Il Papa e i migranti: "Una provocazione per impegnarci di più"

Don Massimo Ruggiano
Foto: MM ACI Stampa
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Il primo incontro con Bologna - ieri - il Papa lo ha riservato al centro per migranti di Via Mattei. Francesco ha salutato uno ad uno gli ospiti dell’Hub, fermandosi per una stretta di mano, un selfie, una carezza. Di questo gesto Aci Stampa ha parlato con un testimone oculare dell’incontro, Don Massimo Ruggiano, Vicario Episcopale per la Carità dell’Arcidiocesi di Bologna.

"Questo primo gesto del Papa a Bologna ricorda quando eletto da poco e senza preavviso decise di andare a Lampedusa. Il nostro vescovo Matteo Zuppi chiama questo luogo la Lampedusa di Bologna e quindi c’è una priorità che il Papa ha e che vuole indicare al mondo oltre alla Chiesa, anche alle istituzioni: per evitare che troppo facilmente si dimentichi questa problematica enorme che la televisione costantemente trasmette come se fosse abituale. Per ricordare questo problema il Papa ha scelto di venire qui per dire: la Chiesa è vicina ai migranti e credo faccia anche parte della sua esperienza personale come famiglia, lui ha vissuto la migrazione: suo nonno dal Piemonte andò in Argentina e quindi per esperienza diretta ha vissuto in casa i riflessi di una migrazione. Io credo senta molto a cuore questo problema".

Come è ad oggi la situazione in questo Hub? 

In questo momento vivono nel centro poco più di 500 persone. Adesso è un momento - per quello che è successo con la Libia - più tranquillo. Tempo fa erano quasi 800, era una ressa incredibile. 

Qual è l’impegno della Diocesi per queste persone?

Il progetto è iniziato un anno fa e si chiama “protetto e rifugiato a casa mia” ed è proposto dalla Caritas nazionale, dopo l’invito del Papa alle parrocchie ad accogliere almeno una famiglia di migranti. Una volta usciti dai centri, con i documenti, passano dalla Caritas e noi abbiamo creato una rete che si sta allargando pian piano anche perché la mentalità comune è un po’ timorosa. Vengono accolti da famiglie e parrocchie e seguiti dalla Caritas: c’è una famiglia tutor che si occupa di ogni singolo ragazzo da accogliere, preparando la comunità a questa accoglienza.

Cosa lascia il Papa lasciando questo centro?

Io credo una provocazione, come per dire: dobbiamo fare di più. Perché è così. Il Papa ci lascia anche l’invito a evitare le separazioni dovute alla paura e di creare la cultura dell’incontro, perché quando le storie si incontrano e si raccontano i timori si abbassano.

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