Il "Patto delle catacombe" alla prova della storia

La basilichetta dei Santi Nereo ed Achilleo nelle catacombe di Domitilla prima del 1898
Foto: Acistampa
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Era il novembre del 1965, il Concilio stava per essere concluso, e già nascevano delle “correnti” di pensiero che avrebbero portato fratture nella Chiesa cattolica. Alcune nascevano proprio da quel frainteso “spirito del Concilio” che nulla aveva a che vedere con quello che i Padri avevano davvero detto e discusso. Altre da fraintendimenti di quello che si intende va per “aperture”. Si arrivò a due estremizzazioni. Da una parte il tradizionalismo lefevriano e dall’altra la teologia della liberazione.

Entrambi negazioni di quello che il Concilio voleva davvero: una Chiesa fondata sempre più sulla comunione.

Il 16 Novembre 1965, una cinquantina tra sacerdoti e vescovi dell’ala progressista si riuniscono nelle catacombe di Domitilla a Roma e firmano un “Patto”, una dichiarazione di intenti evangelici scritti con uno stile pauperista che preannunciava il ’68. Tra loro molti sudamericani che poi avrebbero sostenuto la Teologia della liberazione con la analisi marxista della società.

I firmatari divennero poi quasi 500 e molti nomi della Chiesa post conciliare condivisero quelle intenzioni evangeliche di essere pastori vicini alla gente, ma solo alcuni arrivarono a farle diventare una anticamera della deriva marxista della teologia della liberazione.

Cinquant’anni dopo a Roma i progressisti di oggi hanno deciso di celebrare di nuovo quell’evento e riproporre il Patto riletto per i nostri giorni con convegni, incontri con la stampa e una messa proprio nelle catacombe.

Per farlo, oltre all’unico padre conciliare che lo firmò ancora in vita, Luigi Bettazzi, arcivescovo emerito di Ivrea, e allo storico della Scuola di Bologna Alberto Melloni, arriva Jon Sobrino il gesuita spagnolo, classe 1938, che da più di 40 anni vive in Salvador.

Sobrino, sfuggito miracolosamente alla mattanza del 16 novembre del 1989 in cui persero la vita sei dei suoi compagni gesuiti e due donne, alla Università Centromericana, è uno dei teologi della liberazione che, come Leonard Boff, non ha ancora cambiato idea.

Nell’opera di Jon Sobrino la Congregazione per la Dottrina della Fede ha riscontrato “diverse proposizioni che possono nuocere ai fedeli, a causa della loro erroneità o pericolosità” come si legge nella “ Nota esplicativa” che accompagna la Notificazione del marzo 2007.

Il testo della Congregazione, affronta nel dettaglio le opere:  Jesucristo liberador. Lectura histórico-teológica de Jesús de Nazaret (Jesucristo) e La fe en Jesucristo. Ensayo desde las víctimas (La fe). Un processo lungo e articolato iniziato nel 2001 e arrivato nel 2007 alla sua conclusione. Il testo della Notificazione riporta a due testi fondamentali nella storia della teologia della liberazione: Libertatis conscentia, e Libertatis nuntius. Istruzioni firmate dal Joseph Ratzinger come Prefetto della Cngregazione per la dottrina della fede.

I testi sono stati recentemente ripubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana insieme ai commenti di molti teologi e vescovi di ogni parte del mondo. La prefazione aggiornata è dell’attuale prefetto della Congregazione il cardinale Müller. Il porporato conosce bene il tema, è stato proprio lui a “consigliare” Gustavo Gutierrez, padre storico della teologia della liberazione, nel cammino che lo ha riportato alla comunione con Roma.

A proposito di Liberatis nuntius Müller scrive: “ Il documento condanna tendenze teologiche e pastorali che hanno perso di vista il soprannaturale e sembrano seguire visioni illuminate, ma in definitiva mitologiche, di processi di liberazione e di rivoluzione di ispirazione marxista. D’altro canto l’ Istruzione evidenzia l’autentica concezione cristiana dell’uomo e del mondo. Prepara così la strada ad una vera teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della Chiesa e che, proprio al mondo d’oggi deve levare la sua voce.” Queste le basi dottrinali che hanno portato alla Notificazione.

Il teologo don Donato Valentini, nel 2007 in una intervista alla Radio Vaticana spiegava: “contrariamente alla dottrina cattolica, padre Sobrino scrive che nel Nuovo Testamento la divinità di Gesù Cristo è presente solo “in germe”; non ritiene con la “dovuta chiarezza” che in passi dello stesso Nuovo Testamento è affermata la divinità di Gesù in senso stretto e che, perciò, lo sviluppo dogmatico è in una chiara continuità con il Nuovo Testamento. Quanto all’Incarnazione del Figlio di Dio, padre Sobrino “stabilisce una distinzione fra il Figlio e Gesù, che suggerisce al lettore la presenza di due soggetti /due individui/ in Cristo: il Figlio assume la realtà di Gesù; il Figlio sperimenta l’umanità, la vita, il destino e la morte di Gesù. Non risulta con chiarezza che il Figlio è Gesù e Gesù è il Figlio”.- Presegue Valentini nella sua intervista del 2007 alla Radio vaticana- Secondo: contrariamente alla errata nota teologia dell’“homo assumptus” in cui l’Autore appare collocarsi, la Fede cattolica afferma l’unità della persona di Gesù in due nature, quella divina e quella umana (Concili di Efeso e soprattutto di Calcedonia). Gesù di Nazaret è vero perfetto Dio e vero perfetto uomo. L’unità della persona di Cristo “in due nature” fondo in Gesù la cosiddetta comunicatio idiomatum, ossia “la possibilità di riferire le proprietà della divinità all’umanità e viceversa”. Solo sulla base di questa possibilità, Maria è “genitrice di Dio”, Madre di Dio (Concilio di Efeso).”

Padre Federico Lombardi, come direttore della Sala Stampa e della Radio vaticana, scriveva nel 2007 : “Chi vive la sua fede partecipando alle esperienze più drammatiche del popolo, coltiva naturalmente una sintonia spirituale profonda con l’umanità di Cristo, e – se teologo – è portato ad approfondire una “cristologia dal basso”, che fonda in profondità il pilastro del ponte che sta sul versante dell’umanità. E’ certo questa la situazione del P. Sobrino, nel solco caratteristico della teologia latinoamericana, così attenta al contesto del cammino di liberazione umana e spirituale dei popoli del continente. Non dimentichiamo che il P. Sobrino è stato membro di quella équipe dell’Università Centro Americana di San Salvador, sei membri della quale furono barbaramente assassinati nel 1989 proprio per il loro impegno culturale in solidarietà con il popolo salvadoregno.

Allo stesso tempo, la insistenza sulla solidarietà fra Cristo e l’uomo non deve essere portata al punto da lasciare in ombra o sottovalutare la dimensione che unisce Cristo a Dio. Perché se Cristo non è allo stesso tempo uomo e Dio il ponte manca del suo secondo appoggio e la realtà della nostra comunicazione con Dio viene messa radicalmente in questione.- Spiega ancora il gesuita padre Lombardi- Questo è il problema su cui si sviluppa l’argomentazione della “Notificazione”, che manifesta rispetto per l’opera di Sobrino e le sue intenzioni, ma ritiene di non potersi esimere dal mettere in rilievo che in alcune sue opere certe affermazioni su alcuni argomenti cruciali – come la divinità di Cristo, la Incarnazione del Figlio di Dio, l’autocoscienza di Gesù Cristo e il valore salvifico della sua morte – mettono in questione punti veramente fondamentali della fede permanente della Chiesa.  In altre parole, mettono in questione l’integrità e la stabilità del ponte che permette la comunicazione fra gli uomini e Dio, anche quella dei poveri di tutti i tempi.”

Insomma ricordare il Patto delle Catacombe è una ottima occasione anche per riflettere su come la teologia della liberazione abbia inciso negativamente su un vero sviluppo della dottrina sociale della Chiesa in molte aree dell’America Latina.

Lo sapeva bene Giovanni Paolo II che nel suo grande amore per il Continente nel 1985, in volo verso Caracas spiegava: “Si è detto chiaramente che c’è una categoria della teologia della librazione che è indispensabile. Una categoria. Si deve fare la teologia della liberazione, ma si deve preservare questa teologia dalle deviazioni dottrinali.”

 

Ti potrebbe interessare