Io sono il Buon Pastore. IV Domenica di Pasqua

Il Buon Pastore
Foto: Centro Aletti
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Gesù, in questa domenica, si auto-presenta: “Io sono il buon Pastore”. Io sono, è il Nome di Dio che Gesù usa per sè molte volte. Facendo proprio il nome di Dio, Egli si fa uguale a Lui, anzi dichiara di essere Lui stesso Dio. Esiste, pertanto, una differenza sostanziale tra Cristo e gli antichi pastori del popolo ebraico (i re, i profeti, i sacerdoti del tempio). Essi sono pastori per “partecipazione”, mentre Gesù è il Pastore vero. 

Inoltre, è importante sottolineare che Cristo non dice: Io sono un pastore, uno tra i tanti, ma: Io sono il buon pastore. Egli si presenta come il pastore per eccellenza, e dunque non ne sono previsti altri. E’ Lui il protagonista assoluto. Qualsiasi pastore, dopo di Lui, per quanto grande possa essere, lo sarà sempre e solo in riferimento a Lui e non potrà ambire ad essere altro. Se si presenterà in maniera diversa è un falso pastore. 

L’aggettivo “buon” con cui Gesù si presenta non indica principalmente una qualità morale di Cristo, ma mette in risalto la Sua missione. Egli è buono perché si è fatto uno di noi e per noi dona la sua vita. Il tema del “donare la vita” ricorre per ben quattro volte nel brano evangelico di oggi. Gesù concepisce la sua morte non come una violenza subita o un evento ineluttabile, ma come un atto di amore che ci libera dal peccato e dalla morte. 

Si oppone al “buon Pastore” il mercenario. Si tratta di un personaggio diverso da quella del brigante e del ladro, presentati nei versetti precedenti, i quali si caratterizzano per la loro ostilità nei confronti delle pecore. Il mercenario e il pastore, invece, fanno lo stesso lavoro, ma il pastore prezzolato “non è il buon pastore”: all’avvicinarsi del lupo abbandona le pecore e si mette in salvo. Cristo, invece, all’avvicinarsi della Passione, non esiterà a dare la sua vita per le sue pecore e promette ai suoi discepoli che non li lascerà orfani. 

Inoltre, il “buon pastore”, a differenza del mercenario, conosce le sue pecore, cioè intrattiene con loro una relazione di amore fatta di premura, di attenzione, di reciproca appartenenza. La sicurezza del cristiano e della Chiesa si fonda sulla certezza dell’amore di Cristo che non verrà mai meno. Un amore, quello del Signore che non si ferma ad un popolo, ma assume una dimensione universale e in quanto tale deve raggiungere tutti gli uomini attraverso l’opera della Chiesa. E’ per mezzo di essa che risuona nel mondo l’amore e la voce del Buon Pastore.

Il Cippo funerario di Abercio, un cristiano del II secolo, riporta questa iscrizione: “…io di nome Abercio, sono discepolo del santo Pastore che pascola greggi di pecore per monti e per valli, che ha occhi grandi, che dall’alto guardano per ogni dove”. Ebbene, Cristo ha grandi occhi che scrutano il cuore di ogni uomo e vegliano sul suo cammino. Nessuno ha il diritto di sentire abbandonato, perché tutti sono “guardati” e “amati” da Lui.

 

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