Il conflitto israelo-palestinese? Si risolve con il contributo delle religioni

Bandiere fuori dalla sede ONU di Ginevra
Foto: UN
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Un processo di pace portato avanti dalle due parti in causa, con il supporto (ma non l’ingerenza) della comunità internazionale. E un maggiore spazio dato alla cosiddetta “track two diplomacy”, ovvero la diplomazia a partire dalle relazioni delle piccole comunità, e in particolare delle piccole comunità religiose. Così l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, tratteggia la “road map” della pace nel conflitto israelo-palestinese.

L’arcivescovo Jurkovic ne ha parlato lo scorso 29 giugno, alla Conferenza Internazionale per il supporto della Pace Israelo-Palestinese. E ha reiterato che la Santa Sede crede da sempre nella soluzione dei due stati, non ha fatto menzione dell’accordo che recentemente la Santa Sede ha firmato con lo Stato di Palestina (che ha suscitato un po’ di risentimento da parte israeliana), ma ha sottolineato che l’impegno delle religioni sul territorio può essere decisivio per raggiungere la pace.

È comunque il momento di darsi una mossa perché – nota l’arcivescovo Jurkovic – “quasi 69 anni dopo la sua adozione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la risoluzione 181 resta realizzata solo a metà”. La risoluzione era il “piano di partizione” della Palestina, cui poi erano seguite guerre, conflitti, e poi gli accordi di Oslo, che ora si dubita persino siano validi. Insomma, “non ci sono stati negoziati sostantivi”, mentre “altri conflitti molto seri, e in particolare la tragedia siriana, hanno accresciuto la complessità della regione”. Non a caso, Papa Francesco ha lanciato oggi un appello per la Siria.

Come risolvere il problema? Secondo l’Osservatore Permanente della Santa Sede “il processo di pace tra israeliani e palestinesi può andare avanti solo se è negoziato direttamente dalle parti in causa, con il forte supporto della comunità internazionale”.

Israele e Palestina “sono chiamate a coraggiose decisioni”, per godere entrambe di “sicurezza, prosperità e coesistenza pacifica fianco a fianco con confini internazionalmente riconosciuti”. Perché i due popoli hanno troppo sofferto a causa dell’idea che “le loro differenze possono essere risolte con la forza”, mentre sono i negoziati che sono “in grado di risolvere i conflitti e portare la pace”.

Per questo motivo, non bastano semplicemente le negoziazioni diplomatiche, perché “la pace non può essere raggiunta se le soluzioni politiche non sono accompagnate da guarigione e riconciliazione, riconoscimento mutuo e rispetto”. E tutto questo avviene solo grazie alla cosiddetta “track 2 diplomacy”, di cui il Medio Oriente può essere un terreno fertile.

“Religioni e credenti – nota l’arcivescovo Jurkovic – devono mostrarsi meritevoli del loro giusto posto che hanno nel processo di pacificazione della regione”, ponendo fine “all’odio che sta portando i credi allo scontro di civiltà”, perché “quanto più le religioni sono manipolate per giustificare atti di violenza”, tanto più “i leaders religiosi devono impegnarsi per moltiplicare gli sforzi per sconfiggere la violenza che tenta di dirottarli”.

Il “falso fervore religioso” deve essere così contrastato da “istruzioni religiose autentiche e dall’esempio di autentiche comunità di fede”.

È questo il “forte legame tra religione e diplomazia” intravisto dalla Santa Sede, e rafforzarlo – sottolinea l’arcivescovo Jurkovic – “può dare un forte contributo positivo allo sforzo globale di giungere alla pace per tutti gli israeliani e i palestinesi e in generale per tutti gli abitanti della regione”.

 

Ti potrebbe interessare