India, una riunione senza precedenti. Per ricordare i martiri dell’Orissa

Famiglie cristiane sfollate dopo i massacri in Orissa
Foto: Aiuto alla Chiesa che Soffre
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

In India ne sono sicuri: gli oltre 100 cristiani uccisi nel 2008 a Kandhamal, nella regione dell’Orissa, in una ondata di violenza anti-cristiana senza precedenti, sono martiri. Tanto che si sta lavorando perché sia avviata la causa di beatificazione. Per questo, lo scorso 9 febbraio, in una riunione senza precedenti, i familiari di 80 delle vittime si sono riunite nel centro pastorale di Divyaiyoti.

Un luogo simbolico. Era stato distrutto durante gli attacchi alla comunità cristiana, ed era il simbolo di una comunità rasa al suolo. Ora diventa il simbolo di una comunità che rinasce dal sangue dei suoi martiri.

I familiari si sono riuniti su invito dell’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar. Quest’ultima è la capitale dell’Orissa, da cui Kandhamal dista 275 chilometri. È un’occasione per alimentare il ricordo.

Le violenze anti-cristiane scoppiarono il 25 agosto 2008. Due giorni prima, il 23 agosto, era stato assassinato il leader indù Swami Laxmanananda Saraswati, in circostanze misteriose. “Sono stati i cristiani”, è stato l’atto di accusa dei fondamentalisti indù, nonostante le autorità ecclesiastiche avessero subito condannato l’uccisione del guru.

Da qui, le violenze dei fondamentalisti. I cristiani erano fuggiti nella giungla, mentre i fondamentalisti davano fuoco a 6 mila case e 300 chiese, creando 56 mila fede. Chi non rinnegava la propria fede, veniva bruciato vivo, fatto a pezzi, ucciso a sassate.

Lo scorso settembre, i vescovi dell’Orissa hanno istituito una giornata dei martiri, da celebrarsi nell’agosto di ogni anno. Ma la volontà più profonda è quella di riconoscere alle vittime il rango di martiri.

Da qui l’incontro con i famigliari. Molti di loro erano cristiani non cattolici. Le storie raccontate sono struggenti. Pugni nello stomaco. Ma le famiglie hanno trovato conforto nell’essere unite. Tanto che Christudas Nayak, che ha visto la moglie uccisa dalle spade dei fondamentalisti nel villaggio di Rudangia, ha detto: “Dovremmo incontrarci spesso. Rafforzerebbe la nostra fede e ci renderebbe più uniti”.

Padre Santhosh Digal, portavoce della Chiesa cattolica dell’Orissa ha detto al quotidiano dei vescovi Avvenire che “molti sforzi sono stati fatti dall’arcidiocesi affinché il loro status di martiri venga riconosciuto”, mentre la stessa Chiesa indiana “ha messo a punto un programma di supporto per le famiglie segnate dalla violenza, che riguarda tra le altre cose l’istruzione per i figli e il sostentamento di base”.

 

 

Ti potrebbe interessare