di giovani protagonisti dell’iniziativa diocesana ‘Passi di prossimità’, ho condiviso con loro alcune ore a servizio di persone afflitte dal disagio psichico. La gioia contagiosa di questi ragazzi dispensava momenti di serenità a uomini e donne segnati dalle fatiche della vita. Non posso tacere quanto ho visto e udito”: con queste parole, riprendendo il profeta Ezechiele, il vescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, ha celebrato nella cattedrale, riaperta ma ancora in restauro, la festa del patrono san Vigilio, in cui ha chiesto alle Istituzioni una ‘conversione ai giovani’:

“Nel giorno, in cui la Chiesa trentina fa memoria del vescovo Vigilio, instancabile seminatore del Vangelo nella nostra terra, sento di dover affidare come tesoro prezioso a ogni comunità della Diocesi lo sguardo entusiasta di ciascuno di quei giovani… Mentre, come i discepoli di Emmaus, la nostra Chiesa rischia di consegnare i suoi giorni alla tristezza e al rimpianto, colgo nella testimonianza di questi ragazzi uno shock salutare per rimetterci in cammino e tornare al largo”.

Per il vescovo di Trento i giovani sono ‘la nostra vera Galilea’: “In loro ritroviamo alcuni tratti del sorprendente pastore raccontatoci nella pagina evangelica: anziché vivere del gregge, Egli dà la vita per le pecore. Abbiamo la possibilità concreta di diventare familiari di Dio, con Cristo pietra angolare. Quanto i nostri giovani ci hanno mostrato può trovare realizzazione in ciascuna nostra comunità se saprà, concretamente, sostenere l’affaticato, tendere la mano al povero, incontrare chi è ai margini”.

Al termine della liturgia è stata consegnata alla comunità la Lettera pastorale ‘Occhi’: “Nella pandemia Il volto che riuscivamo a vedere dei nostri fratelli erano solo gli occhi. Ho messo in luce i tanti fratelli e sorelle morti, quasi 1500 persone: avremmo potuto dire una parola in più sul morire; un passaggio è sulla forza di Gesù che interpella la Chiesa: abbiamo ancora voglia di raccontare Gesù?; quindi, il tema dei giovani che ci invitano a sognare e sperare insieme”.

Nella lettera pastorale mons. Tisi invita a far ‘tesoro’ dei gesti quotidiani: “Ma spetterà a noi affrancarli dalla routine in cui, in precedenza, li avevamo superficialmente relegati. Potremo così respirare aria di famiglia, consolidare amicizie, assaporare il gusto della fraternità e della festa. Sarà nutrimento per il cuore, prima ancora di sostentamento fisico o, indirettamente, occasione di rilancio economico”.

Dopo questo periodo di lockdown il vescovo di Trento propone di imparare un modo nuovo di ‘comunicare’: “Ma siamo pure consapevoli che dovremo tornare ad impararne la grammatica di base. Ed anche in quest’ambito saremo chiamati a non dare più nulla per scontato. L’essere fisicamente nello stesso luogo, condividere la dimensione spazio-temporale senza intermediazione tecnologica, dovrà inaugurare un nuovo modo di comunicare. Ci è mancata tanto la forza del linguaggio non verbale: un gesto, un movimento involontario, un effetto imprevisto”.

Però mons. Tisi ha invitato a non dimenticare coloro che sono morti per Covid-19: “In troppi non hanno nemmeno potuto avvertire il calore amorevole di una mano a compensare il gelo che li andava avvolgendo. Nessun volto amato, davanti al quale chiudere fiduciosi gli occhi. Davanti a questa morte seriale siamo stati afoni, prima di tutto come Chiesa.

Dallo scrigno della Parola di Dio, con fatica abbiamo saputo attingere la notizia che in Gesù la morte è vinta, e non siamo più soli nel nostro morire. Nelle nostre parole c’è stata ben poca traccia di questa salutare certezza, antidoto alla lacerazione di un così tragico distacco”.

Riprendendo un aforisma del filosofo Montaigne mons. Tisi ha sottolineato il valore dell’incontro: “Il lascito della pandemia è la consapevolezza profonda che non possiamo vivere lontano dall’incontro. Essere nel cuore di qualcuno è la chiave della qualità della vita… Il morire di Gesù è carico di una vita ‘altra’, della vita stessa di Dio, dove vivere è ospitare, fare spazio, includere l’altro. Questo è la vita in grado di sconfiggere la morte. In questo senso la morte può essere chiamata sorella: da quel giorno l’uomo può pensare al morire come tornare a casa”.

Per questo il vescovo invita la Chiesa ad essere inquieta, intraprendendo il cammino della sinodalità: “La riforma della Chiesa ha come autentico protagonista lo Spirito Santo: dall’ascolto di ciò che egli dice alle Chiese nascono le intuizioni per immaginare e costruire un futuro diverso. Sarebbe imperdonabile ridurre la sinodalità ad un sondaggio sociologico, per poi adeguare la Chiesa agli umori dell’ora presente. L’ascolto di Dio e dell’uomo a cui è chiamata la Chiesa non può prescindere dal confronto costante con il Vangelo. Esso è disturbo, non quiete. E’ sommovimento, innovazione, sperimentazione. Se funzionerà davvero il percorso  sinodale, avremo davanti anni inquieti. Ma sarà il segnale che, finalmente, il Vangelo sarà tornato ad animare la Chiesa”.

Ed ecco il sogno di mons. Tisi: “Sogno una Chiesa che alla casa preferisce la tenda, al presidiare il territorio l’ebbrezza del cammino. Non sarà colpa dello Spirito se questo non accadrà: il Signore non sta dormendo. Ma la responsabilità, a cominciare dal vescovo, sarà nostra. Come ci ricorda l’apostolo Paolo, ‘il tempo si è fatto breve’. Non possiamo più aspettare”.

Infine il vescovo chiede di offrire ai giovani le stesse ‘opportunità’ offerte agli adulti, quando erano giovani: “Ai nostri giovani dobbiamo dare quantomeno le stesse opportunità date in precedenza a noi. I giovani, chiamati in causa, rispondono. Ma vanno guardati negli occhi e ascoltati. A loro si deve parlare con rispetto e sincerità. Ne ho avuto prova in occasione del mio appello a compiere ‘Passi di prossimità’ accanto a chi faceva più fatica nel pieno della nuova ondata pandemica. Hanno risposto in molti, oltre ogni aspettativa. Dico loro grazie anche a nome di chi ha goduto di questa solidarietà senza se e senza ma, priva di secondi fini. Quell’appello è tuttora pienamente valido e sono sicuro che continuerà ad essere raccolto”.

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