Il Meeting esamina il ’68: a colloquio con Francesco Magni, curatore della mostra

Il manifesto della mostra
Foto: Meeting Rimini 2018
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Come 50 anni prima, così 50 anni dopo: dal dialogo con uno studente di giurisprudenza nasce l’idea di realizzare una mostra sul ’68, ‘Vogliamo tutto 1968-2018’, accompagnata da un ciclo di incontri con testimoni e studiosi, chiamati a interloquire su quel momento storico che non fu solo un fatto del passato che segnò profondamente la coscienza della società di allora, ma che a continua a interrogare la società e le coscienze dell’oggi.

Il primo appuntamento ha offerto al pubblico, prevalentemente giovane, l’opportunità di interagire con gli ospiti: Edoardo Bressan, professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Macerata; Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università ‘Suor Orsola Benincasa’ di Napoli; Giovanni Orsina, professore ordinario di Storia Contemporanea e di Sistemi Politici Europei all’Università LUISS ‘Guido Carli’ di Roma. Gli storici hanno riflettuto sulla dialettica tra l’‘io’ e il mondo in risposta alle diverse domande, che evidenziano da un lato le istanze di autodeterminazione, di emancipazione dei giovani e dall’altro le concrete possibilità di attuazione di quest’ultime da parte dei sistemi democratici e anche della Chiesa.

Comune è il giudizio sulla problematicità del modello sessantottino di una società libera, progressista e a tratti marxista, visto l’utilizzo da più parti di categorie politico-culturali che provenivano proprio da quel mondo che i movimenti anti-sistema denunciavano. A corredare gli incontri del cinquantennio la mostra, che nasce dal desiderio di un gruppo di studenti universitari, accompagnati da docenti e ricercatori e da insegnanti delle scuole secondarie, di approfondire un momento decisivo della storia del Novecento, il Sessantotto, che a distanza di cinquant’anni rischia di rimanere un ‘mito’ fondativo della società contemporanea (negativo o positivo che sia), senza che se ne comprenda la reale portata storica. La mostra è stata  realizzata da Andrea Avveduto, Maria Bocci, Pietro Bongiolatti, Edoardo Bressan, Marta Busani, Francesco Magni, Luca Pesenti, Paolo Valvo.

Per capire meglio il percorso della mostra abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Magni, dottore di ricerca e assegnista di ricerca dell’Università di Bergamo: “Il percorso della mostra inquadra dunque il Sessantotto all’interno dei profondi cambiamenti che hanno modificato l’Italia e la società occidentale negli anni Sessanta, a partire dal boom economico e dall’affermarsi del consumismo per arrivare alla contestazione studentesca di fine decennio. E’ un percorso segnato dall’istanza di autenticità rivendicata dai ‘giovani’, che emergono forse per la prima volta come gruppo sociale autonomo. La mostra affronta poi gli esiti contraddittori della contestazione giovanile che, se porta al superamento di vecchie consuetudini a favore di nuove forme di libertà e di socialità, si risolverà però nel successo di quell’individualismo radicale che ispira la società odierna”. 

Dal punto di vista storico perchè c’è stato il 1968?

“Le cause sono state molteplici e su piani diversi che si sono intrecciati e non è questa la sede per una approfondita disamina storica. Possiamo dire che c’è innanzitutto il piano internazionale: si pensi a Mario Savio e al suo ‘Free Speech movement’ dell’Università di Berkeley del 1964; oppure alla guerra del Vietnam e la lotta di Martin Luther King contro la segregazione razziale negli Stati Uniti. Infine si pensi alla portata del Concilio Vaticano II. Accanto a tutto questo c’è poi il grande tema della società dei consumi. La fine della guerra mondiale, la ricostruzione, il boom economico: sono queste le coordinate storiche in cui matura la contestazione studentesca. Ed è proprio sul terreno della critica al consumismo che si arriverà al ’68, come rilevava già allora Augusto Del Noce. L’esito di tutto ciò sarà poi paradossale, perché si accentueranno ancor di più consumismo e individualismo. l ’68 è sì un fenomeno globale, ma al tempo stesso con differenze e declinazioni ‘locali’: in Europa, oltre all’esperienza italiana, c’è il ‘maggio francese’ e la primavera di Praga; in America Latina la Cuba castrista e Camilo Torres. E’ un fenomeno quindi complesso, globale ma al tempo stesso con differenze locali, dove intervengono sempre diversi fattori, non sempre e non ovunque gli stessi e con la stessa intensità”.

Quali erano i desideri che muovevano i giovani? E dopo 50 anni, oggi cosa muove i giovani?

“Le due domande sono correlate tra loro ed è uno dei motivi per cui abbiamo proposto la mostra, rispondendo alla richiesta di un gruppo di studenti universitari che si interrogavano sul quel mito (per loro sconosciuto ma interessante) del ’68. Perché è un tema interessante? Non certo per una commemorazione storica, visto che nessuno di noi c’era in quegli anni. Piuttosto per la questione, tracciata dal titolo della mostra ‘Vogliamo tutto’ 1968-2018, che corre come un filo rosso a unire il passato con l’oggi. I desideri dei giovani di oggi sono gli stessi di quelli di 50 anni fa. Una generazione, oggi come allora, alla ricerca, potremmo dire, di autenticità. Certo, il conteso culturale, politico, tecnologico, ecc... tutto è diverso. Ma al fondo del cuore, si ritrovano quegli stessi desideri, che si esprimono in domande come: qual è il compito delle nuove generazioni cresciute nella società del benessere e in un mondo in cui tutto è stato già fatto? Non a caso il quotidiano francese ‘Le Monde’ titolava un suo editoriale del 15 marzo 1968: ‘la Francia si annoia’. Oppure, per usare le parole dei ragazzi americani del Manifesto di Port Huron (1962): ‘Che cosa è realmente importante? E’ possibile vivere in modo diverso e migliore? Se volessimo cambiare la società in che modo potremmo farlo?’.

Interrogativi analoghi, magari nascosti dietro una valanga ‘social’, muovono ancora oggi i giovani, che vanno ben al di là di tutti gli storytelling che li descrivono come pigri, svogliati e ‘bamboccioni’… C’è un grande desiderio di significato per la propria esistenza. Per i giovani del ’68 era una richiesta di autenticità nei confronti dei padri, della scuola, della tradizione che avevano ereditato; per quelli di oggi penso si declini nella ricerca, magari confusa ma reale, di rapporti veri, autentici, che sappiano sfidare l’io verso ideali grandi, insomma che vadano oltre il like su facebook o qualche tweet o post su Instagram.

In fondo quello che scrivevano nell’agosto 1965 in un editoriale di ‘Gioventù’: ‘Se c’è qualcosa che caratterizza i giovani degli anni ’60 è senza dubbio il rifiuto della società in cui vivono: il rifiuto di schemi, di convenzioni, della politica, della religiosità dei ‘vecchi’… Sono alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, di più dinamico che appaghi la loro sete di vivere’. Oppure, come ha scritto un gruppo di ragazzi in un tazebao apparso recentemente sui muri dell’Università Cattolica, parafrasando la celebre canzone di De André sul maggio francese (1973), ‘anche se tutti ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti’”.

Martedì 21 agosto ha partecipato all’incontro sul tema sull’impegno del bene comune dal 1968 ad oggi con particolare riferimento alla scuola: in questi 50 anni essa è riuscita a rispondere ai desideri dei giovani?

“In un reportage pubblicato su ‘L’Espresso’ il 7 marzo 1965 si criticava la scuola di allora per ‘la mancanza di dialogo tra professori e studenti, il distacco fra la scuola e la vita’. Penso che su quest’ultimo punto ci sarebbe molto da lavorare, basta prendere in considerazione qualche dato: oggi abbiamo oltre il 25% di NEET; una dispersione scolastica tra le più alte d’Europa (oltre il 14%), i docenti della scuola secondaria più anziani d’Europa (il 69% ha più di 50 anni) e solo 1 giovane italiano su 4 consegue una laurea o un diploma di istruzione terziaria. Se qualche passo è stato fatto, mi pare evidente che ci sia ancora un lungo cammino da percorrere…”.

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