Giubileo e teologia della misericordia, una conversazione con il cardinale Müller

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller
Foto: Carla Morselli
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All'inzio dell' Anno Santo della Misericordia voluto da Papa Francesco il Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller ha concesso ad ACI Stampa una intervista esclusiva. Una conversazione che inizia proprio da una domanda di fondo: 

Cos’è la misericordia per un teologo?

Anzitutto il teologo, ogni teologo, è un uomo, un battezzato che fa esperienza della misericordia come tutti gli altri. Senza ricordare questo, senza fare esperienza viva della misericordia, parafrasando quello che dice San Paolo a proposito della carità, anche le nostre parole che ne parlassero sarebbero come un “bronzo che risuona”, come un mero flatus vocis…La misericordia per noi è inseparabile dal volto di Gesù. Quel Gesù che si è fatto conoscere a noi dapprima attraverso il volto delle famiglie in cui nasciamo, e poi nel contesto di Chiesa che abbiamo vissuto. Dopo abbiamo imparato a conoscerlo nelle Scritture, nei Sacramenti, attraverso la vita dei suoi testimoni, dei santi più o meno noti che ci sono nella storia di ogni tempo. E poi anche attraverso l’insegnamento della grande tradizione ecclesiale, con la parola dei teologi, dei maestri e dei dottori della Chiesa, attraverso l’insegnamento del magistero. Ma tutto ciò in riferimento necessario ad un’esperienza vitale, con lo scopo di farci approfondire quell’esperienza e la profondità di sguardo che abbiamo su quell’esperienza. Ecco, la teologia è un aiuto ad approfondire questo sguardo su quel fatto che è la misericordia di Dio, un fatto che si manifesta a noi in tanti modi, perché il campo dell’azione di Dio è il mondo intero. Può manifestarsi con il gesto di qualcuno che ci sorregge o oppure che ci corregge, o magari con un fatto che ci richiama a vivere nella verità la nostra esistenza. In ogni caso, la misericordia è per me un evento attraverso cui la mia vita è richiamata con forza al bene e alla verità, con cui mi sento richiamato a vivere in quel bene e in quella verità, che ricrea la mia vita e rigenera in me quel volto interiore che ho ricevuto da Dio e che mi rimette in rapporto con Lui, aprendomi sempre più al bene dei miei fratelli e delle mie sorelle. La misericordia con cui Gesù investe il nostro cuore, a volte con forza, a volte con dolcezza, è un’ondata di bene e di verità con cui urge a cambiare in meglio la nostra vita e ad aprirla a chi ci sta intorno, facendocelo sentire come vicino, come prossimo. La misericordia ci fa conoscere sempre più quel Dio che si rivela in Gesù e ci rivela sempre più a noi stessi e agli altri. E ci insegna a guardare, ad amare noi stessi e gli altri in quella prospettiva di bene e di verità con cui Gesù stesso ci guarda. In questo senso, per me paradigmatico della misericordia è il gesto della confessione sacramentale: ogni volta che ci confessiamo, ci avviciniamo al Signore con lo sguardo appesantito dai nostri peccati e ne possiamo uscire risollevati, contagiati dal suo sguardo su di noi, uno sguardo giusto e buono nello stesso tempo, che non fa facili sconti ma non ci abbandona in balia delle nostre miserie. Uno sguardo che esige molto da noi per una ragione: Dio ci dona molto e perciò esige molto da noi, perché sa che possiamo dare molto quando riceviamo da Lui, ma lo fa come un padre buono che sa pazientare con i suoi figli e non si stanca mai di accompagnarli e perciò non li abbandona, mai!

Dio ci libera dai peccati con la misericordia. E’ questa l’unica vera teologia della liberazione?

E’ questa la prima teologia della liberazione, da cui ne conseguono tante altre. Quando il cuore è liberato dai peccati, poi anche tutto il resto della nostra personalità ne riceve un beneficio. La libertà comincia a dilatarsi e ad acquistare le sue vere dimensioni, vengono sostenute e potenziate l’intelligenza e la volontà. Grazie al perdono e alla misericordia, l’uomo impara ad accettare che la sua libertà comincia proprio dipendendo da Dio, apprende  il gusto della gratuità, a riconoscere che tutto ciò che ha non gli è dovuto ma donato, ad amare il bene e la verità più dei propri comodi e vantaggi immediati, a desiderare la vita senza fine…cioè amare le cose del Cielo già su questa terra! Tutte le opere di misericordia, sia spirituali che corporali, che la Chiesa insegna ed a cui ci educa, traggono qui la loro origine: possiamo vivere la misericordia solo perché prima l’abbiamo ricevuta.

Lei è anche presidente della Commissione Teologica Internazionale: cosa c’entra questo con la Misericordia?

La misericordia non è solo un vogliamoci bene a buon mercato. Quando Dio irrompe nella vita dell’uomo, nella misura della sua accoglienza, tende a cambiare anche il suo sguardo sulle cose, la sua mentalità, i criteri del suo agire e quindi, per grazia, anche il suo comportamento. La teologia, grazie alla fede, è un aiuto a guardare la nostra vita a partire dal punto di vista che Dio, rivelandosi, ci apre su noi stessi, sugli altri uomini e sul mondo. E lo fa attraverso una riflessione critica e sistematica su tutto ciò che Dio dona, così che i doni di Dio possano essere accolti dall’uomo con sempre più chiarezza e più profondità. Così che conoscendo sempre più Dio e i doni della sua misericordia, possiamo rispondere sempre meglio al suo amore, e amarlo sempre più nei fatti. La Commissione Teologica Internazionale, si propone di aiutare a questo con uno specifico servizio reso alla Congregazione per la Dottrina della Fede ed al Papa, con la partecipazione di alcuni esperti provenienti da tutto il mondo, proposti dalle varie Conferenze Episcopali. Il fatto che gli esperti provengano da tutti i continenti, aiuta a guardare alle questioni con un’apertura particolare e con una considerazione universale dei problemi. È importante questa visuale teologica che riflette il carattere universale della Chiesa e lo attua, anche perché la teologia è al servizio della dottrina e, a sua volta, la dottrina è al servizio della pastorale, la quale, nel contempo aiuta la teologia e la pastorale a precisare meglio l’oggetto della loro attenzione. Si tratta di una circolarità ininterrotta fra teologia, dottrina e pastorale, in cui la dottrina ha una certa precedenza, perché segna autorevolmente la strada alla teologia e alla pastorale. Attualmente la Commissione sta approfondendo la sua riflessione su alcuni temi che stanno molto a cuore a Papa Francesco, come la sinodalità, cioè la necessità che sempre più la vita ecclesiale sia concepita come un camminare insieme dietro al Signore e verso le sfide che Lui ci apre. Come sul rapporto fra fede e sacramenti, una questione che ha interessato da vicino la recente discussione svoltasi negli ultimi due Sinodi sulla famiglia. O anche sulla libertà religiosa, cioè su di un punto concreto che è all’ordine del giorno per la vita di tanti cristiani nel mondo, perseguitati per la loro fede. Si tratta di una riflessione ad alto livello che ha lo scopo di aiutare la Chiesa intera a guardare con sempre maggiore verità alcuni punti importanti della sua vita. Perché la misericordia non si ferma al gesto del perdono ma è una spinta al rinnovamento che riguarda tutta la vita!

Come si può essere misericordiosi e correggere gli errori dottrinali?

Come può un padre essere misericordioso e correggere i suoi figli? In realtà, se un padre non correggesse i suoi figli, ma giustificasse o minimizzasse i loro errori, non li amerebbe e li spingerebbe verso il disastro. In fondo, un padre che non aiuta i suoi figli a riconoscere i loro errori non li stima veramente e non ha fiducia nella loro possibilità di cambiare.

Perché la misericordia porta inscritti in sé, indelebilmente e inseparabilmente, amore e verità. Appartiene alla tradizione cristiana, dalle Scritture fino al Magistero degli ultimi Papi, che amore e verità stanno insieme o insieme cadono: non c’è amore senza verità e non c’è verità autentica senza amore. E perché questo non dovrebbe valere anche per la dottrina?

La misericordia è il contrario del lassez faire… non è questo l’atteggiamento di Dio verso l’uomo: basta leggere i vangeli e vedere come si comportava Gesù, che era buono ma nello stesso tempo non faceva sconti sulla verità. E la dottrina ha proprio lo scopo di aiutarci a conoscere la verità, ad accettarla nella sua interezza e a non barare sulla verità. Oggi si fa fatica a comprendere l’importanza e l’utilità della dottrina anche nella Chiesa, per due motivi: da una parte, perché la mentalità nella quale viviamo dà importanza soprattutto a ciò che l’uomo può immediatamente toccare, e dall’altra perché la dottrina è sentita, e tante volte insegnata, in modo illuministico ed idealistico, come un insieme astratto di idee che cristallizzano e imprigionano la ricchezza della vita. In realtà, la dottrina, per noi cristiani, non ha come ultimo riferimento delle idee su Dio e sulla salvezza che Lui ci offre, ma la vita stessa di Dio e il suo irrompere nella vita dell’uomo: è un aiuto a comprendere chi è Dio e cosa c’è in gioco con la salvezza che Dio offre alla vita concreta dell’uomo. Ma per capire tutto ciò occorre una ragione umile, che non si erge presuntuosamente a misura di tutte le cose. Purtroppo il pensiero che esce dalla modernità, che ci ha lasciato in eredità anche tante belle cose, ci ha privato proprio di quell’umiltà…

Il giubileo, ogni giubileo, comincia aprendo la “porta santa” di San Pietro. Quest’anno il Papa ha iniziato il giubileo aprendo la “porta della misericordia” in Africa. Che significa tutto ciò?

La “porta” della salvezza è Gesù Cristo stesso. Aprire la “porta santa” significa spalancare agli uomini la via che porta a Gesù e invitare tutti ad avvicinarsi a Lui senza paura, come ci hanno ricordato fin dall’inizio del loro pontificato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Non c’è salvezza per l’uomo senza Gesù: è Lui che muove misteriosamente il cuore di ogni uomo al bene e alla verità, perché Lui è la Verità e il Bene in persona! Ogni giubileo è un’occasione: un’occasiona rinnovata che nasce dal cuore di Dio e conduce al cuore di Dio, perché la vita dell’uomo ne sia cambiata in meglio e un po’ della vita del cielo sia anticipata già su questa terra. Papa Francesco ha dato a questo gesto un significato particolare: fin dall’inizio del suo pontificato ha insistito sulle periferie, sulla realtà guardata a partire dalle periferie geografiche ed umane del mondo, per ridare rilievo alla condizione umana che lì si vive, per mettere in rilevo i bisogni dell’uomo che vive in quelle condizioni, come kairos per incontrare ed annunciare oggi il volto di Cristo. Laddove vive il volto crocifisso e sfigurato di Gesù - da cui volentieri il nostro sguardo si volgerebbe altrove - ecco che proprio lì il Papa ci invita a guardare. Magari scoprendo anche una ricchezza umana che non ci immagineremmo. Ecco perché, credo, Papa Francesco ha voluto aprire la porta santa anzitutto in Africa e in un luogo particolarmente tribolato dai conflitti e dalla violenza. Mi ricorda il gesto di Giovanni Paolo II, che volle celebrare la S. Messa a Saraievo, laddove infuriava la guerra e una guerra fratricida. È un richiamo profetico a riconoscere il volto di Gesù dove mai noi andremmo a cercarlo. Ed è anche un invito a servire Gesù là dove si manifestano più impellenti ed essenziali i bisogni degli uomini. Sapendo bene che insieme al pane e più del pane, l’uomo ha bisogno di Gesù e che la prima povertà è proprio l’assenza di Dio, da cui derivano poi tutte le altre povertà. Ecco, il giubileo è una grande occasione per riscoprire tutto ciò e rompere il silenzio su questo fatto, sul fatto che la prima povertà dell’uomo è la mancanza di Dio nella sua vita.

Cosa si augura per questo Anno della Misericordia?

Auguro alla Chiesa e a tutti noi di seguire con sempre più fedeltà e amore Gesù, per non rimanere prigionieri delle nostre fragilità e miserie, così da potere servire sempre meglio i nostri fratelli e sorelle, sia nella Chiesa che fuori di essa. Perché è il mondo intero ad avere bisogno di Cristo, ad aver bisogno di essere risollevato e rinnovato dal suo amore. E perché la misericordia è una grazia che viene dall’alto e cambia la vita: ci prende come siamo ma non ci lascia come siamo. Grazie a Dio! Ecco questo auguro anzitutto alla mia vita, come alla Chiesa e al mondo intero: di fare sempre più esperienza di questo Amore che non ci lascia tranquilli, ci spalanca il cuore e ci cambia.

 

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