In preghiera davanti a San Leopoldo qualcuno mormora, senza Messa come si fa?

Un pellegrinaggio al santuario del protettore dei malati di tumore, apostolo della confessione

In pellegrinaggio alla tomba di San Leopoldo Mandic
Foto: CM
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Davanti all'urna di vetro c'è un mazzo di fiori freschi. Il corpo di San Leopoldo Mandic -padre Leopoldo per i suoi numerosissimi fedeli sparsi nel mondo  -  riposa in una penombra fresca, silenziosa come mai prima d'ora. Il santuario di Padova,  con annesso il convento dei cappuccini, resta aperto a metà,  per adeguarsi alle norme di contenimento del  contagio da coronavirus. Si può entrare, si può pregare,  si può rimanere in silenzio, per qualche momento di più,  contemplando il volto del santo e riempiendo l'anima in uno spazio ridotto fisicamente,  ma allargato a dismisura.  L'angoscia sembra dissolversi,  anche se gli occhi cercano le ombre dei frati dietro le porte del convento, o le loro voci nei confessionali, ora deserti. Cercano le loro mani che si levavano a benedire i pellegrini affollati nelle sale, nella cappella e nella chiesa. 

Un anziano signore si siede, con la mascherina un tantino allentata,  davanti all'urna dove ormai stabilmente è esposto il corpo del santo, proclamato, qualche mese fa, ufficialmente il patrono dei malati di tumore. La preghiera composta per importare la grazia della guarigione e della forza per sostenere la malattia  è esposta proprio all'ingresso interno alla chiesa.  Viene da recitarla,  perché se è indubbiamente vero che non siamo così pericolosamente malati, almeno la grande maggioranza di noi, siamo comunque in preda ad una sorta di maleficio, in un tempo sospeso e imprigionato, mentre quotidianamente veniamo bombardati da notizie di morti, malati, contagiati. L'economia crolla, il futuro è sempre più incerto, ansia e paura ci circondano come una nube nera. Come possiamo vivere così,  ci chiediamo. Forse se lo chiede anche quel signore con la mascherina che scivola lentamente sul viso. Forse se lo chiede quella donna che appena entrata sosta in piedi e guarda fissamente l'urna.

Ma poi lo sguardo si posa sulla carrozzella esposta nella sala adiacente.  È quella su cui il santo girava per Padova,  anche  mentre infuriava la guerra e cadevano le bombe in città. Lui ci si avventurava per andare a trovare qualche persona in difficoltà,  per vedere con i propri occhi quel che succedeva, per recarsi in ospedale, a trovare i malati,  e per farsi curare lui stesso, malato di tumore all'esofago.  Lo stesso convento è stato colpito dai bombardamenti,  e la celletta in cui padre Leopoldo passava le ore a confessare invece rimane miracolosamente in piedi.  Allora si può resistere in condizioni estreme,  nel pericolo costante e nella costante paura, anzi si può vivere e infondere speranza agli altri. Certo, lui era un santo...Però ha sofferto tanto, nella sua vita, ha conosciuto quel che significa il fallimento, la solitudine,  l'isolamento. Lui, che voleva tanto fare il missionario,  che voleva diffondere l'idea dell'ecumenismo,  che sognava di superare le differenze e le diffidenze tra Chiesa d'oriente e Chiesa d'Occidente,  si è ritrovato a fare da maestro ai novizi, e mal giudicato anche in questo incarico - era considerato troppo accondiscendente, incapace di imporre una certa disciplina  -  ostacolato,  per così dire,  da un corpo fragile e da una salute malferma. Lo fanno diventare confessore, forse i superiori pensano che non ci possa essere altro incarico per lui, e che cosa succede? Leopoldo ha sempre considerato quella della confessione un'altra, fondamentale missione, il volto più profondo della sua vocazione. E   così la  gente fa la fila per farsi confessare da lui, lo venera come un santo, perché nessuno come quel piccolo fraticello riesce a leggere nel cuore di ogni persona che gli si presenta davanti.  E si diffonde la convinzione che per sua intercessione si ottengano tanti miracoli.

Oggi non è possibile accedere alla sala in cui si raccolgono gli ex voto. È sempre un'esperienza emozionante leggere le piccole, grandi storie che questi oggetti commoventi raccontano.  Bambini malati e guariti, giovani che riescono a salvarsi sebbene coinvolti in incidenti catastrofici, marinai che ritornano a casa dopo tempeste inaudite...tutti descrivono la fiducia incondizionata verso il santo, a lui si sono rivolti nei momenti più terribili, e con lui sono tornati alla vita, interiore e fisica.

Un esiguo pellegrinaggio continua,  in questo pomeriggio primaverile silenzioso. Ad uno a uno si entra, ci si inginocchia in chiesa,  poi si raggiunge l'urna, qualcuno sotto voce  mormora " senza messa, come si fa?".

Fuori, all'ingresso del santuario, un giovane padre lascia che il suo bambino giochi sull'aiuola ai piedi del monumento di pietra che ricorda il santo nella sua veste di confessore.  Sembra un giorno come tanti, senza più quel senso di solitudine e di immobilità,  sotto l'ombra benevola del convento di Santa Croce, lontani da ogni incubo,  vicini a padre Leopoldo. Un giorno di primavera caldo e luminoso, in attesa di celebrare la sua festa, il 12 maggio.

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