Il Papa a Sarajevo: la pace è un lavoro artigianale contro chi crea un clima di guerra

La messa del Papa a Sarajevo
Foto: Andreas Dueren/ Aci Group
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C’è un altro clima allo stadio Kosevo di Sarajevo rispetto al 1997. Quando venne Giovanni Paolo II la guerra era appena finita, e nevicava. Oggi tra i monti delle Bosnia è estate e anche nei cuori della gente inizia una nuova primavera. Papa Francesco è arrivato per incoraggiare il fragile cammino verso la riconciliazione di un popolo che ha vissuto non solo la guerra ma lo sterminio, la “pulizia etnica”.

Lo dice chiaramente il Papa nella omelia della messa nello stadio assiepato di gente. Sono fedeli ma anche non cristiani, offrono al Papa la chiave della città e il Papa dona loro una parola: pace. Mentre gli elicotteri sorvolano la vallata circondata da quei monti che sono stati gli avamposti dell’assedio di quattro anni alla città che ancora, in alcune zone, ne porta il segno.

Pace, parola profetica, sogno di Dio e progetto per l’ umanità. “Un progetto che incontra sempre opposizione da parte dell’uomo e da parte del maligno” dice il Papa. Un entusiasmo composto. Il Papa parla della “guerra a pezzi” nel “contesto della comunicazione globale, si percepisce un clima di guerra”. Un grido quello del Papa contro “chi questo clima vuole crearlo e fomentarlo deliberatamente, in particolare coloro che cercano lo scontro tra diverse culture e civiltà, e anche coloro che speculano sulle guerre per vendere armi. Ma la guerra significa bambini, donne e anziani nei campi profughi; significa dislocamenti forzati; significa case, strade, fabbriche distrutte; significa soprattutto tante vite spezzate. Voi lo sapete bene, per averlo sperimentato proprio qui: quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, cari fratelli e sorelle, si leva ancora una volta da questa città il grido del popolo di Dio e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà: mai più la guerra!”

La parola del Vangelo, le parole di Papa Francesco sono “un appello sempre attuale, che vale per ogni generazione. Non dice “Beati i predicatori di pace”: tutti sono capaci di proclamarla, anche in maniera ipocrita o addirittura menzognera. No. Dice: «Beati gli operatori di pace», cioè coloro che la fanno”. Un lavoro artigianale, dice il Papa “da portare avanti tutti i giorni, passo dopo passo, senza mai stancarsi.”

E la pace è opera della giustizia, dice il Papa citando Pio XII,  non certo “una giustizia declamata, teorizzata, pianificata… ma la giustizia praticata, vissuta” e per farlo occorre cambiare, a cominciare da noi stessi: “Quella persona, quel popolo, che vedevo come nemico, in realtà ha il mio stesso volto, il mio stesso cuore, la mia stessa anima. Abbiamo lo stesso Padre nei cieli. Allora la vera giustizia è fare a quella persona, a quel popolo, ciò che vorrei fosse fatto a me, al mio popolo”.

(cfr Mt7,12).

San Paolo, nella seconda Lettura, ci ha indicato gli atteggiamenti necessari per fare la pace: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (3,12-13).

Conclude citando San Paolo Papa Francesco e aggiunge: “Non illudiamoci però che questo dipenda solo da noi! Cadremmo in un moralismo illusorio. La pace è dono di Dio, non in senso magico, ma perché Lui, con il suo Spirito, può imprimere questi atteggiamenti nei nostri cuori e nella nostra carne, e fare di noi dei veri strumenti della sua pace. E, andando in profondità, l’Apostolo dice che la pace è dono di Dio perché è frutto della sua riconciliazione con noi. Solo se si lascia riconciliare con Dio, l’uomo può diventare operatore di pace.”

Ci vuole una grazia speciale per la pace, una grazie da chiedere a Maria: “la grazia di avere un cuore semplice, la grazia della pazienza, la grazia di lottare e lavorare per la giustizia, di essere misericordiosi, di operare per la pace, di seminare la pace e non guerra e discordia. Questo è il cammino che rende felici, che rende beati.”

L’altare bianco e giallo spicca nel verde dei boschi e nel grigio delle costruzioni in stile regime comunista. Nella città si sta ancora tentando di dimenticare con costruzioni nuove e la voglia di essere ricordati dall’ Europa non solo per la guerra, per le guerre, ma per la realizzazione di quel processo di riconciliazione che finalmente faccia diventare Sarajevo la “ Gerusalemme d’ Occidente” non per i conflitti, ma per la convivenza tra figli di Dio.

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