Il Papa a Sant’Egidio: “Non dite: io che c’entro? Il cristiano è fratello di ogni uomo”

Il Papa con la comunità di Sant'Egidio
Foto: Comunità Sant'Egidio, pagina fb
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In occasione del 50° anniversario della sua fondazione, la Comunità di Sant’Egidio incontra Papa Francesco. Il Pontefice è arrivato nel pomeriggio, ha ascoltato varie testimonianze, ha rivolto un discorso ai presenti, celebrato la liturgia della Parola, ma soprattutto ha incontrato uno per uno “il cuore pulsante” della Comunità: giovani e poveri amici di Sant’Egidio, tra cui i profughi arrivati con i corridoi umanitari, anziani, bambini delle Scuole della Pace, persone con disabilità dei laboratori d’arte, senza dimora accolti in questi giorni di freddo.

“Buonasera, non tanto buona con questo tempo. Roma ha le porte aperte, ma anche il cielo ha le porte aperte e ci sta bagnando. Grazie di essere qui, grazie della vostra generosità. Qui c’è il cuore aperto per tutti, senza distinguere, per tutti”. Sono le prime parole a braccio del Papa, un fuori programma sulla famosa piazza trasteverina, Santa Maria in Trastevere.

Sant’Egidio è una Comunità cristiana nata nel 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, in un liceo del centro di Roma. Con gli anni è divenuta una rete di comunità che, in più di 70 paesi del mondo, con una particolare attenzione alle periferie e ai periferici, raccoglie uomini e donne di ogni età e condizione, uniti da un legame di fraternità nell’ascolto del Vangelo e nell’impegno volontario e gratuito per i poveri e per la pace. Ora ha la sua casa a Trastevere, nel cuore di Roma.

“Non avete voluto fare di questa festa solo una celebrazione del passato, ma anche e soprattutto una gioiosa manifestazione di responsabilità verso il futuro”, dice il Papa nell’incipit del suo discorso, una volta entrato in Basilica.

Preghiera, poveri e pace sono i riferimenti fondamentali della Comunità. E Francesco ci tiene a ribadirli: “Questo è il talento della Comunità, maturato in cinquant’anni. Lo ricevete nuovamente oggi con gioia. Il mondo oggi è spesso abitato dalla paura e dalla rabbia, sorella della paura. È una malattia antica: nella Bibbia ricorre spesso l’invito a non avere paura. Il nostro tempo conosce grandi paure di fronte alle vaste dimensioni della globalizzazione. E le paure si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico. Si fanno dei piani di sviluppo delle nazioni sotto la guida della lotta contro questa gente. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo. L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani che, come quel servo della parabola, nascondono il dono ricevuto: non lo investono nel futuro, non lo condividono con gli altri, ma lo conservano per sé”.

Ad accogliere Francesco ci sono Marco Impagliazzo, il presidente della Comunità di Sant’Egidio e Andrea Riccardi, il fondatore. Entrambi rivolgono al Papa un caloroso saluto: “La città è stata sempre il nostro orizzonte, fin dai primi passi; soprattutto la città nascosta e sconosciuta, quella delle povertà e dell’esclusione - commenta Impagliazzo - abbiamo trovato in Lei un padre e un fratello, in Lei si uniscono paternità e fraternità, mentre la Chiesa ci è madre. Questa Comunità non è per qualcuno, non è di una parte o di un’altra, ma è per tutti”. Riccardi sottolinea: “Sant’Egidio non si sente una comunità di perfetti (come potremmo?), ma una comunità di popolo, magari piccola ma senza confini, perché coinvolta dai dolori vicini e dai lontani. La rabbia e l’egocentrismo si guariscono, se andiamo incontro con simpatia, rendiamo ragione della speranza e aiutiamo a incontrare i poveri, che sono veri maestri di verità della vita”.

Francesco poi pensa “al futuro del mondo che appare incerto”. “Guardate quante guerre aperte – dice il Pontefice alla comunità - So che pregate e operate per la pace. Pensiamo ai dolori del popolo siriano, di cui avete accolto in Europa i rifugiati tramite i “corridoi umanitari”. Com’è possibile che, dopo le tragedie del ventesimo secolo, si possa ancora ricadere nella stessa assurda logica? Ma la Parola del Signore è luce nel buio e dà speranza di pace; ci aiuta a non avere paura anche di fronte alla forza del male”.

Pensando alla missione della comunità, il Papa commenta: “Il cristiano, per sua vocazione, è fratello di ogni uomo, specie se povero, e anche se nemico. Non dite mai: Io che c’entro? Uno sguardo misericordioso ci impegna all’audacia creativa dell’amore, ce n’è tanto bisogno! Siamo fratelli di tutti e, per questo, profeti di un mondo nuovo; e la Chiesa è segno di unità del genere umano, tra popoli, famiglie, culture”.

A Trastevere Sant’Egidio ha costruito anno dopo anno una vera e propria cittadella della misericordia, con case e centri per i poveri: la mensa di Via Dandolo, la scuola di lingua e cultura italiana, il centro “Genti di Pace” e la lavanderia al complesso del San Gallicano, le case-alloggio (per ex anziani, ex senza dimora, malati), il centro di sostegno alla genitorialità per bambini italiani e stranieri. Nei mesi invernali la chiesa di San Callisto, una rettoria afferente alla basilica di S. Maria in Trastevere, accoglie ogni sera circa 40 donne e uomini senza dimora.

Prima del suo discorso, il Papa ha ascoltato quattro testimonianze provenienti dal mondo della Comunità di Sant’Egidio: un’anziana, un rifugiato, una giovane e un mediatore internazionale. Conclude Francesco il suo discorso: “Questo anniversario vorrei che fosse un anniversario cristiano: non un tempo per misurare i risultati o le difficoltà; non l’ora dei bilanci, ma il tempo in cui la fede è chiamata a diventare nuova audacia per il Vangelo. L’audacia non è il coraggio di un giorno, ma la pazienza di una missione quotidiana nella città e nel mondo. I poveri sono il vostro tesoro!".

Alla fine Papa Francesco potrebbe raggiungere un centinaio di malati nella chiesa extraterritoriale di San Callisto  passando per la piazza della Basilica di Santa Maria in Trastevere.

 

 

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