Giovanni Paolo II, la carità per chi è recluso, nel corpo e nell'anima

Le visite del Papa ai carcerati, ai poveri, agli immigrati

La foto storica della visita di Giovanni Paolo II a Rebibbia con Ali Agca
Foto: Vatican Media
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L’immagine che più ci colpisce in un carcere di Giovanni Paolo II è certamente quella dell’abbraccio con Ali Agca, il suo attentatore.

Ma le viste in carcere, luoghi di sofferenza, per il Papa sono state molte.

In questi luoghi forse ancora di più si manifesta il suo amore per l’uomo. Così Giovanni Paolo II incontra prima del Natale dell’83, i detenuti di Rebibbia, il carcere romano.

Il tempo è poco, le domande molte, la voglia di abbracciare il Papa ancora di più. Il discorso di Giovanni Paolo II, quello ufficiale, forse è troppo schematico, ma il Papa porta tutto il suo dialogo nel cuore, e prima di andare via saluta tutti così.

Carissimi, ho potuto avvicinarvi personalmente, con brevi parole, forse anche un po’ schematiche, ma qualche volta c’era qualcosa di più, una piccola confessione, una domanda . Ho ritenuto tutto quello nel mio cuore e anche in tanto, in quanto possibile, nella mia memoria. Alcuni mi hanno offerto anche una lettera, una letterina, dove spiegano il loro caso. Io sono pronto di essere sempre vicino a voi e di aiutarvi in tanto, in quanto sarà possibile, naturalmente in tanto in quanto. Vorrei ancora ritornare a quello che ho detto prima durante la celebrazione della parola di Dio, dove si è presentato il presepio di Betlemme. Allora il presepio è anche la presenza della Madre di Cristo. Io incontrandovi personalmente ho pensato quello, di invitare la sua presenza specialmente qui, fra voi.

 Che sia presente e che sia vicina. Certamente voi non siete più bambini, ma tutti siamo bambini. Per tutta la vita siamo bambini, e abbiamo bisogno di una madre. Io vorrei raccomandarvi alla Madre, che sia vicina, che sia presente in questo carcere, e che sia vicina a tutti voi, per darvi un coraggio, per darvi anche una consolazione, per darvi una perseveranza, per mostravi quell’amore di Dio, di cui ho parlato. Dio è amore. Noi tutti siamo amati, voi tutti siete amati, e questo amore si avvicina molto al cuore umano con la presenza della Madre di Dio. Voglio lasciarvi questa presenza, e affidarvi a questa presenza, voi tutti in quel carcere e tutti gli altri con cui siamo collegati, tramite la radio anche la televisione.

 E allora, adesso devo lasciarvi andando per visitare gli altri reparti del carcere. E vi assicuro che questa giornata 26 dicembre ‘83 dell’Anno Santo della Redenzione rimarrà nella mia memoria nel mio cuore come una grande esperienza umana e cristiana.

 Di carceri il Papa ne ha vistate molte in molte parti del mondo, Polonia, in Brasile, in Colombia, in Madagascar, in Perù, in Messico, in Francia, in Belgio  e ovviamente in Italia.

Il 6 gennaio del 1980 è a Casal Del Marmo, il carcere minorile di Roma. Ai ragazzi fa capire il suo amore:

Conosco i vostri problemi, comprendo le vostre difficoltà; so, in particolare, quanto sia difficile per voi uscire dalle vostre intime e spesso inconfessate angosce e guardare all’avvenire con fiducia; tuttavia vorrei che prendeste coscienza della forza, imprevedibile e nascosta, insita nella vostra giovinezza, che è tale da poter sbocciare in un domani operoso. Talvolta siamo lampade senza luce, con possibilità non realizzate, non ardenti. Ebbene, io sono venuto per accendere nei vostri cuori una fiamma, se le delusioni sofferte, le attese mancate l’avessero spenta. Voglio dire a ciascuno che voi avete delle capacità di bene, di onestà, di laboriosità; capacità reali, profonde, spesso insospettate, rese talvolta anche maggiori e più vigorose dalla vostra stessa faticosa esperienza.

E ancora più forte è la vicinanza per chi dei carcerati si occupa. La polizia penitenziaria ad esempio, i responsabili dei governi. Tanto che nel 2000 il Papa chiede una amnistia per il Giubileo, la chiede ancora parlando al Parlamento italiano nel 2002.  

Ci sono poi le visite alle mense della Caritas, agli ostelli, ai luoghi di sofferenza che ancora oggi fanno notizia, i luoghi che accolgono gli immigrati, ultimi tra gli ultimi, assistiti dalla Caritas a Colle Oppio. Il Papa mangia con loro a Natale. E’ il 1992, e a loro, ai più piccoli, spiega il dono di un augurio, che a volte può risultare banale detto dai più: Buon Natale.

Cosa vuol dire Buon Natale? Che cosa ci ha portato questo povero? Questo povero: perché era il primogenito fra i poveri. Si è immedesimato con tutti i poveri di tutto il mondo, con tutti i poveri di tutti i tempi, con i poveri del nostro tempo, della fine del XX secolo. Si è immedesimato. E che cosa ci ha portato? Ha ricevuto doni, sì, poveri doni, ma soprattutto ci ha portato un dono grande: e questo dono, appunto, si chiama Veritas Caritas, Caritas!

La carità, la carità che ci sempre lascia vincere il male con il bene, non ci lascia vincerci dal male, da qualsiasi male, ma vincere il male con il bene. Io vi auguro a voi, Caritas romana, a tutti i partecipanti, tutti i collaboratori, tutti i volontari, io vi auguro a voi che in questa partecipazione siete presenti che tutti vengano accolti, che ricevono, auguro a tutti di ricevere la notte del Natale questo dono grande che è il Figlio di Dio, nato fra noi, nato uomo, fattosi uomo, e ricevere questo dono grande che Lui ha portato per tutti i tempi e per tutti gli uomini, soprattutto per tutti i poveri. Questo dono che si chiama Caritas, la carità. Buon Natale.

 

 

 

 

 

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