GMG, c'era anche la Turchia dal Papa

Il collegio adiacente alla Chiesa di Kościół Najświętszego Imienia Maryi
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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Sono arrivati in un piccolo gruppo, con entusiasmo, accompagnati dal loro vescovo. E il loro vescovo siede lì con loro, si mette a confessare, vive da giovane in mezzo ai giovani. Il vescovo si chiama Ruben Tierrablanca, viene dal Messico, ed è il vicario apostolico di Istanbul. I ragazzi vengono dalla Turchia, e sono in 58.

Non è un gruppo grandissimo, ma si deve contare che i cattolici in Turchia sono lo 0,07 per cento della popolazione. E si deve anche ricordare che – da disposizioni dell’impero ottomano – le chiese cattoliche non si possono vedere sulla strada. Infatti appaiono come portoni qualunque, salvo poi entrare ed aprirsi in un cortile che porta all’ingresso delle chiese.

I ragazzi turchi hanno seguito le catechesi nella parrocchia Kościół Najświętszego Imienia Maryi. Si tratta di una Chiesa un po’ in periferia, dove c’è una Madonna nera che è un po’ la riproduzione di quella di Czestochowa. Il loro gruppo è stato aggregato ad alcuni gruppi di americani, e infatti una delle catechesi è stata tenuta dall’arcivescovo di Chicago Blaise Cupich. Non li ha fermati la difficile situazione politica del Paese, che un po’ si ripercuote anche sui cristiani.

“E’ difficile vivere – dice Izmir, uno di loro – è una situazione che pesa. Tante persone, quando passano e vedono la chiesa e la croce ci vedono un po’ male. E noi abbiamo la paura del passato, non possiamo negarlo”. La paura, in fondo che i cristiani siano ancora emarginati, o peggio, vittime di persecuzioni, come fu per il popolo armeno.

Ma Nadir, il giovane che è un po’ il capogruppo, ci tiene a vedere gli aspetti positivi. “Non siamo bravi – dice – a fare analisi politiche, ma la Turchia ha una cosa in più: è uno stato laico, le persone sono cresciute insieme. Magari non hanno la stessa cultura, ma c’è rispetto. Tra le persone, la situazione non è così drammatica”.

Certo, resta il fatto di essere una piccolissima minoranza. Che per Nadir però può esser un vantaggio: “Quando si è in minoranza, si ha una fede più forte. Non si tratta più di una tradizione, di un andare a Messa ogni domenica. Si tratta di una scelta. Certo, dobbiamo essere attenti, come cattolici. Spesso pensiamo di poter importare la religione così come è, invece dobbiamo comprendere il Paese. La fede si costruisce nel Paese in cui viene portata”.

Mentre parlano, il vescovo Tierrablanca si è spostato nel confessionale, e un altro frate minore come lui, padre Lucien, di Izmir, lo cerca. Poi dice semplicemente: “E’ molto importante capire da che parte sia la verità, anche per comprendere le situazioni”. Tanto che i ragazzi nemmeno vogliono farsi fotografare, sono molto prudenti.

Ci sono state anche queste storie, a Campus Misericordiae. Le storie di piccole chiese in difficoltà, anche sofferenti, che sono venute a mostrare la loro fede.

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